“Di ben altri tributi ha bisogno una donna. Del rispetto di se stessa, e del proprio pubblico”: una battuta che restituisce il senso di (purtroppo) radicale novità di Rosa conchiglia nel raccontare Anaïs Nin, scrittrice e poetessa che la storia – quella piccola parte che se ne ricorda – ha consegnato alla memoria quasi soltanto come amante di Henry Miller e come autrice erotica.

La narrazione – evocativa, lirica e, è proprio il caso di dirlo, liberatoria – che ne fa Debora Zuin prestandole la voce, rende anche evidente il senso di inserire questo spettacolo, benché non sia a tematica LGBTQIA+, nel programma dell’edizione 2026 di Lecite Visioni, da decenni colonna portante della stagione del Teatro Filodrammatici.
In una rassegna – quest’anno dal titolo Iperurani – che ha scelto di parlare di corpi liberati e amori che aiutano a scoprire se stessi, quello a lungo ingabbiato nei pregiudizi e in una relazione tanto importante quanto venata di controllo da un lato e di amori esotici e sognati senza vincoli dall’altro.
In fondo anche narrare storie come questa significa “trovare nuove parole per una nuova società che sarà, ma anche mentre la costruiamo”, come ha specificato Piergiorgio Paterlini presentando, con Riccardo Pedicone, Il mio amore non può farti male, la sua biografia di Harvey Milk, primo politico gay nella San Francisco degli anni Settanta, pensata (e richiesta dall’editore Einaudi) per i ragazzi.
Del resto, anche quella di Milk è la figura di chi non è sempre stato attivista né eroe, e ha rifiutato di recludere la realtà della comunità di cui si faceva voce in uno spazio separato da quello della società civile di cui ognuno è parte, occupandosi, da politico, di molte minoranze, delle abilità di ognuno, ma anche e persino di benessere urbano e della cura degli animali.
Una visione che oggi forse si chiamerebbe olistica, che Paterlini ha tratteggiato col consueto garbo e con la lucidità di chi, essendo stato tra i primi a dare voce a ragazzi che non avevano le parole per raccontare se stessi – in anni che oggi ci paiono per certi versi lontanissimi e forse non lo sono davvero – riconosce l’importanza anche per la comunità di non parlare soltanto a se stessa, ma conservare una postura che – senza indietreggiare su ciò che è urgente dire, fosse anche necessario adattare, con un briciolo di pur sempre coerente fantasia, la voce di Milk alla propria – può parlare davvero a ogni persona.
Così come fa l’Anaïs Nin di Zuin, che muovendo intorno a sé volumi che a volte sono carichi, a volte avvolgenti confidenti, svela di sé l’altra immagine, quella più autentica, di un’artista che sa essere insieme carne e poesia, spinta dall’esigenza di consegnare al mondo sogni in cui il desiderio ha il suono dell’onda del mare e porta in luoghi illuminati dall’incontro, dove non ci sia più bisogno di capire ma si sia, invece, trasportati nel paesaggio esotico del corpo dell’altro.
A trattenere la donna che Zuin incarna lieve e profonda a un tempo, c’è però un maschile affamato soprattutto di ben altro. Del denaro di cui l’amato ha bisogno per nutrire le proprie ambizioni letterarie, del sesso senza poesia che un committente anonimo esige da lei in forma di racconto per pochi dollari al mese.
E Anaïs offre quel che le si chiede per bisogno e per dovere, senza che mai nessuno, tuttavia, possa privarla dello spazio della propria intelligenza, dove nelle sue parole tratteggia una caricatura del sesso e del maschile – così sagacemente spietato e sincero come quello che questo spettacolo ne fa – senza che gli oggetti dello sberleffo se ne rendano conto.
In uno spettacolo calibratissimo e raffinato, in cui erotismo e onirico sono due componenti di uno stesso canto, finalmente la grande firma del racconto del sesso riprende possesso di se stessa e riconsegna al mondo la sua libertà, la sua intelligenza e la sua autentica poesia.
E la responsabilità dell’amaro sarcasmo con cui si congeda da noi posteri, dopo aver lottato tanto per donare al mondo i suoi sogni: “che peccato sarebbe se restasse di me soltanto la pornografia”.
Corpi che brillano sono anche quelli dei Satelliti di trama che piovono sopra le teste degli spettatori prima dell’animarsi del palcoscenico.
Sia il lip-sync sensuale di chi usa una delle forme d’arte più tipiche della comunità queer per riappropriarsi di un corpo sensuale svelando l’oro sotto una coltre nera, o chi rivendica la propria transessualità umana dentro un’identità aliena (e potrebbe tranquillamente aver preso da Copi, il cui Frigo è andato in scena la sera successiva).

Voci che rivendicano i propri corpi come trasformazioni alchemiche, scoperte di un segreto che supera l’umano per immaginare e costruire mete nuove.
Corpi che inventano la propria libertà da dentro una prigione imposta sono anche – e forse soprattutto – proprio quelli di Copi, che con Il Frigo torna in scena all’interno del festival dopo decenni di colpevole rimozione.
Per riportare sul palcoscenico una figura geniale e simbolica del fumetto e della drammaturgia contemporanea – di cui in Italia si ricorda forse solo il lavoro firmato Teatro dell’Elfo e noto come Tango Barbaro (in originale Cachafaz) con Mariangela Melato e Toni Servillo – Andrea Adriatico sceglie saggiamente Eva Robin’s, che oltre a una interpretazione centrata ma libera dalle strettoie del mestiere, porta in sé il superamento dei confini strutturale a Copi.
C’è tutto l’immaginario surreale e lisergico dell’autore franco-argentino dentro questa donna che – reclusa in casa – fa popolare la sua costrizione dai mostri, dai sogni e dai desideri, a tratti facendo entrare dalla sua porta minacciose violenze e distruzioni senza quartiere, a tratti facendo sbucare da dietro un angolo tenere e carnali immaginazioni di fuga.
Sognando che un nascondersi dentro a un frigorifero possa trasportarla altrove, l’autorivendicata follia di questa protagonista fieramente donna quanto orgogliosamente al di là dei generi mette in scena anche l’esclusione violenta di cui le persone come Copi erano vittima, per mano e voce della propria stessa famiglia.
Tra un topolino come unica possibilità concessa per dare amore e cura e una domestica devota e violentissima, Copi mette in scena una madre spietata e un po’ punk – e, in mezzo alla leggerezza, l’angoscia di quello che allora veniva chiamato “cancro dei gay”, quell’AIDS che lo uccide nel 1987 e di cui la carcerazione casalinga (come l’alone viola di certe vecchie pubblicità) è forse la metafora.
In effetti, tutta la violenza e il rifiuto accade – pur dentro a una casa che omaggia il suo autore fin nelle strisce alle pareti e nella carta da parati psichedelica – fuori scena, lontano dallo sguardo, immotivata e brutale, e quel che appare nello sguardo sono maschere di corpi e malcelati desideri, come una psichiatra incarnata da una bambola gonfiabile nuda.
Un viaggio allucinato e senza sconti che – con una interpretazione convincente – dissemina ferite in mezzo all’ironia, suggerendo ancora altrovi impossibili come unico spazio di salvezza. E se quell’altrove – o per dirla con il direttore artistico Michele Di Giacomo, che proprio a Copi sembra aver guardato per scegliere il titolo della rassegna di quest’anno – quegli Iperurani non fossero, precisamente, il teatro? Dove tutto può accadere, ogni amore e ogni salvezza ha il suo luogo per esistere.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.





