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L’Arlecchino di Claudia Contin vive nel terzo millennio

di Chiara Palumbo

Si chiude, per chi scrive, questo Pordenonelegge che nell’ultima serata accoglie il Presidente della Repubblica, con un incontro che più di ogni altro sembra tracciare un ponte tra radici e futuro.

Sul palco Claudia Contin Arlecchino, presenta Il mondologo di Arlecchino, coinvolgendo nel dialogo la giovane e raffinata critica Petra Alzetta e la sarta Sabrina Bastone, che per Arlecchino ha disegnato un nuovo costume, pensato per accompagnare la maschera nella sua dichiarata intenzione di portare il proprio universo dentro il presente.

Prendere la maschera del buffone e trasformarla in “qualcosa di smisurato” è l’operazione che Contin rivendica come cifra del proprio lavoro, con l’obiettivo, scrive elegantemente Alzetta, riuscito, di far sì che chi osserva “fatica a capire se ciò che ha davanti sia uno spettacolo di quelli che disarmano con una risata, o qualcosa di più grave, una forma di rito”.

Arlecchino, in questa chiave, non è più semplicemente una figura della tradizione comica, ma una maschera che prosegue Alzetta, “trascende se stessa per rappresentare tutti: l’ultimo uomo rimasto in piedi quando tutto crolla, che continua a ridere. Un bambino e insieme un profeta”, sospeso tra innocenza e presagio.

immagine per Claudia Contin Arlecchino a Pordenonelegge 2026
Claudia Contin Arlecchino a Pordenonelegge 2026

È forse questo il potere più interessante della figura stessa di Arlecchino: mentre si ride, ci si accorge che la maschera sta parlando anche di chi guarda.

C’è una fame innocente di verità che attraversa tutti i suoi mille anni di vita, una domanda che ritorna sotto varie forme — cosa resta dell’uomo quando ha perduto Dio?

La risposta che il Mondologo sembra suggerire non è la risata che non consola ma accompagna, e tanto, dice la giovane critica, basta.

Il libro nasce da una lunga vicenda scenica, che ritrova la scena grazie al Teatro Tascabile di Bergamo: uno spettacolo in repertorio dal 1987, quello che ha consacrato Contin come prima Arlecchino donna della storia del teatro.

Un lavoro che si è via via adattato all’evoluzione umana che la maschera ha attraversato in tre decenni di repliche, mutando insieme al pubblico che la incontrava.

Il libro raccoglie tutta la saggistica di questa lunga convivenza tra l’attrice e la sua maschera, tra Arlecchino e questo tempo, un dialogo che continua ben oltre il palcoscenico.

Ma il libro raccoglie in realtà una trilogia: dopo Il Mondologo a Contin viene naturale interrogarsi sulla Coscienza di Arlecchino, e sul fatto — antico quanto la maschera stessa — che una coscienza, in realtà, Arlecchino non ce l’ha.

È da questa assenza, con il musicista Luca Francescutti che Contin fa nascere Vizi e virtù secondo Arlecchino, attraverso il corpo della maschera.

Per Arlecchino, spiega, tutto è meravigliato, tutto è meraviglia; mentre nel mondo di oggi la scissione che se ne fa — tra bene e male, tra colpa e innocenza — risulta terribile, quasi insostenibile per una figura che impara che ogni virtù può farsi viziosa e viceversa.

Contin insiste su un punto che attraversa l’intero incontro: è un Arlecchino che per la prima volta si trova a vivere nel terzo millennio, e sul quale sono improvvisamente caduti addosso i mille anni di storia che portava con sé.

Il teatro contemporaneo, visto con gli occhi di questo Arlecchino, è diventato uno spazio asettico, quasi a suggerire che trattenersi, oggi, sia meglio che esporsi.

Eppure proprio in questo contesto emerge l’eco di Arlecchino, la sua capacità sorprendente di ringiovanire sempre, di trovare nuova linfa in ogni epoca che attraversa.

Il discorso si fa più scoperto quando la lettura che apre il volume mette in relazione la maschera con l’assenza di riferimenti trascendenti: quando manca Dio e manca il diavolo, dice Alzetta, “dobbiamo guardarci negli occhi”, perché non possiamo più demandare colpe e doni a un’entità superiore.

È una responsabilità che ricade interamente sull’uomo, senza più alibi possibili.

Un passaggio particolarmente intimo dell’incontro riguarda la genesi del testo e quanto Contin si sia sentita, oggi, libera di inserire due aspetti che aveva espunto.

«Ho rimesso la dedica al Menocchio, perché a vent’anni non avevo autorità per affrontarlo», racconta, riferendosi al celebre mugnaio friulano processato per eresia. «E anche Dio è morto», aggiunge, richiamando la canzone di Guccini che negli anni Sessanta fu censurata dalla Rai e al tempo stesso accolta, paradossalmente, dalla Chiesa.

«Volevo aprire con quella canzone fin dagli anni Ottanta. Se lo avessi fatto» all’epoca, spiega, «lo spettacolo sarebbe morto alla prima replica»: un atto di prudenza necessaria che oggi, a distanza di decenni, può finalmente essere corretto e restituito alla sua forma piena, con «un grandissimo rispetto e nessuna pudicizia».

Il dialogo si sposta poi sul costume, terreno su cui interviene direttamente Sabrina Bastone. Non un semplice abito di scena, sottolinea Contin, ma un quadro, un’opera d’arte, non un costume ripetibile: il costume teatrale, per sua natura, deve essere fatto per durare.

Anche Arlecchino, dunque, si è concesso un’immagine pensata per attraversare il tempo, realizzata non da una sarta nel senso tradizionale del termine, ma da un’artista.

Ne nasce un costume più contemporaneo nelle linee e nei materiali, che tuttavia affonda le proprie radici in un busto di foggia medievale, quasi a voler tenere insieme, nello stesso corpo, l’origine remota della maschera e la sua proiezione nel presente.

È proprio su questo nodo — tradizione e contemporaneità — che si concentra l’ultima parte dell’incontro, con le voci che si intrecciano in una riflessione più ampia sul rapporto tra le nuove generazioni e il patrimonio della tradizione teatrale.

Contin non usa mezzi termini: «I giovani oggi per andare oltre devono andare prima; siamo noi che ci siamo fermati all’Ottocento e al Novecento». Incapaci di traghettare davvero la tradizione dentro il presente, a differenza dei ragazzi di oggi.

Chiude l’incontro una frase che sintetizza l’intero senso dell’operazione condotta da Contin negli anni: «Non parlo mai di eredità, ma di investimento e di semina».

Una scelta lessicale non casuale, che riprende il tema di questa densa edizione del festival, e rifiuta l’idea di un patrimonio da custodire passivamente per abbracciare invece quella di un lavoro continuo, proiettato in avanti.

Un piccolo rito di passaggio, in cui la maschera più antica del teatro europeo ha mostrato, ancora una volta, la propria sorprendente capacità di parlare al presente.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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