Ci sono domande di senso che non si esauriscono anche dopo essere state apparentemente sviscerate alla nausea. Sono, in genere, le domande sulla radice delle cose, sul motivo della loro esistenza. E a chi vive di storie, non si può che chiedere di quelle. A rispondere, a Pordenonelegge, sono due dei nomi considerati iconici delle lettere italiane: Walter Siti ed Edoardo Albinati. Come sovente accade in questi confronti, i relatori si sentono investiti del bisogno di recitare una parte.

Albinati ci tiene a scegliere quella del «poliziotto cattivo», ed esordisce affermando che «non è vero che il leggere libri dia accesso a una superiorità.

Sono invece legato all’idea che possa esistere una bontà, una grazia, nella vera ignoranza». Da sfatare, sostiene, anche l’idea della similitudine tra le arti, che secondo l’autore de La scuola cattolica sono concorrenti e in qualche caso nemiche.

Quel che è certo, sostiene Siti, è che «ognuno ha in testa un’ideologia legata alla letteratura, ognuno la pensa in relazione a come è cresciuto». Allora, forse a costo di replicare una metafora già ampiamente usata, alla domanda perché la letteratura? Non può che rispondere «per lo stesso motivo per cui si sogna». C’è, nelle pagine, la possibilità di fare emergere l’inconscio di chi scrive e chi legge, e non sono mai le stesse suggestioni.

Lo sguardo di Siti restituisce quindi una «letteratura come strumento per fare emergere l’inconscio del mondo».

Non solo, ma – sostiene – a patto che l’ingranaggio letterario funzioni, mettere in parole libera delle censure, dà spazio anche a quello che tu stesso non sai. Una riflessione che induce l’autore nato a Modena a fare eco al suo ultimo pamphlet Contro l’impegno: «se serve a trovare quello che non sai ancora, viene umiliata dall’usare la letteratura per esprimere idee che sai già. Si scrive letteratura perché il mondo è oberato dalle repressioni e la letteratura serve a superarle».

immagine per Pordenonelegge Edoardo Albinati e Walter Siti
Edoardo Albinati e Walter Siti – foto Anna Maria Caputo

 

Nell’immaginario dei due autori, però, la letteratura, e la scrittura, poi, emerge da uno stretto rapporto con la solitudine.

È «qualcosa che tu potevi fare nella cameretta uscendo dalla cameretta». Per andare verso mondi alternativi e quindi per agire quello che altrimenti ti è precluso: incitare ad atti eroici o portare alla follia. «Raccontare una storia è portare il mondo in casa», e da questo mondo essere colpiti, sconquassati, possibilmente.

Sintetizza Siti: la letteratura è uno shock, come prima cosa ti spaventa. Perché questo possa avvenire, però, secondo i due autori, lo scrittore deve «creare un silenzio dentro di se, mettere un diaframma tra se e il mondo. La scrittura è misurazione di una distanza o confessione di un’impotenza. Quella di non poter contenere il mondo.

Lo scrittore vede passare il mondo non lo sa afferrare e usa le parole per provare a fermarlo». Ne restituiscono quindi l’immagine di un distaccato, se non di un inadatto, che «non sapendo vivere, usa le parole come un surrogato» l’abitante di una vita mancata che ti rende vorace. Diventa quindi essenziale che «lo scrittore sia passivo rispetto al mondo, penetrato, trafitto» per poterlo restituire.

Peculiare anche la posizione dei due autori – che a spregio dell’impostazione iniziale finiscono col trovarsi sostanzialmente concordi, della scrittura come obbligo alla memoria.

Per Albinati serve invece «per attraversarla e quindi lasciarla alle spalle». Trasporre in racconto significa liberarsi di qualcosa di cui poi si occuperà la pagina

Avendo poi una esperienza di docenza, Siti non può non soffermarsi sul rapporto con la scrittura dei giovani che la scelgono come professione. Vede ragazzi che cercano una «definizione di sé attraente, quindi pensano di dover scrivere cose per le quali è immediatamente evidente che saranno considerati scrittori». Compito dell’insegnante è, quindi, trovare un diverso perché.

Quello che Siti considera più importante è «per andare a vedere quali altri ci sono dentro se stessi». Ma senza l’illusione che sia un libro a cambiare quel che siamo. Perché, chiosa Albinati, «se la vita te la fai cambiare da un solo libro diventi un fanatico, o eri un vuoto destinato a essere riempito da una verità, mentre i libri sono una costruzione». «Un altro perché sbagliato è scrivere perché lo hai già fatto. Arrivi a scrivere veramente di nuovo quando non ne puoi più del pieno che hai intorno.

La scrittura parte da un vuoto, non da un pieno, da lì vengono le parole vere». Così si verifica l’incontro con l’immagine che della scrittura ha dato Philip Roth: una lunga lettera a se stessi. «Nello scavo non c’è un se stesso solo, ma molti, la lettera a sé non può che attraversare la molteplicità. Tirare fuori quello che hai dentro non puoi farlo senza imitare il mondo». A se stessi o forse a nessuno.

Quel «parlare di persone che non esistono a persone che non esistono» cui fa cenno Flannery O’Connor. sei capace di dir tutto a una persona che hai davanti? L’immediatezza frena la verità.

E allora, nell’ennesima domanda di senso della letteratura, non resta che da chiedersi quale posto abbia la bellezza.

«Sono sospettoso – dice Siti – verso chi dice che la letteratura basta a se stessa, perché è estetizzante. Devi assumerti le responsabilità di quel che dici, non ti puoi liberare dall’etica, ma usando l’estetica come strumento».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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