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La Colombaia di Luchino Visconti a Ischia è tornata a raccontare antiche e nuove storie

di Chiara Palumbo

“Un posto pulito e nominato bene” scriveva l’Hemingway dei Quarantanove racconti tratteggiando il luogo dove in ogni momento ci si doveva poter sentire a casa.
Proprio questa l’atmosfera – non valga affatto come una diminuzione – che si sente adesso tornando alla Colombaia, la celeberrima villa di Luchino Visconti che svetta, dal mare come da terra, nel cuore dell’isola d’Ischia (NA), portata nuova vita grazie all’impegno del comune isolano di Forio.

immagine per La Colombaia la villa di Luchino Visconti isola d’Ischia (NA), courtesy comune di Forio
La Colombaia isola d’Ischia (NA), courtesy comnune di Forio

Seguire, un anno dopo l’altro, la cura con la quale è stata riportata alla vita, significa osservare proprio quella attenta silenziosa devozione di cui parlava il grande autore americano. E se è vero che nei decenni altra incuria e altre cattive intenzioni hanno spogliato la villa del gusto barocco e – ci si consenta di dirlo col sorriso, forse un po’ kitch – del cosiddetto Conte Rosso, tuttavia essa appare ancora nelle linee architettoniche che aveva immaginato per sé, e quei muri bianchi e quelle finestre dalle linee acute respirano ancora del genio e della quiete in cui Luchino Visconti abitò e accolse il grande cinema mondiale. Quelli che ha ha scelto persino per sua ultima dimora.

Restituita la villa al suo ordine, la grande pineta che ne avvolge le merlature è il luogo adatto anche per venire a rivolgere una preghiera, forse un pensiero. anche a Cechov, Verdi e Shakespeare, che il maestro volle omaggiati persino sulla pietra che custodisce le sue ceneri e quelle della sorella Uberta e che ancora guardano il mare che la poetica audioguida che accompagna la visita chiama L’ultimo infinito.

Ma quel luogo occhieggia anche, a volerci fare caso, alla dependance dove a lungo visse anche l’amato Helmut Berger, a una manciata di passi tra finestra e finestra, in un legame che il silenzio della pineta di Zaro protesse, dagli occhi indiscreti dei curiosi e da quelli affettuosi degli isolani, che si racconta portassero fin quassù le primizie dell’isola a chi era venuto ad abitarvi non come un padrone danaroso ma come uno di loro.

Se si chiede ai vecchi marinai, oggi spesso adattati a far da guida ai turisti, se ne sente ancora parlare come del “nostro regista”. A cui finalmente è stato restituito un degno omaggio, fatto sia di vita che continua, nel suo solco e non solo – il ricco calendario di eventi curato da Annamaria Punzo porta omaggi di nomi di prestigio ma anche piccole perle sorprendenti – sia della restituzione alla memoria di quello che è stata, questa perla bianca e azzurra che ruba l’occhio sull’isola verde.

C’è la traccia della famiglia, della madre Carla Erba, che lo portò bambino a vedere Eleonora Duse alla Scala, dove quando si alzavano le luci sui palchi si abbassavano quelle di casa, e che lo scovó addormentato nella buca dell’orchestra nella notte del ballo che nella sua memoria sarebbe diventato, tulle per tulle e camicia per camicia, quello del Gattopardo.

Ci sono le antiche passioni, come i cavalli all’ippodromo di San Siro, e poi le nuove, e tra alcune delle sue immagini più iconiche – I 15 ritratti per conoscere Visconti da cui la mostra permanente dedicata al padrone di casa prende il titolo – tutta la sua parabola professionale, tra locandine, gustosi memorabilia e una sala dedicata a una accurata traversata nei suoi film attraverso immagini d’archivio e le voci di eredi, collaboratori, attori e attenti osservatori.

Ancora una volta, è come se il cinema Viscontiano respirasse dai muri e dalla terra, non solo perché tra questo cielo, questo mare e la pace di questi alberi, racconta la sceneggiatrice e amica Suso Cecchi D’Amico, è nato tutto Senso, e nella intimità di questi muri si sono plasmati gli sguardi e i gesti di Ludwig tra gli altri.

Ma, da quest’anno, questo è vero soprattutto perché è tornata viva la terrazza bianca, abitata da tutti, amici in visita e famiglia di elezione, di cui resta testimonianza in molte delle storiche immagini viscontiane. Salendo fino a qui si può davvero camminare sui passi di Lancaster, Anna Magnani, ma anche Maria Callas, Romy Schneider e Alain Delon ai tempi in cui erano una giovane coppia in cerca di pace.

E ancora Mastroianni, Claudia Cardinale e Franca Valeri – e forse tutte queste voci vale più avvertirle nello sciabordio del mare sottostante che vederle fermate come sarebbe stato se la villa fosse stata cristallizzata in semplice museo.

Ma se nelle stanze c’è il cinema e il suo passato, la villa chiama il teatro, non solo nell’anfiteatro che, dopo esser stato la culla segreta delle sue regie diventa oggi lo spazio per omaggiarlo e per immaginare sguardi nuovi, ma forse proprio per lo “sguardo”, se così si può definire, la postura, che la villa sembra avere. Un incontro tra spettatori – viaggiatori – viventi e uno spettacolo, fosse anche una memoria, che qui diventa a sua volta vivida al punto da essere proprio vivente, come solo a teatro accade.

E diventano così nuovi ospiti, i ragazzi che qui vengono a incontrare il mondo, persino il Quirinale, e tutti gli artisti che qui hanno esposto la loro creatività, dai locali fino a un nome di rilievo assoluto come Letizia Battaglia, protagonista fino a fine mese con una mostra antologica che alla Colombaia sembra aver trovato una collocazione naturale, per motivi forse sottili ma potenti.

Vi trovano spazio alcune delle istantanee più note della battaglia militante, dagli anni Settanta ai Novanta dal celebre istante successivo all’omicidio di Piersanti Mattarella, col fratello Sergio attonito che ne estrae il corpo dall’abitacolo, all’arresto di Leoluca Bagarella, ma non solo.

In una sorta di racconto che intreccia intimamente luoghi e persone, colpisce particolarmente il ritratto pensoso, – e del resto, questa fu, per chi la abitó “residenza pensante “- di Pier Paolo Pasolini, anche lui tornato in po’ a casa, se è vero che fu proprio Visconti, lo racconta ne La lunga strada di sabbia, a fargli da anfitrione le prime volte che mise piede sull’isola fatta di terra di sole e di giovani e pescatori stesi sui muriccioli, di una verità – o neo verità, facendo il verso al neorealismo – che non poteva che essere cara ad entrambi.

E cara, senza dubbio, anche alla stessa Letizia Battaglia, coi suoi volti segnati e fieri che potevano serenamente venire dal set de La terra trema, suggestivi ed eloquenti, dentro un tempo sospeso ma mai richiuso in sé stesso.

Su questi muri, tra un piano e l’altro c’è l’occhio di chi sapeva raccontare il mondo nei suoi momenti di passaggio, farne “sintesi e intermezzo” senza mai diventare didattico, ma volendo svelare quel che ancora dovevamo saper riconoscere e storicizzare, e volendo usare l’arte – lo dichiarò lo stesso Visconti – come strumento critico del reale, per smuoverne una nuova coscienze e forse illuminare altri saperi.

In questa nuova Colombaia, meritoriamente e amorevolmente riportata a sé e a quello che ne era probabilmente il senso profondo, Visconti e Battaglia oggi dialogano con una coerenza libera, che non “chiede permesso”, come da titolo, anche qui molto ben scelto, della mostra dedicata alla fotografa.

E offrono – insieme al fascino ostinato dell’isola, che da qui non ha bisogno di strepitare sfarzo per passanti danarosi come certi vicini –  anche nei profumi di un sagace percorso olfattivo, una bellezza autentica e rilucente, che uno come Visconti, elegante d’animo e refrattario di indole alle stagnazioni della aristocrazia da cui veniva, non poteva non amare. Un’atmosfera mossa e fiera come il mare che si vede da qui.

E vale la pena, prima di immergersi nel bosco o nei tornanti che ci hanno portato alle sue mura, prima di tornare al rumore del mondo, fermarsi a perdere lo sguardo, come anche lui avrà fatto tante volte, nel mare come anche lui lo osservava. Perché “finché qualcuno lo guarderà, Visconti sarà vivo”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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