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La parola al Teatro #109. Ratti e l’incubo della realtà.

di Chiara Palumbo

C’era una volta un teatro. Una città, un posto di lavoro, un luogo sicuro. Quello che resta, ora, è il caos e l’orrore del gioco al massacro che ha già superato la soglia dell’abisso. La fotografia di Ratti, in scena al Teatro OutOff, è spietata e disturbante almeno quanto è sincera.

Ne fanno le spese una generazione, troppo vecchia (o troppo illusa) per cambiare strada, un momento storico – questo, l’oggi che qui esplode in una distopia troppo brutta per non spaventare, ma troppo sincera per essere negata – e un particolare  tipo umano.

Ph. Alessandro Villa

L’artista, si potrebbe dire, ma forse piuttosto tutti coloro che credono ancora che farsi artista significhi contribuire se non a salvare o cambiare, quantomeno a raccontare, un pezzettino di mondo possibile.

La strada tracciata – da sempre uguale – per trasformare in una vita di impegno i proverbiali quindici minuti di notorietà passando da una commissione o da un provino si è, dentro la nuova realtà grottesca messa in scena, trasformata nel brutale reality show – la categoria che i tempi hanno preferito all’arte – che spinge verso l’estremo dell’abiezione.

Esattamente come nei contenitori a cui ormai ci si è assuefatti, tre persone sono intrappolate, come i topi di un cinico esperimento, dentro la gabbia di un paradiso artificiale che da solo basterebbe a istillare in loro l’istinto a consumarsi a vicenda. A distuggersi, per noia, per ambizione, forse semplicemente per assenza di alternative.

Fuori (ma lo sarà poi davvero?) un dio regista spietato e mostruoso, forse prigioniero a sua volta dell’assenza di futuro che ne attanaglia le vittime. Lo incarna Paolo Panizza, regista e autore già due volte finalista alla biennale.

E forse questa nota biografica dice più di quanto vorrebbe, considerando che in scena ci sono tre giovani attori di cristallino talento, come Simone Tudda, Marica Mastromarino e Giacomo Toccaccelli; che avrebbero già avuto modo di mettersi in luce, se il sistema teatrale (non solo italiano, va detto) non fosse quella strettoia angusta e stritolante che proprio il testo di Panizza getta in faccia al pubblico con la violenza di uno schiaffo di quelli che non risvegliano ma certo fanno male.

Sul palco ci sono, in ogni caso, tre attori che spingono la loro tecnica e i loro corpi fino alla soglia della sopportazione: varrebbe da solo il prezzo del biglietto il finale, infinito, angoscioso e programmaticamente aspettacolare, dove la sorte dell’artista essere umano è la danza allucinata di una lenta agonia, dove, se ci si concede la metafora, nessuno ha stabilito il confine fra palcoscenico e sedia elettrica.

Se però si vuole (e si dovrebbe) pagare il biglietto per vedere Ratti, lo si fa inchiodandosi a vedere un Hunger Game che fa impallidire le versioni annacquate dei film per ragazzi, dove l’unico premio possibile è una – pallida, lontana – idea di futuro.
Piuttosto, se va bene (e non è detto) una qualche forma di sopravvivenza.

Tutto quello a cui una generazione poteva ambire è perduto: cullati dall’immaginario di un paradiso artificiale, si resta intrappolati come i topi dell’esperimento dell’etnologo John B. Calhoun nel 1973, che studiava gli effetti della sovrappopolazione. Un paradiso per topi con cibo e acqua illimitati, protetto dai virus, perfettamente climatizzato e senza alcun predatore, l’unico fattore di mortalità era l’invecchiamento.

I vecchi restavano più a lungo, lasciando i più giovani a competere per un proprio ruolo sociale, dentro a un ring che qui diventa il cerchio di gesso brechtiano da cui si tira con sempre più violenza un individuo sempre più disgregato, sempre più solo, sempre più carnefice del proprio simile.

Ma quello che imbratta e contamina i contendenti di questo spietato talent show non è gesso ma polvere d’ossa, resto di morte. Perché in questo oggi terrificante, tra violenza senza forma, sesso senza altro che meccanica, e ingordigia travestita da progresso sociale, non c’è nessuno disposto al gesto di cura di rinunciare a tirare chi sta in mezzo verso la sua fine.

Al contrario: c’è, piuttosto, l’esplosione di un parossismo senza speranza, punk e delirante, che impressiona e forse repelle. E tuttavia, nel momento stesso in cui fa riconoscere l’emersione del disgusto, dell’eccesso, spinge a rendersi conto della sua, insopprimibile verità, per chi, nonostante si chieda ossessivamente dove stia il confine tra verità e recita ha rinunciato a porsi la domanda.

È il ritratto di una generazione che ha visto tradire le sue promesse, e a cui non resta nemmeno più la forza di prendersela con chi gliele ha tolte.

Se si hanno trent’anni e le stesse aspirazioni, osservare tutto questo e scoprirsi a disagio (e ammaliati, come solo il teatro sa tenere insieme i due opposti) è – al contempo – riconoscere che questo sentire lo si sta provando di fronte al proprio specchio, per quanto deforme esso possa essere diventato.

Un viaggio verso il fondo di se stessi. E quel che c’è davanti resta (forse) da costruire, e la distopia che costringe alla realtà potrebbe mostrare come farlo. Se si è disposti a riconoscerlo.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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