L’elogio del contesto. Non potrebbe iniziare sotto migliori auspici una fiera dedicata all’editoria indipendente. E in effetti la nuova edizione di Bookpride è il luogo giusto per capire che ogni codice linguistico è uno strumento per dire il mondo che abita e forse rappresenta.
Persino un gruppo musicale, come gli Smiths. Lo dimostra Ferdinando Rennis, nel suo saggio sul gruppo di Manchester edito da Nottetempo e presentato alla fiera milanese grazie alla rivista Limina. I quattro, spiega offrivano al loro tempo l’alternativa che Tatcher negava.
Basta il breve volgere di una carriera durata un lustro per raccontare, in un saggio che finisce con la fine degli Smiths, lasciando fuori il gossip e le derive legali seguenti, per giocare tra romanzo e saggio storico sullo spirito di quel tempo, tra la presidenza di Reagan e la cupezza delle destre al potere.

E lo si comprende, spiega l’autore di Charming man, anche leggendo tra le righe di un gruppo mai esplicitamente politico nei testi e al contempo, nelle dichiarazioni pubbliche e nell’immaginario, molto connotati, che comincia a portare a galla una serie di istanze non mainstream, e ad incarnarle.
Nelle vite dei suoi componenti, in effetti, trovano spazio vegetarianesimo a una omosessualità che diventa chiave di lettura della produzione artistica, pur se vissuta in maniera molto tormentata.
Viene facile allora cercare un apparentamento letterario, in una fiera dell’editoria. E, ascoltando l’autore e Federico Sardo, attento moderatore, gli Smiths potrebbero somigliare al romanzo di Jonathan Coe Middle England: una parabola della via mediana inglese, che non si sovraespone ma non è disposto a tirarsi indietro.
Del resto, ha per leader un personaggio denso e poi i controverso come Morrisey: un esteta, che ha imparato il mondo a 10 anni grazie a Wilde, nei libri messigli in mano da sua madre perché “lì c’è tutto quello che devi sapere sulla vita”: nessuno stupore che abbia vissuto portando l’aforisma all’eccesso. E lo sceglie come cifra per intervenire nel presente, non drogare a sé stesso pur restando nel quotidiano che è costretto a vivere e a venti che tirano altrove. Come la Brexit di oggi: uno shock, da cui stanno tuttavia nascendo gruppi che non mancano di prender posizione.
Così gli Smiths che, puntualizzato i relatori, “danno ai giovani una possibilità di esprimersi fuori dal pop patinato, come Battiato che fa cantare le folle di gesuiti euclidei”.
Tutto questo, va detto, nonostante si tratti di un gruppo che nasce a tavolino e funziona solo in sala prove. Hanno un’alchimia fortissima che nel quotidiano non esiste, da cui traggono un sentire a suo modo nostalgico, perchè sceglie di riprendere l’estetica dei Sessanta, per alimentare un’alternativa al pop colorato dei Duran Duran, ma anche all’alternatività codificata della Factory. Gli Smiths, spiega Rennis, sono alieni anche al post-industriale, che pure li ha resi iconici.
Sanno essere indie ma piazzare tutti e quattro i dischi in studio in testa alle classifiche, costruendoli con i testi violenti e la dolcezza delle melodie, o la dolcezza di certi pezzi che incontra la violenza degli hooligans.
Cinque anni, un lampo, prima della rottura consumata sull’elettronica che Morrissey riteneva poco umana e affatto autentica e nel tempo del post punk e della contaminazione elettronica. Nel loro essere fieramente rock invece, i ragazzi di Manchester sono quasi retrò, e al contempo rivoluzionari e senza tempo.
Ma non potevano durare, stretti tra l’insodddisfazione di Morrissey quando le vette di classifica vengono meno e la frustrazione dell’enfant prodige Marr, che non si sente libero di uscire dal seminato. Ma è questa parabola fulminante che consegna agli Smiths il fascino del fuori contesto, della breve durata in cui non fanno in tempo a intristirsi.
Che consentono di mettere in ombra la deriva di Morrisey che diventa razzista contro la musica nera, e non smette di fornire orrendo prezioso materiale da clickbait, facendo aumentare la schiera dei nemici forse, geloso di Marr, il cui talento innato mai s’accorda con un artista che, dice Rennis, “ha provati tanto e sempre fallito”
Meglio tornare allora agli Smiths originali, pronti a scagliarsi contro Tatcher e la monarchia, odiati come una nemesi. Anche perché, nella visione della Lady di Ferro, non c’era spazio per l’arte. Niente sussidi, niente “college d’arte”, gli strumenti dei nuovi artisti. E invece aveva bisogno di simboli, quella Inghilterra in cui si faceva la fame, ci si sballava coi solventi, tra terrorismo e guerra alla fine del mondo: una miscela di cherosene nell’aria, dicono i relatori, che rischia di far saltare tutto.
Ad un tempo cupo che forse oggi riconosciamo, in cui “La bomba ci ha tenuto insieme”, ovvero é l’avvicinarsi dell’incubo, in quei caso nucleare, l’angoscia a cui reagire con la sicurezza del passato. Per reagire ad anni in cui ci sono ancora i buchi delle bombe e per le strade della città operaia ci si copre ancora coi giacconi della RAF.
Era, quello, spiega Dennis con un velo di ironia, l’ultimo periodo in cui ancora si credeva che la musica potesse cambiare, se non il mondo, almeno le vite dei singoli. Ma senza illusioni ROMANTICHE, perchè la vita è più artistica del costrutto. E più contraddittoria, come quella di Morrisey che non riesce a sentirsi parte di un collettivo che non sia la working class, e non si sa sentire un portavoce.
Per questo si fa invece il profeta del quarto sesso, e gioca con una lingua che consente l’ambiguità. Lo guida un’infanzia piena di donne forti. Che lo introducono al femminismo contemporaneo, in una città come Manchester che tra le prime all’università aveva un corso di femminismo e una tradizione contestatoria.
Lo si può allora riconoscere come antesignano della fluidità, glamour, ma portatore anche di una sofferenza che lo avvicina a Testori e Pasolini. Ma in fondo, la sua battaglia è un’altra. E passa attraverso molta ironia, che la stampa non riusciva a cogliere, con la volontà di non prendersi troppo sul serio che permette di lasciare il segno, affrontando il proprio tempo con rabbia e fame da working class per arrivare ovunque.
Gli Smiths sono stati una stella che è brucia e si è spenta improvvisamente. Ma non la scia del loro fascino.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







Una risposta
Anche la carriera solista di Morrissey è molto interessante ; del resto il nostro si è sempre circondato di eccellenti musicisti, per dire su “Your arsenal” era affiancato da Mick Ronson ,chitarrista di Bowie nei suoi capolavori anni’70( in un altro disco aveva ottenuto persino la collaborazione di Morricone…).
I gruppi musicali (e gli artisti in generale) contemporanei sono estremamente conformisti(anche nel loro essere ultraprogressisti e woke…) ; le posizioni contro la Brexit (in particolare) sono dovute anche a danni effettivi nelle loro attività portati dall’addio alla UE…
Il libro sembrerebbe, comunque, interessante(come del resto questo articolo).