After miss Julie e le maschere della fragilità

Sola me ne vo per la città, passo tra la folla che non sa, che non vede il mio dolore…” già nelle prime note del motivo su cui si apre il sipario – che a qualcuno richiama una follettesca Mariangela Melato, cui era caro, potrebbe stare la traccia di lettura di After Miss Julie, riscrittura firmata Marber di un classico di Strindberg che – per portarlo sul palco del Teatro Franco Parenti – Giampiero Solari ha ripreso in mano rilocandola, intelligentemente, nella Milano dell’aprile del 1954, durante la festa per la liberazione.

Nel pieno di un’isteria festosa di piazza che però rimane sottofondo di una realtà che, tra le mura, non è cambiata: resta la stessa la disparità di classe, che separa inevitabilmente e senza sbocchi la signorina Giulia e Gianni, il suo autista e la rigorosa cuoca, Cristina, promessa sposa di Gianni.

La fine della guerra non basta a far sembrare vera la frivolezza con cui Giulia nasconde la propria angosciosa solitudine e la profonda fragilità emotiva. Non basta neanche a disegnare un mondo in cui possa nasconderle sotto il tappeto di un preteso “tempo nuovo” aggrappandosi a Gianni, innamorato da sempre e imprigionato a sua volta nella posa di una virilità gretta.

La classe sociale imprigiona un amore non può essere e che, ovunque lo si guardi, ha i contorni della disperazione. E della rassegnazione stolida con cui è Cristina ad assumersi il peso della lucidità e del perdono di ciò che ha preso una strada senza alternative.

Le dinamiche di classe, la rivalsa sociale, i margini di inevitabilità dell’influenza del contesto sull’individuo, la complessità nelle relazioni: già nel denso testo di Strinberg c’è tutto questo, abbastanza per farne una sfida interessante che la regia consapevole di Giampiero Solari adatta con esperienza al materiale umano ha: una Gabriella Pession di cui non stupisce l’innamoramento per questa pièce che l’ha indotta a produrlo,ma la cui abitudine alla misura televisiva induce, però, a privare la resa della sottigliezza e finezza che contraddistingue l’originale.

La sua Giulia è tutta sopra le righe, a tratti grottesca, tutta a toni alti, per quanto ritrovi la misura quando la tensione del testo si accorda alla sua temperatura, finendo con il trovare una sua collocazione nella parte.

Più accorto Lino Guanciale, la cui decisione di dimenticarsi per un attimo la sua condizione di idolo delle folle (come può testimoniare chi sia rimasto anche solo per qualche minuto a fine replica) per calarsi in un personaggio ricco di contrasti che gli vale un’interpretazione che surclassa le recenti esperienze precedenti.

In questo eccesso di espettorazione a spiccare è però l’interpretazione di Roberta Lidia De Stefano, la cui caratura attoriale permette di mettere in grande evidenza un personaggio solo apparentemente ancillare e in realtà delicatissimo, concreto e lucido senza negarsi lampi di salacia e della sottile perfidia che manca a chi vanta di averla, fungendo da ago della bilancia, lavorando in sottrazione, caricando di senso scene mute e silenzi, sostenendo su piccoli gesti l’architettura di un testo cui serve questo tipo di cesello per funzionare in modo comunque credibile.

Un esperimento che, a conti fatti, sorprende i diffidenti per efficacia complessiva, che non rinuncia alla struttura originale di dramma borghese da camera, nell’unità di tempo, luogo e spazio ormai sempre più rara, nella sontuosa struttura scenica dove il naturalismo è assoluto (funzionano persino i rubinetti) e nel recupero, soprattutto di un teatro di parola che può ancora, non solo non risultare polveroso, ma anche raccontare un pezzo di presente, oggi umano forse più che di classe.

La drammatica insicurezza di Giulia, la sudditanza di Gianni, la tolleranza di Cristina, ma soprattutto l’esigenza di nascondimento di coerenza con il ruolo che la vita o le scelte hanno imposto, e la natura artefatta e posticcia delle maschere che scegliamo per celarle, possono ancora raccontare vividamente una porzione di realtà che va molto oltre Strindberg, la Milano della fine della seconda guerra mondiale, gli interpreti scelti per incarnarle e la scena stessa.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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