Il giorno è il tempo dell’ipocrisia, la notte quello di verità e poesia. E allora è necessaria la sera che cala, per cominciare a incamminarsi sulle Le cattive strade che percorrono la vita e la musica di Fabrizio De Andrè.
Al Teatro Menotti di Milano, le guide per questo viaggio sono due figure poliedriche e appassionate. Scrittore, attore e giornalista l’uno, Andrea Scanzi, attore, poeta e cantautore dall’anima rock l’altro, Giulio Casale. Entrambi curiosamente con alle spalle esperienze teatrali raccontando un altro cantautore, milanese, Giorgio Gaber, scelgono invece di dedicarsi al menestrello genovese.
Basta un palco spoglio, due sedie e poche luci, per accogliere un racconto che parte da un primo, fondamentale assunto. Di De Andrè si parla tanto – perché tanto ha dato, chiosa Scanzi, alla cultura e al pensiero, oltre che alla canzone d’autore – tuttavia ciò porta con sé un notevole pericolo: fare un santino, una sorta di divinità laica, di un uomo spigoloso e complesso, ricco di sfumature e soprattutto di una soverchiante umanità, cui niente sarebbe stato stretto quanto una santificazione postuma.
E allora ecco sviscerare – in un racconto che tocca tutte le tappe del percorso di quello che è per moltissimi ormai, soltanto Fabrizio – ogni aspetto. Le cadute e le risalite, i dubbi e le rivoluzioni. Le fragilità e le scelte sapienti in anticipo sui tempi. Scanzi, con l’abilità del consumato narratore, ripercorre la vicenda di uno dei nostri protagonisti culturali partendo dalle prime, acerbe prove di un ragazzo appena diciottenne che imita Modugno. Un ragazzo che poi per primo sarà capace di di parlare di cose cui nessuno, nella canzone, osava accostarsi: la morte, carnale e del pensiero, quella “un po’ peggiore”.
Però l’analisi non elude le spine: affronta tanto i successi in anticipo di decenni per tempi e modi, come la Buona Novella – tratta dai vangeli apocrifi – in cui in pieno Sessantotto De Andrè parla di quello che definirà il più grande rivoluzionario della storia, e invece l’asprezza con cui fu accolto il politico Storia di un impiegato – che invece proprio di Sessantotto parla – tacciato da illustri colleghi di didascalismo.
Questo episodio consente agli autori – il testo è firmato a quattro mani –di domandarsi se non si possa parlare di un’accusa ingenerosa, tanto più oggi che appare persa ogni passione, soprattutto civile.
Lungo il racconto il giornalista aretino richiama canzoni dove – come mai prima – sono protagonisti i reietti, coloro che vivono di notte, che il mondo disprezza. Ma si confronta anche con il momento in cui il cantautore sa di non potercela fare da solo, e allora lavora con altri. Così diventa – le parole sono di Francesco De Gregori, che fu uno dei primi collaboratori, uno straordinario, ma mero, organizzatore del lavoro altrui. I brani che de Andrè scrive da solo si contano sulle dita di due mani. Ma è un difetto o piuttosto un grande gesto di lungimiranza sapere che per valorizzare appieno il proprio lavoro sia necessario appoggiarsi al talento di validi colleghi, domanda ancora Scanzi.
Così farà De Andrè, e la lista è nota e lunga: i fratelli Reverberi, De Gregori, la PFM, Massimo Bubola.
E fino a questo punto del viaggio, mentre alle sue spalle scorrono alcune delle più celebri immagini del cantautore genovese, anche il racconto si fa sostenere da un validissimo ed ispiratissimo Giulio Casale, cui spetta il compito di dare corpo a molti dei brani del canzoniere deandreiano con una voce calda e potente, ma soprattutto di vestirli di note. Casale fa la scelta più coraggiosa, e meritoriamente riuscita: laddove sarebbe stata facile l’imitazione che ne avrebbe fatto una macchietta – Casale sceglie di stravolgere i brani e farli propri, con rispetto ma con nettezza, facendo storcere il naso forse a qualche purista, ma regalando loro un volto ancora nuovo. I suoni strizzano l’occhio al rock con echi lontani dei suoi Estra, l’interpretazione prende senza esasperarla la teatralità di un uomo che ha già affrontato sui palchi – indirettamente – anche Faber, parlando di una sua preziosa amica, Fernanda Pivano, nei due suoi lavori: “La canzone di Nanda” e “The beat goes on“.
A lui è affidata infatti la parte della strada che riguarda Non al denaro non all’amore ne al cielo, tratta da quella Antolgia di Spoon River che proprio la Pivano tradusse “quando significava coraggio”.
I due si dividono il palco egregiamente, emozionando ed emozionandosi, strappando applausi a scena aperta da una platea numerosa.
C’è però ancora una tappa in cui tutto cambia, che nel percorso deandreiano segna l’entrata in scena di uno straordinario nuovo collaboratore, Mauro Pagani: è la rivoluzione di Creuza de ma, “una musica che non c’è ancora e una lingua che non c’era più”. Qui Casale tace, e la voce – e il volto, alle spalle della scena – diventa quella di Fabrizio.
In Sidun la voce che grida lo strazio della guerra, ormai alle soglie degli anni Novanta fotografa un mondo in cui la morte del pensiero è compiuta, senza più speranze di riscatto.
È – nella sua ultima esibizione ripresa – la voce dell’uomo che si è visto “di spalle, che partivo”, a raggiungere il punto massimo dell’empatia. Ma forse di fine non si può parlare veramente.
Questo uomo infatti lascia in tutti, interpreti e platea, un senso di assenza che a tratti nei novanta minuti dello spettacolo è palpabile e quasi corporeo. Ci si sente parte di un gesto di gratitudine collettivo, condotto con talento, rispetto e affetto dagli attori,senza bisogno di venire minimamente calcato. Niente è fuori misura o edulcorato, eppure l’emozione sgorga con naturalezza e non si può e non è giusto trattenerla, perchè questo è stato il compito prefissatosi dagli attori, . «Consegnare alla morte – ma anche alla vita, di Fabrizio e di chi con questo ricordo torna alla propria – una goccia di splendore. Di umanità, di verità»
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









