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Vita e Virginia attraverso Orlando

di Chiara Palumbo

Abito nero e cappello a larghe falde tolto appena prima di iniziare, a significare quanto basti un solo gesto per raccontare un’identità che cambia e le possibilità diverse di sguardo sul mondo. In attesa ai piedi di una quercia, evocazione del romanzo e delle parole che al suo interno prendono forma, per raccontare qualcos’altro che cresce.
Forse presentendo tutta la carica simbolica che si esplicita già prima del buio, già a luci accese si crea un silenzio spontaneamente sospeso, sulla scena di Giuseppe Stellato che si apre sul palcoscenico del Teatro Studio Melato e sembra tratta da un quadro impressionista o da alcuni illustrazioni di Lewis Carroll. E in effetti si rivela presto per essere l’unico modo in cui una favola drammatica e totalizzante come lo sono solo i grandi amori diventa possibile. Del resto, l’intento dello spettacolo si dichiara fin da subito con la dedica – la stessa del romanzo a Vita Sackville West: e lei è Orlando nella penna e nella mente di Virginia, anche se come per la poesia “La natura sciupa il sogno”.

Forse non solo questo, ma è difficile non vedere in questa messa di scena e nell’espressiva drammaturgia di Fabrizio Sinisi l’intenzione di illuminare la natura di Orlando come pretesto narrativo, o meglio come il tramite tra Vita e Virginia. Impossibile non cogliere prima di tutto il suo senso di metafora di un amore che non aveva altro modo per descriversi e da proibito si è fatto capolavoro. Lo si legge non solo nelle esortazioni, nelle grida di folle amore o di tenera devozione che Virginia Woolf rivolge l’amata per lettera, ma anche nel racconto stesso che parte dall’amore di Orlando, nel Cinquecento inglese, per una figura di cui avverte la fascinazione molto prima di saperne distinguere il genere.

Con la donna che si svela nella figura di assoluta bellezza da cui l’uomo viene travolto su un Tamigi ghiacciato come nelle leggende nordiche, il cavaliere vive un amore estatico e dimentico del mondo, morso dalla gelosia e dal terrore di veder svanire svanire la felicità perfetta.

Quando l’oggetto del suo amore rompe  l’atteso lieto fine, Orlando si fa feroce e straziato proprio come Virginia mentre scrive a Vita: “sono ridotta una cosa che ti desidera”. Non resta ad entrambi che la stessa fuga è la stessa celebrazione: ammalarsi di letteratura. Sulla vita di Virginia piovono le pagine del romanzo, forse le lettere in un suggestivo diluvio di memoria ed immagini travolgenti, porte in cui restare intrappolata.

Ad entrambi non resta quindi che morire a una forma e rinascere a un’altra,  riscoprirlo in un altro modo. Così Orlando, odiando l’oggetto del suo amore, si trova ad essere una donna del XVIII secolo. Lasciando andare qualcosa di sé sublima e scopre ciò che non può più fare, rivestendo un nuovo ruolo nel modo in cui il mondo si aspetta i rapporti tra i generi: come una caccia alla volpe in cui l’uno insegue e l’altra fugge.

Con quelle pagine Virginia Woolf tratteggio prima di tutti i segreti e le debolezze dei generi, scoprendo di entrambi il potere e consentendo a un alter ego l’amore è il desiderio senza i lacci  delle pretese del tempo.

Accompagnata dalla regia misurata di Andrea De Rosa, Anna della Rosa offre una interpretazione intensa, vitale e visceralmente poetica, un’ode al desiderio, alla gioia e alla crudeltà dei risvegli che la distruggono.

Sfiora due mondi che avrebbero potuto squadernarsi in abissi di profondità difficile da affrontare, ma lo fa con la levità del sogno.

Virginia Woolf ha immaginato il mondo che non poteva avere e Anna della Rosa a quel mondo ha dato corpo con eleganza e leggerezza nel vestire due generi, il cui confine si svela, cosi labile e forse solo intenzionale – d’altra parte, il cognome di nascita di Virginia é Stephen, un nome maschile assolutamente comune.

Ad ogni modo, tra due persone che si amano conta soltanto il reciproco legame, la forza con cui dirsi, nella raffinata traduzione di Nadia Fusini che restituisce tutta la potenza del simbolo come della realtà che lo alimenta, del romanzo immaginato e delle lettere reali – “mi manchi modo piuttosto semplice, disperato, umano”. E a coprire come un lenzuolo il peso del vivere di di tutte le Virginia non resta che il suo talento, le pagine sognate e lettere portate via dal fiume.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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