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Festivaletteratura #5. È e sarà Michela Murgia

Un lungo applauso e il pubblico in piedi. Il saluto di Mantova a Michela Murgia si apre così. La sua presenza, in assenza, è l’indiscutibile protagonista del Festivaletteratura.

Nello spazio pensato perché fosse lei ad abitarlo, lo diventa l’eredità più autentica, le sue parole, piene sempre di tutta la vitalità che negli ultimi mesi l’aveva indotta non solo a confermare, ma a moltiplicare l’impegno mantovano. Marcello Fois, che avrebbe dovuto accompagnarla, commenta: «Ci siamo messi in programma come se avessimo davanti un futuro infinito, senza considerare che siamo mortali, Ma gli intellettuali non sono così mortali, e noi oggi ragioniamo in presenza».

immagine per È e sarà Michela Murgia
Michela Murgia, foto di Chiara Pasqualini

Chiara Valerio ha parlato di lei al futuro, ma, nella perfetta sintesi del comitato del festival, siamo noi a declinarla al futuro. Nel presente ci sono ottocento persone commosse e grate, ci sono dodici libri, E c’è, sul palcoscenico, la sedia vuota di un’assenza apparecchiata per cena che, sorride Alessandro Giammei, è l’ennesimo gesto politico attivo che Murgia ha voluto per sé: «è un grande scherzo. Siamo qui a fare un casino, un rave per finanziare chi salva vite in mare, chi ha il coraggio di non lasciare sole le persone. È un desiderio follettesco e profondo di Michela».

Per quasi un’ora e mezza, l’unico tempo verbale accettabile è il presente. Ed è immediatamente evidente come non sia una posa, ma un’esigenza collettiva. Non c’è un vuoto da colmare. Perché: «abbiamo un futuro infinito, un orizzonte senza misura». Non un moto istintivo di nostalgia, ma di grande lucidità. Chi prenderà il posto di Michela? Fois e Giammei non hanno dubbi: Murgia stessa. Resteranno i materiali video e audio, la traccia tecnologica del suo pensiero, che quasi diecimila persone stanno con generosità e acribia raccogliendo.

E restano, soprattutto, i suoi libri. L’omaggio a una scrittrice diviene, così, una celebrazione del ruolo della letteratura, e delle pagine capaci di dare risposta ai dubbi.
C’è, spazio, però, anche per l’emozione personale. Il collega sardo, evoca con dolcezza le discussioni, «una prova generale della sua attitudine teatrale, della sua abilità anche a far finta di credere a quello a cui non credeva, per metterti di fronte all’evidenza dell’opposizione. Il gioco che in un paese senza ironia l’ha fatta passare per una detrattrice di Battiato! Eravamo però d’accordo che la lettura è il definitivo terreno di autodeterminazione che ci possiamo permettere, il luogo in cui rapporto con la pagina diventa attivo»

La sintesi di Fois è luminosa e fulminante: Murgia è un romanzo, non un telefilm. Nel tempo in cui è e sarà facile tirarle la giacchetta, o appiattirne la complessità, la puntualizzazione che arriva dal palco di Mantova è preziosa: il pensiero di Murgia, infatti, pone delle esigenze di attività rispetto al suo pensiero attitudine di questi tempi senz’altro poco comune. Viene da se la riflessione sulla qualifica, e il compito, di un intellettuale, che la sua figura ha, in queste settimane, portato con sé. Come rispondere a una sua domanda, a quella di un intellettuale? «Ponendosene altre, senza mai pretendere di essere d’accordo con l’assioma».

I suoi libri sono infatti disseminati di pertugi, di possibilità e significati moltemplici.  Dentro cui si annidano i malintesi. Che sia una figura aggressiva. Che abbia scritto poco. Che sia rapida, troppo. Rapida, senz’altro, la sua intelligenza lo è, Ma s’è alimentato il malinteso che basti poco a capirla. Al contrario: «Bisogna leggere, ma leggere significa attraversare l’intero arco di un romanzo. Facendolo, progressivamente perdi qualsiasi riferimento e pregiudizio a proposito di quanto credi di sapere».

Se quindi, l’eternità di Murgia – e il senso collettivo della sua figura – passa attraverso le sue parole, omaggiarla e comprenderla significa passare attraverso di esse. Partendo dal romanzo che, fin dall’inizio, doveva essere protagonista di questo appuntamento, l’ultimo romanzo, Tre ciotole (Mondadori) un romanzo che, chiosa Giammei, «per prima cosa, rompe le scatole a Michela Murgia». È stato scritto con disciplina straordinaria, in pubblico, protetta dal vetro di un locale di Trastevere già iconico ed esposta al confronto, essenziale, con l’altro.

Sono pagine in cui «si è immaginata come un nemico. Si è messa alla berlina, si è verificata dall’arte letteraria di immaginarsi nemici a se stessi». Lette oggi, con la consapevolezza della scelta di resa pubblica di alcune porzioni della sua vita, – nuovamente, in veste di atto politico – sono pagine struggenti. Vi si trova una donna senza più maschere, che talora non si riconosce ma c’è, e talvolta scopre momenti di fragilità struggenti.

Una rarità per un’autrice per cui il privato è misura soltanto di un benessere collettivo, che – diversamente da quanto qualcuno può aver frainteso negli ultimi mesi – si riconosceva nella dialettica piuttosto che nel monologo. La sua professione prima, sostengono amici e familiari, era quella della lettrice. Il Festivaletteratura, in questo senso, è sempre stato anche per lei luogo importante. Perché, dice Fois «qui incontrava persone per cui aveva domande vere, non per parlare di sé. Peculiarità di Mantova, è, infatti, la chiamata di autrici e autori in veste di presentatori qualificati del lavoro altrui, rifiutando di essere una pura passerella per nuove uscite».

Ma cosa garantiva a Murgia questa qualifica? Secondo chi la conosce bene, essere stata Murgia cambiata dalla lettura, quando questa «non ti lascia dove ti trova». Della Murgia lettrice si rievocano rigore e rispetto critico, la capacità di essere discernente. I cui rituali di lettura erano tesi, sostengono, a parlare dei libri senza parlarne. Annullare l’individualismo, il suo più grande nemico, Alla prospettiva centrale tipica degli scrittori, spiegano, lei preferiva prendere la prospettiva obliqua di chi dice io senza essere protagonista. «È qualificata perché è stata salvata dalla lettura, con ha un rapporto non gratuito. Costa caro e in quanto tale diventa un dato importante».

La prima eredità, o il compito forse, più semplicemente, riempia l’esistenza di parole, è liberarsi dalla presunzione di vivere esperienze esclusive. «In una biblioteca ci sono più esperienze che in qualsiasi vita». Da qui, non da un istinto personale, sorge allora l’intenzione politica che ha fatto dire a Chiara Valerio che tutto, dalla risata alla musica, è politico «Lei sapeva adeguare qualsiasi vita al sistema in corso. Considerare il lettore un essere qualificato per l’esistenza». La letteratura, dunque, serve a non cercare conferme, ma a mettere in crisi, «a farci vedere quello che viviamo come un’esperienza cognita. La biblioteca diventa quindi un magazzino di modi per sopravvivere. E fare esperienza di libertà. Ecco quindi l’urgenza della «fatica di diventare lettori».

L’appello di Fois prende così la stessa forza di quelli di Murgia. Laddove dell’una risuona ancora il “vogliamo piacerci, non compiacervi”, il suo conterraneo parla di letteratura per dire d’altro: Smettete di pretendere che qualcuno scriva quello che voi volete leggere.

Quello che Giammei, professore di italiano a Yale, chiama l’incantesimo chiave di Michela, è evidente in Stai zitta: Rispondere all’istante creando eternità. Se la letteratura ci insegna che l’apparentemente insormontabile è un’esperienza già vissuta, la parola non risponde alle polemiche spicce, ma vuol offrire una risposta di senso. Non per rispondere a ministri o pretesi esperti pronti a intimarle di tacere. Dice Giammei «Lei scriveva sapendo che farlo la affratellava a chi non c’è ancora. E questo senso di lutto che si è provato a ridurre è il segno della perdita di qualcuno che ha prodotto conforto» dove non si intende l’accomodamento ma il rifiuto della solitudine.

Il dolore collettivo, autentico, di cui si sentono quasi colpevoli molti che non l’hanno conosciuta, trova in uno dei suoi figli d’anima (gli altri, sono seduti in prima fila) consolazione: «Tu come me hai perduto qualcuno che ti insegna che non c’è bisogno di corrispondere a niente per credere di meritarsi la felicità. E questo lo può fare un’autrice che ne sente la responsabilità irriducibile a cui non può rispindere che eccomi, e continua a farlo».

Con la nostalgia, si sono alzate, tuttavia, anche le critiche, le accuse. In primo luogo, essere divisiva. Secondo Fois, «l’intellettuale, se non è divisivo non è, perché si assume la responsabilità di farti voltare da un’altra parte». Lo scrittore sardo rievoca le parole di Murgia, allorchè sosteneva di preferire vedere fascismi dappertutto piuttosto che evitare di vedere il fascismo palese nel suo attuarsi. Conviene essere pedanti che vaghi, sosteneva, perché I fascismi sono penetrati in società che a lungo presumevano di poterli gestire. E non è il primo, Fois, a fare uso del paragone con Pasolini, per la prossimità di un agire intellettuale che si fa fisco, franco, scomodo.

Non è detto che gli intellettuali siano risolutivi nella loro lucidità estrema – quella che Lella Costa ha chiamato «palese ingiustizia distributiva delle intelligenze.  Pasolini, dice Fois, risolutivo non lo è stato, ma aveva ragione.

Gli intellettuali gridano nel deserto, così qualcuno forse riconoscerà il problema. «Gli intellettuali spesso non risolvono il loro presente, risolvono il loro futuro. Producono risposte per chi verrà dopo».

In questo anfratto di annida l’importanza delle tecnologie, dei social. Stando al professor Giammei, Instagram le permetteva una immediata verifica, e un dialogo con le lettrici – si sa, in gran parte donne. Perché è una responsabilità essere lettrici forti, da condividere quindi con chi non ne ha accesso. Ecco perché Michela Murgia si declina al futuro. Dice Giammei: «Quel libro sconfiggerà fascismi molto peggiori che sono a venire, e verranno».

Il lavoro di Michela Murgia è però fatto di parole, su cui non intende essere imprecisa. E dunque di linguaggio occorre parlare. L’analisi di Fois punta il dito contro «un grosso vulnus del pensiero progressista, credere che quelli della controparte fossero insulti, anziché segni di differenza da qualcuno in cui non ci riconosciamo. Lo spirito intellettuale,  significa capire da dove ripartire, da dove rifondare. O anche, come nell’ultimo romanzo, fare delle tre ciotole uno strumento per mettersi addosso un trauma e risemantizzarlo.

Questo è il significato di queer, termine nato come insulto per farsi bandiera. «Filare in oro la difficoltà e l’orrore, prenderle come un regalo perché si ha il potere di farne oro – si rivendica in Piazza Castello – Non vedo perché dovrei offendermi di essere radicale e chic, buonista o intellettuale. Non devo vergognarmi perché qualcuno li considera insulto. Instillare vergogna è il primo strumento dei fascisti»

Allo stesso modo in cui, infine, non ci può dover vergognare della malattia o nasconderla. Murgia, ricordano, è stata molto poco tenera con le paure altrui, consapevole di quanto è difficile confrontarsi con chi pensa che la diagnosi sia la fine di tutto per chi può vedere la diagnosi come un inizio. Questo, non una pretesa narrazione di superomismo, le ha permesso di essere ospedalizzata il giorno dopo di essere stata in teatro. È evidente che non è soltanto questione di esaurirsi nel corpo, e l’ondata d’amore che continua a travolgerla sta lì a dimostrarlo.
E, vien da pensare a chi parla dal palco mantovano, si rivela piano di verifica del fatto che l’attitudine dell’intellettuale unificatore non funziona più, ma  chide Giammei «lei sapeva dimostrare che le cose non sono binarie, spesso sei sulla soglia o non sei trovabile. Era convinta della necessità di superare gli opposti, che sono uno spettro, un’iride. Non basta una coppia di opposti a fare una sintesi. Serve sempre una pluralità enorme».

Tutto questo, nella Murgia scrittrice, c’è sempre stato. A partire dal suo primo romanzo, che anche i più maligni detrattori non possono non riconoscere come il suo capolavoro, Accabadora, uscito nel 2009 per Einaudi e Premio Campiello. A Maria, la sua figlia d’anima, Bonaria Urrai insegna che la parola è una responsabiità enorme. Murgia, che al sardo come lingua deve molta della sua capacità retorica, fa dire al suo personaggio: «bisogna andare in guerra con le armi giuste, perché tu dalle guerre devi tornare. In quelle pagine c’è bioetica, femminismo, fine vita, nella prosa di quella che resterà una raffinatissima autrice prima di ogni altra cosa.

Ecco l’eredità consegnata a quasi mille persone, che tra un applauso senza fine, qualche lacrima affettuosa e una festa d’amore che lei avrebbe, vien da pensare, apprezzato molto «Siete tanti come se Michela ci fosse, e questa vuol dire che c’è. Un paese è migliore se favorisce la felicità, anche di avere un famiglia per scelta e non subire quella di sangue in cui si può essere disperatamente infelici. Avere la possibilità di un’alternativa, che non è contrapposizione».
Michela Murgia, per tanti, è questa alternativa. Famiglia.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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