Far conoscere qualcosa, non solo riconoscere: spostare l’orizzonte di un millimetro. Questo devono fare momenti d’incontro ed approfondimento come Bookpride.
Chiude opportunamente il cerchio, allora, nell’ultima giornata del festival, l’appuntamento dedicato a Susana Chavez Castillo, che conosciamo per lo slogan che tutte le donne hanno fatto proprio: non una donna di meno, non una morta di più, che in realtà lei ha scritto come “Ni una mas”.

Un’intellettuale luminosa, come opportunamente la definisce Concita De Gregorio, che ha curato per Sur Prima tempesta, la prima raccolta in italiano di una poeta che è “lava di vulcano” in Europa è ancora spesso ridotta al silenzio, mentre in Sudamerica, non soltanto nel suo Messico, è un simbolo “in un tempo in cui la sua presenza, la sua stessa esistenza, era eversiva”. Soprattutto a Ciudad Juarez, dove le donne semplicemente scompaiono, e quando accade non si cercano perchè si sa che non le si troverà.
Nella città, o forse nell’imbuto dello sguardo, a prescindere dalle geografie, dove si condensa il peggio di ciò di cui parliamo quando parliamo di violenza di genere. Dove – a prescindere dalle latitudini – essere poeta è impensabile e irricevibile. Dove le donne sono attese da una sorte segnata. Che è toccata anche a SuChaCa, come la chiamano le amiche e le compagne di lotta: uccisa a 36 anni dopo aver raccontato il rischio di morire ogni giorno e il suo destino già scritto. Ma dopo avervi opposto la vita.
Forse per questo, da morta, le sono state amputate le mani, oltre che “per il delitto di essere scrittrice”. Nell’appassionato e militante ritratto che una granitica De Gregorio le dedica a Bookpride, emerge l’esempio fulgido di un’autrice che, ha ragione la giornalista e scrittrice cresciuta a Barcellona, in un paese che possa dirsi civile sarebbe una pietra miliare delle generazioni successive, non soltanto del pensiero di genere.
E dovrebbe esserlo anche in un Paese come il nostro in cui nei panel le donne, spiega De Gregorio, sono superstiti di maschi mancanti, funzioni e attributi. Oppure comiche, chiamate per alleggerire. E dove, così come altrove “l’intellettuale senza stirpe o storia altrui, che conduce una storia di pensiero. è molto difficile che sia visibile”. E sconta la marginazione, talora la sceglie, o semplicemente l’attraversa come strumento politico: come lo fa Chavez Castillo: povera, che ama molte donne ma anche gli uomini, che pagava la birra con un poema.
Per questo, per metterla in pagina, anche la sua opera va rintracciata nei bar, dove ha trasformato la poesia in cartamoneta. Per questo la sua opera è stata raccolta ma non sistematizzata, e nei suoi fogli mancano quasi sempre una bibliografia e una datazione.
Per questo, come sintetizza luminosamente De Gregorio, “la sua opera ha coinciso con l’esistenza, ha incarnato quel che voleva dire. La sua opera è stata la sua vita”.
Nella sua poesia ha messo il corpo, come pochi, dice la giornalista, forse solo Pasolini. E metterci il corpo – rivendica appassionatamente questa lectio, deve valere qualcosa, deve segnare una differenza dal tempo del digitale. Anche se non c’è volontà di demonizzazione dei nuovi strumenti: basta saper riconoscere, con pari lucidità, cosa con i social hanno saputo fare gli intellettuali di questo tempo, a cominciare dalla più lucida, Michela Murgia, che attraverso quello strumento ha generato una comunità reale che travalica anche il tempo.

Ma occorre il corpo, al coraggio di dire. Ma cosa significa essere controcorrente? Quanto pesa, in dittatura o in una democrazia piagata? Come si misura?
La risposta di De Gregorio è ficcante nella sua efficacia: “qualcosa ha valore se costa, non se rende”. Questo è per lei il buon metro per giudicare, perchè “la vita è qualcosa di diverso dalla sua rappresentazione”, nel tempo in cui qualcuno non esiste se non lo conosciamo, anche se esisteva prima.
La storia di quel corpo, attraverso le parole, è quella che De Gregorio accetta l’incarico di tradurre, con l’essenziale supporto dei figli, l’uno traduttore di professione e l’altro avvezzo, per esperienza, alla lingua della strada che SuChaCa attraversa. Glielo consente, spiega, il suo venire “da una cultura altra, di bambini cattivi”, di terra e di strada, di poesia per dire l’orrore. Di bellezza come solo strumento da opporre o da cui veicolare, la più cruda realtà. Come nella poesia di Chavez Castillo, per cui le cose scritte erano “utensile necessario per vivere”.
A lei mancavano tempo, soldi e silenzio. Non aveva niente di quel che serviva per essere intellettuale. Ha attraversato, dice De Gregorio, “una vita all’altezza del terreno, in un luogo e in un tempo di una ferocia impensabile”. Pur avendo studiato, infatti Chavez era una donna del popolo “in un sistema in cui le donne difendono la vita in casa, ma appena escono muoiono”, lei è uscita, lasciandosi contaminare e contaminando.
La sua è una lingua di strada, misteriosa, la lingua del quartiere, dentro cui bisogna decodificare un sistema che trovava le parole della bellezza per dire un fatto di sangue.
Un codice nuovo per capire che “se la poesia coincide con la vita, l’unico interprete è chi l’ha vissuta, quindi a quella lingua ci si può soltanto avvicinare, ed è pericoloso”.
Lo si può fare, o almeno Chavez ha scelto di consentirlo, attraverso prose con sonorità poetica, che sono testimonianze, “pietre lasciate lì a edificare una casa e insieme messaggi cifrati”: attraverso cui si può dare una prima forma a un monumento, che qualcuno tuttavia deve incarnare, a cui prestarle la voce – come fa la scrittrice e giornalista – perchè giunga a più persone e ciascuno ci possa mettere del proprio, come la poeta, alimentando insieme a lei un lavoro fatto per la comunità e dentro cui c’è un popolo, un mondo.
Fatto di orrore, a cui SuChaCa può opporre solo la bellezza. Ma “non è il lamento la sua cifra, è la festa”. Ed è con questo esempio che, “se ogni posto e ogni tempo è sempre Ciudad Juarez”, siamo chiamati a bonificare il nostro intorno, anche attraverso la poesia, pescando parole come l’I ching, come le carte dei tarocchi.
Non per divinare il futuro, ma per leggere una traccia in cui riconoscersi, E decidere come agire: “perchè questo cambia la realtà di chiunque usa il corpo come agente politico”. Sapendo – la lectio che chiude il nostro Bookpride si incardina su questo, che “esserci e non esserci non è lo stesso”. Anche nella cura dell’altro, negli affetti. E che non è necessario proiettarsi lontano per sentire l’urgenza di cambiare la realtà.
C’è molto da fare anche in un Paese di cui, gli intellettuali come De Gregorio sentono con chiarezza le derive, e sentono l’urgenza di puntellare anche le ferite più vicine, di agire per il resto del mondo tenendo i piedi in questo.
Perchè se “la bellezza nasce dalle ferite e il desiderio è mancanza, l’inazione è mancanza di desiderio”. Nelle poesie di SuChaCa, piene di desiderio, amore e tenerezza, si innerva la militanza, perchè “agire è darsi un posto nel mondo, facendo come se il mondo fosse già quel che vorremmo”
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






