Comincia Pordenonelegge e torna l’appuntamento annuale di apertura con il Premio Campiello. La forzata assenza che la vincitrice Giulia Caminito – con l’apprezzatissimo L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) ha creato l’occasione di confrontarsi sul dietro le quinte del premio veneto, con Daniela Brogi, docente universitaria e membro del comitato tecnico, e sui retroscena, con Eugenio Calearo Ciman, dalla presidenza della sezione giovani di Confindustria Veneto al comitato di gestione del Campiello: la voce giusta, secondo il moderatore e scrittore Gian Mario Villalta per parlare dei giovani del Campiello.

Di quella sezione cioè che ospita autori tra i 15 e i 22 anni, il cui racconto viene valutato dalla stessa giuria, anonimamente. Lo strumento giusto, secondo Calearo, per riconoscere “vero valore e vero merito”. E del resto, annota Brogi, diversamente da altri premi, quello che sottostà al Campiello è «un seminario permanente dedicato al racconto, perché iniziamo a lavorare insieme a febbraio. Ci confrontiamo sulle letture degli ultimi mesi e su quelle possibili.

Per noi è importante soprattutto capire come il premio possa intercettare la contemporaneità» e per farlo, niente viene lasciato da parte. «Anche chi non è votato da tutti viene letto, discusso, analizzato, in uno spirito, anche, di disaccordo creativo».

Una bella lezione, questa, anche per il mondo fuori dai libri, che avrebbe un gran bisogno di fare esperienza dell’accordo nella diversità. Sintetizza Villalta: «una cultura del disaccordo intelligente non esisterebbe la cultura dell’odio».

immagine per Pordenonelegge #1. Quando il romanzo incontra le industrie: Paolo Malaguti e il Premio Campiello
Serata Campiello – Paolo Malaguti conDaniela Brogi, Eugenio Calearo Ciman e Gian Mario Villalta

 

Data la particolare contingenza, a portare la voce degli autori all’interno del Premio è Paolo Malaguti, che è un frequentatore del festival fin dal suo debutto, perché « qui si riservano spazi agli esordienti garantendo un pubblico, abbondante, attento e partecipe».

Con Se l’acqua ride, (Einaudi) torna a cercare «una narrazione molto aderente a un mondo. Molto duttile nel giocare sui registri, evitare il dialettalismo e l’italiano comune», dice Villalta. Ne emerge, un bel romanzo di formazione con figure, anche popolari, che restano impresse.

Veri protagonisti sono i burci, le chiatte che fino al miracolo economico portavano le merci sui fiumi. L’autore, spiega, cercava una prospettiva alternativa per inquadrare una vita di pianura non di terra, bensì d’acqua. A interessarlo, in particolare, era «la morte del fenomeno».
Il momento dell’avvento del boom che ha cancellato coi tir generazioni di flotte. «Una fine scomposta e sbagliata che ha cancellato la civiltà delle barche», a cui rendere memoria come figlio di una terra – Malaguti è nato a Monselice – «che avrebbe dovuto ricordarsi e ha dimenticato»

Diverse sono la legge dell’acqua e la legge della terra, dicono queste pagine. Che sono nate, racconta il loro autore, pensando a Caronte, nonno di una famiglia di barcaroli, che vede venire la fine del mondo come l’ha conosciuto.

La volontà di rendere la narrazione meno cupa ha indotto poi Malaguti a scegliere come protagonista il nipote, Ganbeto, un adolescente legato a quel mondo, certo, ma che assiste alla fine del mestiere e insieme guarda con desiderio e «ineliminabile fiducia» a quello che gli sta capitando, come non puoi non fare a quella età. «E a lui sta capitando il futuro che arriva».

E i suoi molti volti, dalla Vespa all’emancipazione femminile. Quello tra nonno e nipote è spiegano, un rapporto giocato sulla lingua, lo scontro tra Ganbeto rieducato all’italiano e il dialetto chiuso di nonno Caronte, raccontato da una generazione, quella dello scrittore di oggi, che del mistero di un dialetto perduto conosceva solo la lingua degli insulti. In questa battaglia linguistica impossibile non riconoscere, concordano l’autore e Villalta, un’elegia di Luigi Meneghello, e il segno tra i due personaggi un legame affettuoso.

Un romanzo, questo, che secondo Brogi si inserisce in un filone che in questi giorni ha molto da raccontare. Dialoga, infatti, con Il Buco di Michelangelo Frammartino, premiato al Festival di Venezia.

In comune c’è il racconto di un’Italia arcaica degli anni Sessanta, che nel buco ha la forma di una macchina da presa che si porta dentro un abisso, sul piano formale. «Trattando il linguaggio, scolpendo e variando i registri, Malaguti fa la stessa cosa».

Brogi chiama queste «operazioni di dragamento» nella terra, che tuttavia, malgrado condividano l’immagine di famiglie archetipiche, non sono operazioni nostalgia. Questi racconti così ibridi dialogano con la natura, ma soprattutto «col mondo premoderno dentro cui si cerca di fare esplodere narrativamente le contraddizioni della contemporaneità».

Se la nostalgia è elegiaca, questi racconti invece «costruiscono e sperimentano un ambiente narrativo distopico. Si fa una visione calata nel passato. Non ci sta chiedendo di ricordarci come eravamo, ma come possiamo vivere insieme nel futuro». Tra natura e progetto non c’è familiarità e fusione ma linguisticamente si ferma lo sguardo attraverso parole che sanno risuonare. Perché «la letteratura ti chiede di interrogare quella opacità che qui viene costruita a livello di impianto»

Così la narrativa incontra l’industria, come accade di fatto all’interno del Campiello, e rimane da chiedersi quanto e come si avverta, se accade, la necessità dell’industria di questo tipo di narrazione. Se, ad esempio, si voglia «creare discorsi che sanino quello che il progresso crea come frattura di continuità e di confronto». Come fa Malaguti narrando un’epoca in un’estate, fatta di frammenti d’infanzia.

Secondo Calearo, ad esempio «viviamo in un mondo di progressi in cui qualcuno rimane sul campo. Il mondo che cambia toglie lavoro, ma crea occasioni migliori anche per le persone».

Ai Ganbeto di domani, l’ardua sentenza.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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