Il Teatro sull’Acqua e il suono del mondo

immagine per Teatro sull’Acqua“Tutti parlano ma io non capisco le parole… Tutti parlano ma non ascoltano quello che porta il vento”.

Il festival che prende spazio sul lungolago di Arona vi porta libri, ma non solo. I veri protagonisti sono altri, e sopra tutti uno, il luogo che le ospita. La poesia, si prende lo spazio dell’acqua, scivolando su una barca.

Le performance occupano e si espandono nelle strade, sull’acqua del lago scivolano i pensieri e i ricordi. Quelli di Tata Degli Angeli, protagonista dello spettacolo tratto da un testo di Dacia Maraini, che – come ogni anno – si attaglia alle acque, vi si appoggia e trasforma l’antico porto in scenografia, facendo del Lago Maggiore un palcoscenico unico al mondo.

Tata, professione boia a riposo, ormai stanco, che ogni sera si lascia andare sulla barca lungo il lago, solo con i suoi pensieri. Il Tagliatore di teste sul Lago Maggiore è solo, fino a quando l’acqua del lago non porta alla sua riva insoliti figuri: un vecchio scrittore borbottante, un viaggiatore gentile con una inquietante passione per le esecuzioni – per ragioni di studio, per carità! – e un uomo innamorato della moglie che lo ha tradito e deciso a riconquistarla.

Figure grottesche, simpatiche e fiabesche, diafane come fantasmi che appaiono e poi scompaiono sull’acqua. Come i fantasmi che sono. Non sono, infatti, nient’altro che i ricordi delle persone che il boia ha ucciso, che tornano a fargli visita. Non a reclamare, o a tormentarlo. Gettano un ponte, con un sorriso e una battuta, talvolta pungente e sempre calda, tra i mondi.

Anche i sogni e gli eroi han tratti umani, sembrano dire: sotto un vecchio arrabbiato può nascondersi Gogol, e Goethe è un bizzarro viaggiatore. Come i piatti che la moglie Giovanna, con la sua devozione ironica, continua a preparare al suo Tata, come i bonari rimbrotti che gli offre suor Agata, che gli è stata madre tra le mura del convento dove è diventato uomo, cercando i tratti di un padre nel sogno di Napoleone.
Anche loro sono morte, naturalmente, ma è proprio a questo che serve la notte e la natura: a confondere i contorni tra la realtà e il sogno, tra il razionale e l’emotivo.

Sulla sponda del lago lo fa un Mariano Rigillio in grande spolvero che nello spazio limitato di preparazione e di lavoro che permette questo contesto si muove da mattatore nell’architettura registica semplice di Francesco Tavassi e insieme a Anna Teresa Rossini, Toni Fornari, Silvia Siravo, Salvatore Rancatore, costruiscono un garbato omaggio al lago, protagonista nel suo silenzio.

Lo stesso che cerca invece Boris Vecchio nel cortile di Villa Usellini. Tanto il lavoro di Rigillo cerca la freschezza popolare, portando sotto gli occhi degli spettatori le moltitudini colorate di certe piazze in commedia, tanto le Piccole modifiche che Vecchio porta in anteprima nazionale ad Arona cercano la sottrazione, l’elegante poesia del gesto che chiede solo di essere ascoltato, per sentirne la lingua.

Quella lieve del silenzio. Il suono del vento, la leggerezza perfetta del gesto. È una partitura per corpi, una danza di gesti lirica e magnetica, quella che Vecchio porta in scena insieme a Lital Tyano, che presta il corpo alla marionetta Giorgio: un incontro tra due esseri, entrambi in modo diverso vivi come lo spazio che abitano. Due entità che si affacciano ad una piccola e deflagrante scoperta del mondo.

E le parole non servono, ed anzi denunciano la loro limitatezza, si fanno da parte per trasformarsi in suono, che si immerge dentro una dimensione dove – ancora una volta – nei solchi del volto di legno di Giorgio si sfarina il confine tra mente e corpo, tra terra e aria, tra immagine e suggestione.

Ne emerge una performance poetica quanto l’altra era grottesca, capace di accompagnare alla commozione e al sorriso uno spettatore sorpreso da se stesso, incantato dell’incanto dei bambini che scoprono per la prima volta di essere soggetto dentro un tempo comune, uno spazio che respira e una relazione. Conflittuale, affettuosa, divertita che sia, comunque un incontro.

Quello che solo il teatro, sa generare, quello di cui, in questo difficile anno di distanze necessarie, così ritorna al centro, in tutta la sua irripetibilità senza fine.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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