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Amadeus e Salieri, le due facce del mondo

di Chiara Palumbo

“Io voglio la vita!” È un Mozart travolgente, sboccato prima e disperato poi, quello che arriva in scena al Teatro Giuditta Pasta di Saronno nel pieno della tournèe che sta portando in giro per l’Italia uno dei recenti cult del Teatro dell’Elfo.

Ma a raccontare la sua storia, come l’ha immaginata – ma molti la pensano realtà – Peter Shaffer,  nel film da cui arriva lo spettacolo deve taglio e titolo, Amadeus, è un anziano tragico Salieri, che pare un cattivo dickensiano.

Un’ombra nera e informe che chiede perdono della morte del suo giovane rivale, prima di essere spogliato dal peso degli anni da due solerti “venticelli” – solo la prima di una vasta messe di citazioni all’opera mozartiana – nel  disvelamento dei paralleli tra biografia e opere – da divertirsi a cercare in più di due ore di spettacolo che procedono proprio come un’opera di Mozart, un po’ opera buffa, e un po’ melodramma classico, con i suoi grandi monologhi e le scene madri.

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Amadeus di Peter Shaffer – Teatro Giuditta Pasta

Ritrovata la sua voce – prestata da uno statuario Ferdinando Bruni – l’ambiguo Salieri ha il tempo di pace apparente che gli serve però per ripercorre, con precisione quasi didattica, l’arrivo spiazzante del giovane Amadeus, un vitalissimo Daniele Fedeli, alla corte di Vienna. Non più bambino prodigio, Wolfang è adesso un ragazzo nel pieno dei suoi desideri, venuto a cercare un posto nell’élite della musica, ma solo a patto di farlo a suo modo, sovvertendo le regole dell’etichetta e dell’opportunità.

Mozart arriva e travolge tutto, con le sue borchie a far da contraltare agli sbuffi, alle spalle grandi e alle code eleganti dei vestiti di corte, entrambi frutto dell’estro creativo di Antonio Marras. Costumi che si prendono la scena aiutando a dimostrare quanto la corte stessa fosse fatta di rappresentazione, come dimostrano, nella scenografia di Carlo Sala, i muri stessi dei saloni reali trasformati in quinte.

Dentro, tutti recitano il ruolo che vorrebbero ricoprire. Salieri, per ottenere quello di Maestro di Cappella del re, ha stretto un faustiano patto con Dio: la sua dedizione, in cambio della fama, e per farlo, è pronto ad ogni menzogna che, nel sostenerla, svela la sua natura bifronte: odia Amadeus e con lui il Dio che l’ha scelto al suo posto,  ma al contempo lo ammira, come chi sa di star perdendo tutto di fronte a un talento oggettivamente superiore che si contrappone al mestiere senza anima. Lo uccide e insieme vorrebbe, forse, persino coltivarlo.

Intorno si muovono, precisi e divertenti, alcuni dei componenti storici della compagnia dell’Elfo, Riccardo Buffonini, Matteo de Mojana, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca, Luca Toracca, come membri della corte nelle loro macchiettistiche piccinerie e una intensa Valeria Andreanò nei panni della apparentemente svagata ma volitiva giovane moglie Constaze.

Ma è nel fronteggiarsi di Mozart e Salieri, l’italiano e il tedesco, che si confrontano due visioni del mondo e tutti i conflitti dell’umano: quello tra un giovane e la sua strafottenza e un anziano e il suo formale rigore, tra il talento che non accetta briglie e la dedizione la cui forma sa rivestire anche la mancanza di ispirazione.

E ancora, il potere dell’istituzione che sa piegare le scelte altrui alle sue scaltrezze e quello del genio, che in vita si traduce solo con la fame. Quello, appunto, di chi prende, anche quella delle bassezze e dei lazzi, per farne tradizione, e quella di chi riveste la tradizione di eleganza svuotandola di vita. La musica che pretende di restare solo a patto di rimanere se stessa e la rivendicazione di chi vuole esserci comunque, anche nelle parti del mostro, purchè qualcuno, ancora, ne parli.

Potrebbe venire istintivo prendere le parti di uno dei due, scegliere quale dei due sguardi fare proprio. Ma nella sua eleganza, nella leggerezza piena di empatia, l’autore non lo fa: racconta, proprio come fa l’opera e con la verità enfatica che ha solo il teatro, l’umanità nelle sue pieghe luminose e spietate, l’altezza della creazione e l’orrore cui è disposto chi si sente perduto. E – facendoli risuonare – rende omaggio a due geni, tanto diversi quanto – forse – complementari.

Uno spettacolo estroso e affascinante, magniloquente e cupo, divertente e profondo, che a Saronno – non a caso – lascia il pubblico ammaliato e in piedi, come nelle migliori prime.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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