Raccontare di sé, romanzare di sé. Comincia così il Festivaletteratura2021, con un ritorno: quello de La Straniera, di Claudia Durastanti, (La Nave di Teseo) un libro che ha già fatto il suo fortunato cammino, ma che torna a Mantova insieme alla sua autrice per aprire la strada a un altro racconto di sé che supera di molto, e in modo originale, i confini dell’autobiografia.
Fratello di Ghiaccio (Codice) dell’artista concettuale Alicia Kopf, riscrive le narrazioni di esplorazione ai poli per indagare quella del corpo e del mondo del fratello dell’autrice, autistico. Per raccontare due tutoli così poco definibili, però, è importante partire dai termini.
Come identificare un memoir?
Secondo Durastanti, il genere «presuppone un trauma, da cui sgorga una scrittura catartica». Anche la definizione stessa attribuita al genere, però, porta in sé una distinzione (una discriminazione, forse) di genere. «Viene raccontato come genere femminile, mentre gli uomini, si dice, scrivono autofiction».
Forse anche per questo, entrambe le autrici hanno cercato confini fluidi tra forme, preferendo il tono romanzesco a quello della memoria. Entrambi i romanzi, poi, hanno in comune il tentativo di allontanare la retorica dal mondo della disabilità. Se si è detto di Kopf, La straniera è debitrice ai genitori dell’autrice, sordi entrambi. Due persone che «disprezzano ciò che non è tratto dal vero, ma hanno una tensione picaresca. Volevo imitare le loro strategie esistenziali e portarle in letteratura».
Ma non sono solo le attitudini ad aver creato il romanzo, ma proprio quel reale che supera la narrazione. La mitologia familiare da cui la straniera sgorga è quella di un primo incontro per salvare il padre dell’autrice da un suicidio. È stato lo stesso padre, poi, a dire che invece fu lui a salvare la moglie da una aggressione. «Confutando quella storia – chiosa Durastanti – mio padre uccide il mito, e mi dà il romanzo». A dimostrazione che la sua categoria è il sentimento.
Sono, entrambi, romanzi di temperature estreme, o meglio, commenta Elisabetta Bucciarelli, che modera l’incontro «entrambi raccontano un calore e il loro opposto». E raccontano anche un’ibridazione di forme non così scontata come quella di Kopf con l’arte concettuale. Anche se, spiega l’artista, «separare la letteratura e l’immagine è una questione accademica, anche i poeti lavorano con le immagini. Il romanzo è per lei un progetto artistico più ampio, attraverso il quale decostruisce l’epica maschile dell’esplorazione. Volevo appropriarmene e portarla all’interno di una famiglia problematica» costruendo in tal modo una poetica dell’autofiction.
L’incontro tra l’arte e le parole si connette anche al bisogno di rappresentare le parole. E allora anche l’immagine diventa un tentativo di rappresentare il silenzio, attraverso l’immagine, cui nel corso del processo editoriale Durastanti ha dovuto rinunciare.
Così come ha rinunciato all’idea della linearità, con una scelta programmatica tesa a «spezzare la catena tra saga familiare o albero genealogico. Volevo un libro costellazione, fatta di astri di diversa luminosità. Mi ha aiutato lo spazio. Scrivere di luoghi infatti è più intimo di una storia di sentimenti, perché gli spazi sono abitati da storie collettive».
Così, per la straniera, un trasferimento diventa la lettura di un’esistenza: un sorprendente ritorno tra una New York patriarcale e una Basilicata insolitamente anarchica. Quella della madre di Durastanti, tornata non a un luogo ma nella lingua.
Le autrici si pongono come osservatrici partecipanti, perché, chiosa Durastanti «non mi fido dei memoir che non hanno uno spazio al futuro».
L’incontro dei due romanzi, nello spazio della disabilità è anche sul piano di una rivendicazione. Il rifiuto della pretesa di eccessività di chi porta una condizione di differenza. Ma i loro cari non sono eccessivi, e se lo erano in che senso le due cose si condizionavano? Si tratta di due romanzi nati da una una mancanza di narrazione, che li liberi dal registro del grottesco all’ipercomico.
Il fratello di ghiaccio, invece, è tale perché segue una specie di imperativo morale: sii trasparente ma tieni tutto dentro di te. Un invito che, spiega, ha molto a che fare con l’approccio alla vita e alla letteratura di Kopf: «Gli artisti hanno una ossessione nel trattenere la bellezza, che nella scrittura si può manifestare negli stati interni. Io ho bisogno di conservarlo, ma ad esempio i ballerini sanno che accade costantemente. La trasparenza è legata all’idea di chiarezza, non amo l’estetica delle parole, le uso per esprimere concetti».
La liberazione dall’estetica è, però, la scelta di una metafora, quella della scoperta dei poli. Perché «Il freddo viene dalle botte, i luoghi freddi aiutano chi ha sofferto. Il gelo, spiega, «serve a proteggere il dolore ma anche, per converso, a conservare il corpo perché non possa evolvere». E del resto, l’attività di uno scrittore è sempre uno scongelamento, lo stesso che l’autrice ha cercato una sua storia personale.
Un congelamento parente della camera anecoica in cui Durastanti si è immersa per sperimentare la condizione di sordità dei genitori sulla propria pelle. In quello spazio di teorico assoluto silenzio, dice, «sono stata nel mio passato. Sono stata dentro il corpo di mia madre. Mi sono sentita molto esposta. Per mia madre tutto ha significato, tutto è sovrainterpretato, ma non trova mai la restituzione dell’altro, e invece siamo governati dal bisogno dello sguardo degli altri. Il suo riconoscersi come personaggio inventato per me ha chiuso il cerchio tra segni e bisogni». Gli stessi che ha imparato a riconoscere nella povertà vissuta da bambina, in cui «il futuro è una soglia, la sola possibile, mentre nel romanzo volevo raccontare la malinconia delle direzioni che non ho preso».
Sono, questi, due romanzi di riscatto delle vittime se vittima è chi non può raccontare la propria storia o è ridotto al silenzio. Secondo le autrici, «quando crei un occasione finzionale crei una possibilità di futuro. E all’interno di essa, creare una propria narrativa è avere potere, mentre se altri hanno potere su di noi si rimane vittimizzati da quello che è accaduto, non si nominano parti che possono trovare luce». E, come proprio l’arte insegna, conclude Kopf, «parlare delle proprie condizioni crea un’illusione di identità propria, è un atto performativo che genera conseguenze, come avermi reso esploratrice dopo averne parlato».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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