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La voce teatrale di Pasolini incarna i nodi di mezzo secolo

di Chiara Palumbo

Il Pasolini friulano non è soltanto poesia. Ma – anche – un molto meno conosciuto testo teatrale, I Turcs tal Friùl, che il poeta non fece in tempo a vedere rappresentato ma che oggi, a cinquant’anni dal suo assassinio e della prima messa in scena, può essere letto, e così fanno Luca Giuliani e il docente e musicologo Roberto Calabretto a Pordenonelegge, come «una sorta di dispositivo culturale di come il Friuli viene visto fuori di sé stesso».

immagine per I Turcs tal Friùl. 50 anni di storia, teatro, musica, lingua, di Pier Paolo Pasolini
I Turcs tal Friùl. 50 anni di storia, teatro, musica, lingua, di Pier Paolo Pasolini

Questo breve testo, era ispirato da un fatto reale, risalente al 1499, in cui la gente di Casarsa, angosciata delle scorrerie dei «Turchi», probabilmente Bosniaci, si impegna a erigere una chiesa alla Madonna se allontanerà l’orda di invasori dal paese, incarnato da due fratelli, che non a caso portano il nome della mamma friulana di Pasolini, Colus, ovvero Colussi.

L’uno Pauli, si ritira in pace e in chiesa, per proteggerlo dall’orda. Meni, l’altro, desidera prendere le armi e combatterle. Si tratta di testo nel friulano di Casarsa, spesso derubricata ad un’opera giovanile, ma che lo stesso Pasolini considera «la cosa più bella che ho mai scritto in friulano».

Scritta nel 1944, mentre i turchi prendevano indiscutibilmente i tratti dei nazisti che stavano occupando il Friuli, PPP, la metterà in un cassetto un anno più tardi, alla morte di suo fratello, Guido, morto a sua volta combattendo, partigiano, per mano dei titini.

Non la vedrà mai in scena, raccontano i relatori presentando il corposo volume – denso di testimonianze inedite, immagini e studi d’autore, che restituisce la traccia del destino di questa messa in scena nelle sue tre articolazioni storiche.

La prima, prende vita all’indomani del terremoto, affidata a Umberto Chiarcossi, padre di Graziella, nella cui intuizione la devastazione non è più quella nazista, ma il paesaggio di macerie del terremoto.

Non uno sviluppo incidentale se è vero che, già dopo il Manifesto per il teatro su Nuovi Argomenti del 1968, che fonda il teatro di parola, PPP sostiene di volervi mettere di nuovo le mani, per farne un oratorio.

Quando questo avviene, in una chiesa sconsacrata, è per aprire la stagione del Teatro di Udine, che va in scena regolarmente benché lo sciame sismico sia ancora in corso. Questa versione ha la musica di Luigi Nono, il cui rapporto con Pasolini è una istantanea interessante di quei tempi e delle sue contraddizioni. Nono e Pasolini sono infatti due marxisti, ma quantomai diversi, con il primo che rimprovera a Pasolini di non confrontarsi con gli operai.

Questo lavoro, a questo punto, diventa quindi coerente con la dimensione civile che Nono affidava alla musica. Ad entrare nell’immaginario di questa messa in scena sono anche memorie concrete e potenti, come quella di un ragazzo che, mentre sta ascoltando i Pink Floyd, registra su nastro i suoni del terremoto e la disperazione, che insieme alla musica elettronica a cui, secondo Calabretto, Nono deve necessariamente aver fatto ricorso, si lega con grande forza evocativa alla preghiera con cui Pasolini apre il suo testo e a cui, per farla emergere dal buio, Nono recupera i canti medievali.

In questo lavoro così accurato sulla musica, secondo il docente, ben si intreccia e si coglie la profonda musicalità del verso friulano di PPP.

Ma non è che la prima esperienza. La seconda, invece, necessita di un passo indietro e di una breve concessione all’aneddotica. Sono trascorsi venti anni, quando Elio de Capitani lo riprende in mano coinvolgendo Giovanna Marini, il cui legame con Pasolini è significativo, e la cui centralità nei percorsi di Marini non è forse nota a molti.

È lui a sentirla, prima laureata in chitarra al conservatorio di Santa Cecilia, suonare Bach nel salotto di Adele Cambria. È lui a suggerirle i canti popolari come strumento di cultura orale, a farla entrare nella compagnia di canto popolare e cambiarle la vita.

Con la messa in scena del 1996, l’anima del Teatro dell’Elfo chiude un cerchio che si muove sull’onda di una antologia dedicata a Pasolini, che lui aveva ascoltato e commentato, che Marini ha lasciata ferma per anni all’indomani della sua morte, per pudore, ma in cui De Capitani sente respirare il suo friulano.

Il lavoro di Marini trasforma il protagonista in un coro, «esito del teatro greco che ne fa voce autentica dell’autore», e di cui lei si fa voce universale per interpretare il dramma, accostandovi un salmo e un antico canto sardo. Il suo lavoro, quello mosso dalle premesse pasoliniane di molti anni prima, si rivela perfetto in questa scena, in cui la sua partitura fatta di scontri e fuori dal sistema tonale si scopre perfetta per il canto di un gruppo di interpreti apparentemente stonati.

De Capitani, negli atti raccolti nel testo presentato negli spazi di Cinemazero, che cura il recupero di questa memoria, ne parla come di «esperienza sciamanica», su cui il temporale incombe facendo aderire realtà e finzione. È stato lo stesso De Capitani, nel corso del convegno di cui il volume restituisce gli atti, a trovarvi, dentro, Gaza.

Così Alessandro Serra, nella terza messa in scena per il teatro Stabile del Friuli che ha debuttato da pochi giorni e ci si augura abbia una lunga tournée, in una rilettura saggiamente affidata a chi da tempo lavora portando il mito nelle lingue di confine, con esperienze che hanno lasciato un segno profondo come il Macbettu che ha abitato molte stagioni lungo la penisola.

Aggiungendovi la modernità di un accorto studio delle luci e della messa in scena, Serra risponde all’auspicio di Calabretto interpretando – come già fatto col sardo -, la potenza della lingua nella sua evocatività musicale, che Pasolini mette al centro anche del proprio lavoro. E al tempo stesso ne chiarifica (o adatta all’oggi) le ambiguità interpretative.

Se nella versione originale i turchi passano sì, lontani da Casarsa, ma senza dar ragione di cosa li abbia spinti altrove, se un misterioso vento o una bestemmia di Meni, intesa come il suo rifiuto ad arrendersi all’oppressione, Serra scioglie il dubbio: è la bestemmia di Meni ad allontanare gli invasori, sono gli attori stessi a fare il vento mentre escono di scena.

Ma nella stessa misura in cui «Il fuoco dell’incendio lo vediamo e lo facciamo, siamo noi a generare quel che accade» siamo chiamati anche a domandarci, oggi, quale parte nella tragedia stiamo recitando. Per scoprire, forse, che i turchi siamo noi. E se oggi la singola lapide che a Casarsa ricorda l’antefatto storico si muta nelle centinaia di migliaia che non si possono neppure piantare in Palestina, la voce di Pasolini emerge ancora con la stessa forza, mezzo secolo dopo.

A dimostrare che non serve che ceda alla smania di essere riattualizzata o riletta in chiave contemporanea «contiene già le chiavi per leggere i nodi del presente».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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