La rabbia: un sentimento pericoloso, dicono alcuni, utile, secondo altri, da comprendere, in altri casi ancora. In base a cosa? Se parliamo di rabbia collettiva, andando al di là degli individui, la risposta diventa evidente. La rabbia, oggi, è uno strumento di potere. Parte da qui Franco Palazzi nel suo La politica della rabbia, il recente saggio di Nottetempo.
La fotografia tracciata a Più libri più liberi è impietosa (o meglio: genera ulteriore rabbia), soprattutto in bocca a persone che di rabbia e potere si intendono per averne subito: Maria Edgarda – per tutti Eddi – Marcucci, che dopo aver combattuto l’ISIS al fianco delle donne curde è sottoposta a sorveglianza speciale come individuo socialmente pericoloso e Leonardo Bianchi, giornalista e scrittore che al risentimento e ai complotti ad esso collegati ha dedicato due acuti saggi per Minimum Fax.
Sue voci titolate a riconoscere che «ora che succede, non ci sorprende se la rabbia fa parte della congiuntura politica e del senso comune». È questo, un presente di una rabbia a due facce, che genera reazioni opposte. La rabbia che mette in discussione le ingiustizie sociali viene stigmatizzata e ritenuta sovversiva, non può essere rivendicata o agita in pubblico. La rabbia che fa eco a un sentire razzista e discriminatorio sempre più diffuso, invece, merita parole di circostanza e poco altro, quando non una accomodante comprensione in nome di un malessere diffuso.
Che cosa s’intende? Palazzi lo spiega partendo da un evento preciso. L’omicidio di un uomo senegalese, Idy Diene, ucciso con sei colpi di pistola a Firenze, nel 2018. La comunità senegalese aveva reagito con delle proteste nel corso delle quali erano state divelte due fioriere. Se si cercano i titoli de giornali relativi a quell’avvenimento, il primo è eloquente: “Divelte fioriere: paura in centro”. La morte di un uomo vale due fioriere? (Va detto, per altro, che la comunità senegalese, immediatamente, si autotassò per ricomprarle).
L’omicidio di Diane non è un caso isolato. È del 1990 la prima caccia all’uomo in città contro la comunità senegalese, scomparsa dalla memoria pubblica e rivendicata da Ludwig, spiega Bianchi. Un pestaggio che aveva causato uno dei primi scioperi dei migranti. Nella memoria storica questa autorganizzazione in risposta era stato un affronto. Nel 2011, nelle stesse strade, Gianluca Casseri (derubricato a “simpatizzante neofascista” o semplicemente “pazzo”) nel 2011 ha ucciso tre persone. Serve vedere una correlazione tra gli episodi? La moglie di Diane era già vedova di una delle vittime di Casseri.
Eppure, si può facilmente verificare in rete a riempire le pagine sono state le fioriere. Esiste, afferma Palazzi, una rabbia inaccettabile e una comprensibile, che fa eco proprio a Firenze: quella di Macerata, di Luca Traini, secondo cui la “vendetta” di una morte di una ragazza bianca doveva essere quella di uccidere, a caso, chi passava per strada. Purchè fossero neri. «Lì la normalizzazione è stata totale. Si sono anzi stigmatizzate le manifestazioni antifasciste. Un evidente spostamento del fuoco, senza chiamare un attentato come tale».
Si rivela così un doppio registro che è anche il filo conduttore del libro: stigmatizzazione del dissenso e giustificazione di un mantenimento dello status quo violento. Ne emerge, sintetizzano, che «siamo figli – per quanto involontari – di un sistema». All’interno del quale i procedimenti hanno nomi propri, ma l’attacco non è individuale. come non lo è verso Nicoletta Dosio e Dana Lauriola, militanti NoTav esposte alle stesse misure. Il messaggio, piuttosto, è: volete essere i prossimi? Non è attraente.
Eppure, è proprio l’esperienza NoTav a mostrare un’altra faccia della rabbia, quella generativa: ha cambiato la percezione dei luoghi. Dalla valle prima si voleva scappare, adesso c’è chi se la porta sul bavero, ci sono festival e vitalità di idee. E, affermano i militanti, «è meglio essere donne in Val Susa oggi, di quanto non lo fosse anni fa». Una situazione in cui, spiega «le misure di prevenzione sono una potenzialità sempre in essere, in cui possiamo vedere la possibilità che lo Stato si tiene di sanzionare i comportamenti che non ritiene coerenti con il suo agire».
E per evitare le quali bisogna “vivere onestamente”, così dicono i documenti. Ma cosa significa? Esiste una rabbia calata dall’alto, e una calata dal basso, da tacitare per vivere tra gli onesti. Ma, sostengono, Il ricorso alla narrazione ideologica della folla impazzita è potente, soverchiante, ma non per forza vince. Ed è questo che misura lo stato di un paese. E a dirlo non è un militante, ma Foucault: «il diritto va studiato non nel suo punto più alto ma in quello più basso».
Tuttavia, chiarisce Palazzi, «alla rabbia bisogna accostarsi con la tecnica della balistica». Dobbiamo stabilire con preciso chi, perché e verso dove è rivolta. Quella del capro espiatorio è una scorciatoia in cui qualsiasi elemento grottesco si inserisca è funzionale. La rabbia invece è qualcosa che si interroga sulle dinamiche sociali. La scelta degli strumenti per manifestarla non è neutrale né completamente libera».
La rabbia, poi, non è per forza violenta, e anzi per questo è più radicale, ma non è detto che La rabbia non violenta sia per forza efficace. Se la rabbia non pacifica fosse importante? C’è poi, secondo il saggista, un’altra fondamentale differenza: quella tra odio e rabbia. Se io ho deciso di odiare incondizionatamente qualcuno, quelle persone non smettono di essere ciò che sono. La rabbia invece veicola informazioni. La rabbia si muove, non ha paura del cambiamento. L’odio è statico.
Per questo è fondamentale l’impianto filosofico: la teoria della rabbia deve servire a spingere chi non si sente coinvolto a partecipare. A ribaltare gli sguardi: è però una teoria che segue una prassi. Quella della rabbia guaritrice, non come fine ma come mezzo per salvarsi.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






