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La parola al Teatro #111. L’epopea dell’irrealtà di Niguarda e la follia della realtà

di Chiara Palumbo

Come si fa, davvero, teatro sociale? La risposta di Minima Theatralia è: dando – davvero – spazio alla follia.
Così prende vita l’Epopea dell’Irrealtà di Niguarda, sul palco del teatro Elfo Puccini, davanti a una Milano che si raccoglie per omaggiare i suoi cittadini e i suoi quartieri appena dopo il ponte del Primo Maggio.

immagine per Irrealtà di Niguarda, Minima Theatralia
Irrealtà di Niguarda, Minima Theatralia – foto di Laila Pozzo

Di teatro sociale si parla sempre di più, ma difficilmente riesce a essere un’esperienza davvero inclusiva. Fa eccezione, in questo senso, Milano, dove (forse a compensarne la narrazione iperproduttiva e stritolante) le esperienze teatrali sul territorio stanno prendendo nuove ribalte.

Il nord della città, in particolare, si raccoglie intorno al quartiere Niguarda e – soprattutto – intorno ai Duperdu, nome offerto da Nanni Svampa, la musica come vocazione della famiglia intera (insieme a Marta Marangoni, cantante, e Fabio Wolf, musicista, in scena ci sono i giovanissimi Plinio e Dalia) e creatività attoriale da vendere.

A guidarli, nella loro carriera, che spazia dalla canzone al cabaret, alla prosa, c’è una vocazione alla lucidissima follia che li ha portati ad accompagnare in scena più di ottanta persone, insaporita da una abbondante dose di surrealismo che arriva direttamente da Alejandro Jodorowsky.

Se ne avverte l’eco dentro all’evocazione del mito fondativo da cui il quartiere Niguarda – che cento anni fa esatti veniva annesso alla grande città – si reggerebbe. Una genealogia femminile – e radicalmente femminista – che muove da una capostipite che ha il corpo e i toni di una Cristina Crippa che pare uscita direttamente da un film di Tim Burton, e deve, come i suoi discendenti, porsi in dialogo una dea – anzi una Diosa, col volto di Marta Marangoni, occhieggiante, per più di due ore, a molti metri dal suolo, con la rabbia di una divinità che si compiace a distruggere, tramite le ripetute inondazioni del fiume Seveso che gli abitanti del quartiere ben conoscono, eppure forse distrugge, sempre, per ricostruire.

Nello svolgersi di un’epica di periferia, di cui tiene le fila dal chiuso del suo gabinetto un giornalista anarchico smaccatamente comico, punteggiato e arricchito dalle musiche dal vivo, come sempre originali, firmate da un Fabio Wolf con gli attributi estetici di una Malefica.

In scena, occhieggiano professionisti divertiti e divertenti nel mettersi in gioco come Rajae Bezzaz, per dar forma nel gioco della scena alla realtà di una periferia multiculturale e originale, dove ciascuno trova, a modo proprio, le sue misure d’esistenza.

Nella girandola di nascite, amori ed incontri, dove il tempo che passa da forma ai ricordi in forma di gallerie di ritratti, la vera protagonista è – però – la gente di Niguarda. Per usare le parole della locandina, 80 cittadinə di diversa età, abilità, provenienza, genere e possibilità dei quartieri del Nord Milano.

A voler essere più precisi sono l’orchestra musica e disabilità Allegromoderato che affianca i due Wolf, padre e figlio, alla musica dal vivo, e poi Le Compagnie Malviste, Collettivo Clown, QuattroX4, e Coro Ipazia.

Nel concreto, però, sono artisti non professionisti che recuperano il senso più profondo dello stare in scena. Cui sta stretto l’abusatissimo concetto di riscatto e che, divertendosi in scena, fanno qualcosa che somiglia di più al travestire di surrealismo e irrealtà il neorealismo che ha segnato le esperienze più felici dell’arte italiana.

I protagonisti di questa “epopea dell’irrealtà” vanno in scena costruendo per se stessi il proprio stare in scena, non adattando a loro lo strumento teatrale. Sono inseriti in una drammaturgia – a firma Francesca Sangalli – che non ne fa “quote” di una minoranza, ma artisti che danno il proprio esito naturale a mesi di laboratori nel corso dei quali hanno preso forma tanto il testo quanto tutti gli aspetti della messa in scena, dall’attrezzeria ai costumi, cui sono state le protagoniste in scena a cucire i bottoni.

Ne emerge un viaggio surreale e grottesco, in cui si ride a crepapelle calandosi però compiutamente in una realtà che emerge tanto più forte quanto più l’inventiva scenica si fa originale e colorata, tra santone dal carattere deciso e la scoperta di nuove libertà, è il teatro che si adatta a una realtà dove anche i confini tra le identità e i legami prendono forme nuove, mediate sempre da un amore che vale la pena di essere raccontato, in scena, anche e forse soprattutto per tutti coloro che dalla narrazione, anche di questo aspetto, vengono rimossi.

Nell’atto psicomagico della scena, tutto non solo può esistere – perché già esiste – ma acquisisce una nuova dignità; e per farlo, insegnano i Duperdu e i loro ottanta compagni di scena, il modo migliore è riderne, insieme.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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