Desiderio (di felicità) e fame di parole giuste. Ecco l’uomo secondo Lucilla Giagnoni, che ha portato il suo Ecce homo al Teatro Giuditta Pasta di Saronno. Un nuovo tassello, una nuova tappa di un viaggio iniziato tredici anni fa, indagando ciò che ci rende uomini, partendo dalla gramde letteratura e da Dante, in Vergine Madre e passando per la scienza di Big Bang e poi l’inizio e con esso la fine dell’umano: Apocalisse.
Ora un tempo tanto esteso di ricerca e approfondimento approda a questo nuovo seme in forma di monologo, che è in realtà continuo dialogo con l’altro.– sulla scorta di un’esperienza ventennale dell’attrice con il prestigioso Laboratorio Teatro Settimo, composto da ragazzi che si chiamavano, tra gli altri, Gabriele Vacis e Marco Paolini. Un dialogo, questo, che comincia a luci accese, perchè la luce è indispensabile per parlarsi, per guardarsi. Lucilla infatti non fa (solo) spettacolo. Fa cultura e fa, soprattutto, educazione; termine e tema, quest’ultimo, non a caso cardine anche di questo testo, come sottolinea immediatamente.
Per quanto trasmetta conoscenze puntuali e precise, tuttavia, l’attrice è attenta che non si associ il termine a un qualcosa di cattedratico, di didattico: no, Lucilla prende ogni spettatore per mano, sotto le luci lo guarda negli occhi e lo conduce, lo porta con sè, dove vuole lei, in modo sempre chiaro e mai banale, per educere,cioè tirare fuori da lui qualcosa di cui forse non è neppure consapevole. Anche da luoghi che non si aspetta. Ed ecco allora che le luci si spengono per permetterle di dare corpo a qualcosa o qualcuno che tutti conosciamo ma che di nuovo, forse, non abbiamo del tutto capito. Sorprende l’attrice toscana trapiantata in Piemonte, ritrovando le sue radici –e di radici e alberi è permeato, questo Ecce homo: ne germogliano, è il caso di dirlo, ad ogni passo– inaspettatamente ritorna a quella Firenze che l’ha vista nascere, per ridare anche la vivacità della sua vera lingua, a Pinocchio.
Il più universale dei burattini si fa, nel racconto, pienamente archetipo dell’umano (tentando di ovviare, con l’utilizzo di questo termine, alla povertà di una lingua che altrimenti designa con lo stesso termine il maschile e il femminile) e mezzo per indagarlo nella sua totalità, tenendosi insieme e rispecchiando alla perfezione una miriade di riferimenti, temi e legami che Lucilla suggerisce e sviscera. Legami non necessariamente semplici ma sempre porti e raccontati con assoluta limpidezza comunicativa e grande forza evocativa. La Giagnoni da saggio infatti del suo talento di attrice spaziando tra l’Antico e il Nuovo Testamento, dalla progressione evolutiva della specie homo alla (propria) esperienza di donna e, sopratutto, di madre. Per rispondere alla domanda radicale che è il perno di questa indagine e ciò che distingue la specie umana dalle altre: la capacità di chiedersi “chi è l’uomo?”
La Giagnoni ha la sua risposta, che tuttavia contiene in sè una nuova domanda: quella creatura che, attraverso gli stadi e le alterne e complesse vicende della propria evoluzione, è giunto ad essere oggi sempre più strettamente aeconomicus può – o piuttosto vuole ed è disposto – a operare una scelta di fronte al bivio, ad affrontare il deserto, l’azzeramento necessario? Per poter, come gli israeliti usciti dall’Egitto, imparare ad “accogliere e liberare” e liberarsi, educare, appunto, ed educando educarsi. Per poter giungere a riconoscere la propria umanità, a imparare a scegliere. A imboccare la propria strada per diventare invece homo felix. E dire, finalmente: “Ecco l’uomo”.
La voce di Lucilla risuona – insieme ai pregevoli gli intarsi musicali di Paolo Pizzimenti – e fa da guida esplorando una grande varietà non solo di suggestioni ma anche di linguaggi, lingue – perchè “dare il giusto nome alle cose è farle nascere”- e di toni, in un continuo crescendo emotivo, che da corpo a qualcosa di Sacro, che ha a che spartire, -malgrado le fonti che che sono parte dell’ossatura dello spettacolo- molto poco con una dimensione prettamente di fede, ma che piuttosto parla a un Altro che è il profondo della sensibilità di ciascuno. Fino a condurre ad un finale in cui, se si è disposti ad abbandonarsi, è davvero difficile non lasciar sfuggire qualche lacrima, anche questa volta delle migliori, quelle liberatrici.
Un pubblico commosso e ha accolto con convinta approvazione e gratitudine i quasi novanta minuti di questo viaggio, capace di regalare forti emozioni.
Nel “miracolo” dell’unicità di un teatro, condividerle e interiorizzarle è una occasione che lascia immensamente più ricchi. E che perdersi è sacrilego.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









