«Non sappiamo se con le parole possiamo salvare le vite, ma siamo sicuri che il silenzio le uccide». E allora scrivere un libro per i cinquant’anni di Medici Senza Frontiere non è soltanto un modo per sostenere un progetto meritevole, ma la risposta a una idea programmatica. Quella di portare luce sulle persone, oltre che sulle ferite.

Lo fanno quattordici tra le nostre più grandi penne, sette donne e sette uomini, mettendo con le parole il balsamo su ferite di emarginazione, razzismo, perdita dell’innocenza, fino alle parole di chi rinuncia alle sue per far parlare chi vive una tragedia, sintetizza Alessandro Mezzana Lona.

A tenere a battesimo questo prezioso Le ferite (Einaudi) è – è il caso di dirlo, la padrona di casa. Per la curatrice del volume, Caterina Bonvicini, infatti, è casa l’editore ma lo è, soprattutto, MSF, insieme a cui è stata in mare, a portare il racconto di quel che non vogliamo vedere, e la grazia di chi lo fa sapendo di custodire, nelle sue parole, le vite, e così, salvarle.

Per questo, per omaggiare e riconoscere il lavoro di MSF di ha riunito un gruppo di autori che stima, con l’intenzione di liberarne la creatività, scegliendo un tema declinabile in molti modi.

E, Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Antonella Lattanzi, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi e Hamid Ziarati. hanno risposto presente, e come raramente succede, hanno scritto apposta.

Avendo la possibilità, come racconta Marco Balzano, presente al Ridotto del teatro Verdi, di mettersi alla prova nell’inserirsi in contesti diversi da quelli percorsi altrove. Nel suo caso, di esplorare un racconto più intimo.

La storia, ad esempio, di tre amici che hanno in comune un luogo segreto che porta i loro nomi. «Più il luogo è segreto, spiega, più è simbolico, più diventa inespugnabile: se quella capanna resta intatta, lo resta l’amicizia e si può tornare ad abitarla insieme».

Ma poi cambiano le vite: non ci sono più le stessa radici. «Così il luogo fisico resta più intatto di ciò che lo simboleggia. La natura è matrigna non più di noi, e protegge il luogo anziché distruggerla. Il protagonista, sorpreso da una memoria involontaria che gli fa ripensare al tempo, è più in macerie di quanto non sia la natura».

Sia Starnone che Veronesi hanno lavorato su ferite molto simili, evocando quella dell’infanzia, la nostra capacità di empatia, come impariamo a riconoscere il male e quali sono i nostri egoismi. Veronesi invece sperimenta il male che possiamo fare.

I racconti si richiamano per echi e vicinanze, perché Bonvicini ha scelto «una sequenza non meccanica, che non ragionasse per gruppi di temi ma per risonanze». Così si parla di femminicidio, madri, dialogo tra culture in un luogo di conflitti, come Merano, e gli scrittori si liberano al punto che Jumpa Lahiri «scrive per la prima volta unendo il suo passo inglese a quello italiano».

E ancora il dramma di famiglie disfunzionali, la voglia di comunicare e l’impossibilità di farlo, senza buonismo. Poi il male che ci si può fare a chi si è amato quando ci si allontana. E poi il Covid, il Mediterraneo centrale e l’emergenza climatica che trovano uno stesso racconto. Infine Hamid Zarati dà le parole dell’abbandono di un mondo do chi è profugo, mai con retorica ma mostrando la solitudine di un uomo in fuga, spiega Bonvicini.

La cui prossimità rispetto a MSF parte da un’urgenza che deve essere sottolineata. La scelta di usare il proprio talento letterario – e la propria umanità – non soltanto per raccontare il soccorso in mare, di cui MSF è protagonista, ma per praticarlo.

Nel 2018 e nel 2019 sul ponte di Mediterranea e poi, l’anno dopo, proprio con MSF. Dove ha avuto l’occasione di stare sul Rhib, il gommone col quale si trasbordano in salvo le persone spinte a sfidare la morte in mare nella speranza di un futuro. Un’esperienza quasi impossibile da restituire, anche per chi scrive, anche per chi la conosce.

Perché dal ponte di una nave SAR, per ricerca e soccorso, impari molto di ciò che sta accadendo davvero nel Mediterraneo centrale dal 2014 a oggi. Ma, dice «vedi solo chi è salvo». Dal Rhib invece c’è tutto il resto: il mare tira, il panico della gente, settanta persone su sei metri di barchino di legno mangiato dal che oscilla e imbarca acqua. «l’alternativa secca fra la vita e la morte».

Un’esperienza da cui, lo ha imparato chi se ne occupa e chi come Bonvicini lo ha visto lo ha anche sentito sulla pelle, non si torna mai veramente indietro. Se non con l’urgenza che ha lei, di provare, se non altro a farsi voce. Con la grazia e la forza di pagine tutte da leggere, e con la grazia di dare volto a quelli che qualcuno vuole solo numeri, e infine con la passione di scriverne un libro intero, che uscirà a marzo e che – chi si occupa di questi temi non può avere dubbi – sarà uno strumento prezioso.

Nel frattempo, però, ci prova anche a Pordenonelegge, a raccontare. A dire il terrore della gente che ti salta sul gommone per paura di morire, e allora ti devi allontanare, per non spingerli a buttarsi in mare e trovare la morte a un passo dalla vita, perché molti non sanno nuotare, e anzi, non hanno mai visto il mare prima, ed è così che lo scoprono.

Prova a spiegare a un noi collettivo che non sa nulla quali sono le regole per salvare vite in mare. Che i bambini non vanno salvati prima, ma affidati a un adulto, perché altrimenti riempirebbero le mani dei soccorritori troppo presto per salvare tutti gli altri. Che Alarmphone, l’organizzazione che dalle case di tutto il mondo intercetta le grida di aiuto di chi sta per affogare poi scrive alle ONG, certo, ma anche alle Guardie Costiere, perché deve, e tra loro c’è quella libica, che se ti precede riporta le donne agli stupri, i bambini alle prigioni, i giovani uomini ad essere venduti come schiavi. Perché è questo, che consentono, quegli accordi con la Libia che stiamo pagando con le nostre tasse.

E questo Bonvicini non lo dice, perché ci vorrebbe più tempo e più spazio. Ma lo dicono le prove di tutte le organizzazioni umanitarie.

La scrittrice dice molto, però, dice altro. Dice che in mare si guarda a vista, perché gli strumenti tecnologici non bastano. Che la distesa nera del Mediterraneo di notte che confonde mare e cielo è spaventosa come poche altre cose.

Dice le ustioni della benzina dei motori rotti mista all’acqua di mare che restano sui corpi delle persone a cui ancora, qualcuno, ha la disumanità di dare soltanto odio. Servirà un altro spazio per dire tutto questo. Perché si lamenta l’assenza del racconto. Ma le voci ci sono, e vanno ascoltate. Perché quello non è un romanzo.

Eppure ci sono ferite che si possono raccontare, invece, con un romanzo. A partire, magari, proprio dalle ferite. Anzi, «è impossibile imbastire una cosa complessa come un romanzo senza partire da una ferita».

Lo fa Balzano, che nel suo Quando tornerò (Einaudi) dà voce alle donne dell’est europa che partono per dare cura ai nostri fragili lasciandosi dietro i propri affetti.

Anche questo segmento di storia, sta lì a dimostrare la distorsione del racconto delle migrazioni. Perché, spiega lo scrittore,  «nella migrazione economica le donne sono le protagoniste assolute da almeno trent’anni. Le storie che conosciamo di migrazioni sono ormai consumate. Il 70% dei migranti del mondo, oggi, sono donne». E si imbattono necessariamente in un lavoro di cura che noi sminuiamo sciegliendo la parola  badanti piuttosto che un più dignitoso ed esplicativo caregiver.

Sono esempi come questi, a dimostrare l’importanza delle parole. E sta – o può stare – anche agli scrittori raccontarle, e raccontare un pezzo di verità. Ad esempio quali sono le conseguenze della partenza di una madre. Cosa si innesca nelle famiglie che lasciano, nelle distanze che creano, non per assenza di amore ma per una dirompente causa esterna, in chi può scegliere solo di aspettare».

Se c’è un punto comune, concordano Bonvicini e Balzano, è che entrambe le migrazioni dobbiamo esserci stancati di farci bastare le stereotipizzazioni.

E, se può, chi vive di parole, dovrebbe avere la limpidezza straziante e straordinaria di Bonvicini, il lucido coraggio di dire, davanti a settanta uomini che stanno per morire inghiottiti dalle onde prima che una mano li venga a sollevare una frase che riassume tutto. «Io li devo guardare, perché almeno sarò io la loro tomba».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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