La poesia (non) si insegna

Si può imparare a scrivere poesie? O meglio ancora, è possibile fornire a chi ne necessita una cassetta degli attrezzi su come scrivere poesia? O meglio, nuovamente, offrirgli una voce che risponda a tutte le sue domande, anche quelle che non sapeva di starsi ponendo, nel momento in cui gli sovvengono?

Hanno risposto Laura Pugno e Giulio Mozzi: sì, in qualche modo si può. Dando vita, ad esempio, a un Oracolo manuale per poete e poeti come quello pubblicato da Sonzogno che fa seguito al consimile del solo mozzi per gli autori di narrativa.

Questa seconda volta Mozzi non è solo, l’Oracolo ha – pariteticamente – la voce di Laura Pugno, tra le più interessanti voci italiane. Una frequentazione di lungo corso, la loro, nata nei tempi in cui due ragazzi di vent’anni si avvicinavano alla scrittura.

Ci voleva un’occasione del genere per indurre Pugno a un libro molto diverso da quelli pubblicati finora, in cui trovano spazio massime – sulle pagine di destra – e sulla sinistra quelli che gli autori hanno chiamato lampi, approfondimenti ma anche rimandi poetici e autorali, la parola poetica e la parola artistica in sé.

Una struttura bipartita speculare alla struttura del cervello, che fa agire l’immaginazione con il lobo sinistro e la razionalità in quello destro. Come nella nostra mente, i due elementi sono chiamati a combattere una battaglia ad armi pari: l’eccesso dell’uno finirà per divorare chi la scrive, l’abbondanza dell’altro trasformerà la poesia nel gioco linguistico di chi ha paura di se stesso.

In questo contesto, un libro simile può rivelarsi utile a chi si ritiene un novizio ma anche agli esperti, nel suo saper dialogare coi due poli.

Nella consapevolezza, come spiega Pugno a Pordenonelegge, che «abbiamo le parole solo per dire quel che abbiamo già detto, ogni nuovo libro di poesia ci mette davanti un mondo nuovo». Per scrivere poesia, quindi, l’urgenza ineludibile è «mantenere apertura verso quel che non si è detto e non si sa di dire. La trappola della maniera è mortale».

Ma allora una forma d’arte che non conosce limite anagrafico può davvero essere insegnata? Come farlo? Secondo Mozzi il segreto è semplice:. Leggere poesia, stare contatto coi poeti. «La scuola è solo un modo più formale degli incontri, ma quello che si esercita nelle scuole non è solo una didattica, ma un tentativo di aiuto ad autoformarsi».

Non ci si illude di certo di poter creare poeti con un corso, ma si prova a prendere per mano chi ha attitudine e desiderio in un luogo in cui si pensa e ragiona di poesia. Prendere il ruolo dell’amico che ci ha presentato quell’amico che ci ha passato il giusto libro, offerto il consiglio adatto a dare forma a una vocazione non chiara, a una voce in cerca di sé. Questo, sostengono, può aiutare.

Così come, del resto, avviene in tutte le scuole d’arte. Un conservatorio o un’accademia d’arte non creano un talento, chiarisce Pugno, ma «sono luoghi in cui il talento può essere riconosciuto e stimolato; la scuola è una forma della società moderna», altre ne ha avute la storia. È questa la forma che hanno preso, oggi, le fondamentali amicizie, che spesso si sono rivelate essere, per molti artisti, le più durature.

Occorre però avere chiaro, se scuola deve essere, che tipo di ambiente è chiamato ad essere quello che insegna a maneggiare la parola. Pugno risponde con convinzione, allontanando l,a metafora ginnica della palestra di scrittura quantomai comune. «Più che palestre insegniamo arti marziali, cioè un modo di vita soprattutto.

Scopriamo che se la poesia non è prima vocazione tende a decadere». E allora in che modo l’apprendista deve compiere il suo percorso? «Pur non credendo nel destino si deve credere che la poesia lo sia. Se c’è questo, il talento poi diventa metodo». A questo servono, ad esempio, le pagine di sinistra dell’Oracolo, con la loro miniera di consigli e citazioni, di altri lampi scritti in modo diverso.
Ad educarsi a una poesia intesa come «spostare sempre un po’ il confine della lingua per portare nuove figure, ma anche un addestramento dello sguardo all’infraordinario e ultrasottile», come ebbe a dire Duchamp.

Saper osservare ciò che avviene sapendo, spiega la scrittrice, che «siamo parlati da quel che ci accade intorno, quindi dobbiamo comprenderlo anche per sceglierlo, eventualmente. Così come Mozzi e Stefano del Bianco che, fondando “Scarto minimo”, nonostante fossero ragazzi di vent’anni «avevano scelto una posizione, si conoscevano, pensavano di conoscersi»

Una volta scritto, però, resta il salto nel buio della pubblicazione, difficile oggi più che mai, si direbbe. Secondo Mozzi l’editoria di poesia soffre di un eccesso di proposta, e ha trovato poco spazio anche nei festival, ad eccezione proprio di Pordenonelegge. Anche laddove si i versi trovano luogo, però, «si sceglie di far passare la circolazione dei testi attraverso scelte performative, l’incontro con il corpo del poeta.

Più ottimista invece Pugno, che vede nei festival un sistema di distribuzione alternativa, come accade per i film indipendenti che al di là dei festival finiscono spesso a fondo perduto. Così nella poesia raramente si arriva all’oggetto libro. Questo anche perché in poesia sussite ancora una economia del dono.

Nonostante questo, dice,  «vedo la poesia tornare all’editoria anche maggiore, anche basandosi sulla crisi dell’editoria italiana. Quando la poesia esce dalla distribuzione si abitua sempre meno a cercarlo e averlo tra le mani. Ma oggi l’aura mistica e sacrale della poesia e la massima economia di mezzi mi fa veder sopravvivere casa editrici di poesia che si muovono sul motto gramsciano del pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà» che smentisce anche la necessità di una poesia pretesa semplice, come del resto era, a ben guardare, anche molta poesia del Novecento. Non la sola letta, tuttavia, né allora né oggi.

Qual è, allora, l’insegnamento che due intelletti votati all’insegnamento acquisiscono e lasciano, non solo in relazione allo scrivere in versi? «In didattica è utile tutto ciò che mette in moto i pensieri dell’allievo. L’importante è non dire mai fa così, ma creare un problema». Così nell’editing, che si sta affermando anche in  poesia come dialogo, in termini di riflessione sul di disequilibrio. Sta a noi cercare la soluzione messa in moto dentro ciascuno.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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