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Pasolini, uomo nel suo tempo

di Chiara Palumbo

Quante vite di Pier Paolo Pasolini si possono identificare, dentro quella che il 2 novembre del 1975 è stata fatta a brandelli all’idroscalo di Ostia o anzi, con una immagine ben più poetica e forse pasoliniana «che è stata spettinata moltiplicando i nodi».
Una vita, anzi due, almeno secondo Ascanio Celestini, «attento lettore del Pasolini friulano, ma soprattutto un intellettuale a tutto tondo che come lui ha gettato il suo corpo nella lotta».

Ascanio Celestini, PordenoneLegge 2026. ph. Chiara Palumbo
Ascanio Celestini, PordenoneLegge 2026. ph. Chiara Palumbo

La lusinghiera definizione è di una voce che il diritto di farlo, Maura Locantore, Direttrice del Centro Studi Pasolini di Casarsa della Delizia. L’occasione è la presentazione del saggio di Celestini Pasolini, una vita, anzi due, edito da Laterza, che fa propria la lezione di Cerami, che di Pasolini fu scolaro, bambino, nella piccola scuola Petrarca di Ciampino, borgata delle borgate, nei primissimi tempi romani.

Anche Locantore, con Cerami, vede Pasolini capace di leggere il Novecento e poi il post Novecento, in tutte le sue contraddizioni, mentre Celestini vi mutua e approfondisce l’idea che sia nato un Pasolini il 5 marzo 1922, non a caso nell’anno della marcia su Roma, e poi un altro, con una vita ormai quasi più lunga del primo, alla sua morte, un doppio che si porta dietro tutta la sua iconografia e gli interrogativi su cosa avrebbe detto l’uomo che, precisa Locantore, ha parlato di genocidio culturale in tempi molto anteriori a questo e ha creato termini come «palazzo» ancora in uso per stigmatizzare il potere.

Questo secondo Pasolini, nota Celestini, «ha tutti i connotati di un intellettuale vivo, a partire dal fatto che viene continuamente citato», ma a sproposito, e l’abitudine di molti a ricorrere non tanto alla frase «Pasolini direbbe», che denoterebbe in sé una forma d’affetto.

C’è invece oggi, chi soprattutto da una parte politica è d’accordo col secondo Pasolini, un’identità spesso immaginaria e sicuramente posticcia che non solo direbbe, ma «dice» cose che gli vengono fatte dire, soprattutto se si parla di valle Giulia e degli scontri tra studenti e poliziotti del marzo 1968.

Certo, basterebbe leggerlo, annota chi lo ha studiato con acribia e devozione, in quegli stessi versi, dove distingue tra persone e istituzione poliziesca, di cui scrive che «ovviamente tutti contrari» a un’istituzione che già nel luglio del Sessanta aveva paragonato a un esercito coloniale con la sua mentalità razzista.

Un esempio, per un Celestini tanto torrenziale quanto straordinariamente puntuale e lucido sugli avvenimenti che mette in fila, per ricordare che, soprattutto quando si parla del poeta di Casarsa «occorre contestualizzare un evento concreto come la scrittura, dato che era così attento alle parole come lo sappiamo da operare, ad esempio, una netta distinzione tra il concetto istituzionale di Polizia a quello umano di «poliziotti», tra i concetti di patria e di nazione, e da legare visceralmente ogni parola al momento nella quale la pronuncia.

Questo è l’architrave su cui si muove l’attento lavoro biografico di Celestini, che ancora una volta si apparenta a Cerami quando dice che «se noi prendiamo tutte le opere di Pasolini, dalla poesia scritta a 7 anni a Salò, o le 120 giornate di Sodoma, e li disponiamo secondo cronologia, avremo il ritratto, il disegno, della storia del nostro Paese» nel tempo della sua vita, dal ventennio fascista alla metà dei Settanta.

La vita di PPP, secondo l’attore e artista romano, diventa «come un gioco dove posso cambiare disposizioni degli elementi ma mi diverto tanto più quanto le regole sono fisse», come lo è lo stretto legame con il tempo.

La dissertazione che ne segue si rivela tanto ammaliante quanto storicamente solida, mentre Celestini situa Il vangelo secondo Matteo nel 1964, è l’anno dei socialisti al governo, poi del Piano Solo, il colpo di Stato dei Carabinieri. L’anno in cui cade il primo governo Moro, che sarà seduto accanto a lui alla prima proiezione del film al Festival di Venezia qualche mese dopo.

Quello in cui non esce solo l’articolo citatissimo «io so, ma non so i nomi», ma accanto ad uno, semisconosciuto, in cui invece i nomi li fa, puntando il dito contro i «gerarchi della DC» ma mettendo Moro tra i buoni.

L’idea rivoluzionaria, a suo modo di Celestini è raccontare PPP nel suo tempo. E conoscerlo, innanzitutto, perché oggi, puntualizza, la sua appropriazione da destra funziona «perché siamo solo convinti di saperlo».

Ma quello di cui si parla e con cui ci si dice d’accordo, è soltanto il secondo Pasolini, quello più citato che letto, delle frasette spurie buone per i social, nel frattempo è l’altro che non la pensa come quelli che loro citano.

Si rivela allora fondamentale, con tanta passione e insieme «calviniana leggerezza» (ancora Locantore) rivedere Pasolini nel suo confrontarsi con la sua contemporaneità, che gli sembrava correre sempre. Comprese le cantonate, gli scarti e gli errori.

Il Pasolini che spiega al giovane Bellocchio dei Pugni in tasca «che film ha fatto», sintetizza l’attore, salvo avere, ricorda il regista, molti dubbi poco dopo. Ne emerge un uomo che «aveva grande fiducia nella dialettica». Non sempre le certezze che gli si attribuiscono. E di cui non bisogna perdere di vista che tutto Pasolini, quello pubblico che ci è noto, si è racchiuso in vent’anni, dal ’55 al ’75, in cui sono compresi trenta processi e centinaia di partite di calcio.

Il nostro debito da scontare, con un intellettuale tanto poliedrico, è una conoscenza tutta astratta dal contesto, «dalla sua urgenza etica di non tirarsi indietro dal suo tempo». Di cui fa parte anche l’invito agli studenti a fare la rivoluzione con chi ancora non l’ha fatta e riprendersi un partito, nella illuminante esegesi di Celestini, che sulle colonne dell’Espresso dell’epoca, per mano di un quantomeno avventato titolista, era diventato «Cari studenti vi odio».

La lettura attenta di Celestini è necessaria al tempo in cui Vannacci lo cita estrapolato per aprire persino il suo programma elettorale fieramente fascista. E più necessario che mai leggerne l’opera magmatica, che ne rende la complessità, non sempre coerente.

Seguirne lo sguardo che parte dal Friuli per arrivare alla borgata e al sud, in un filo rosso che spiega la scelta di ambientare proprio il Vangelo tra i Sassi di Matera, dopo esser stato in Palestina, proprio in quello stesso anno.

Nelle dense e talvolta sorprendenti pagine di Celestini, c’è, costruito in decenni di lavoro, anche un racconto del Pasolini privato, visceralmente legato alla madre ma meno oppositivo col padre di quanto si racconta.

Quello che la nipote Graziella Chiarcossi chiamava Zio Pasolini e che nelle parole affidate a Celestini si svela, nel periodo – di fatto del tutto rimosso – in cui faceva da segretario al figlio, che poi raggiunse a Roma non appena ebbe una casa in cui stare.

Il figlio con cui passa del tempo a Bologna. Dati di realtà cancellati dalla storiografia, che Celestini, nella sua ossessiva ricerca, scova solo in una intervista di Dacia Maraini, «che intervista uno di cui conosce le risposte, e quindi fa le domande giuste».

Dalla passione accurata di Celestini emerge «lo slancio di parlare con le parole degli altri», che trova infinite traduzioni: Il friulano, il romano, il cinema, l’Africa e il Marocco di cui parla a Ninetto Davoli. E soprattutto, infine «Una vita e un’opera che è un’unica cosa dall’inizio alla fine, la traiettoria di un uomo che vive pienamente la mutazione antropologica, di cui parla, che forse è ancora in corso. Di sicuro lo è l’analisi».

E si fa, ancora, chiave per decodificare Una storia che stiamo ancora scrivendo anche se pensavamo di averne già studiato i materiali. Individuando la continuità che Pasolini ha provato a farci intravedere, che ancora esiste e sta diventando sempre più leggibile, e porta fino a Berlusconi che rivendica di aver «costituzionalizzato i fascisti». Passando per Portella della Ginestra e gli stessi nomi che tornano.

Una mutazione antropologica fatta del mondo dei vinti che scompare, quello che davvero Pasolini vagheggiava, è un filo nero in cui Pasolini continuamente inciampa.

Nel tempo in cui si pretende di convincerci che il fascismo è finito da ottant’anni, Celestini a Pordenonelegge, nel 2026, fa risuonare la sua voce con gli accenti di Pasolini: Quando finisce il fascismo se quelli stanno tutti lì?

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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