
Alcuni artisti sono personalità estremamente ricche, e fanno di questa caratteristica la cifra peculiare del loro lavoro, tanto da essere difficilmente descrivibili in modo esaustivo. Una di questi è Lucilla Giagnoni, che ho incontrato nel corso della presentazione della replica saronnese del suo ultimo lavoro, Ecce Homo, scritto con la collaborazione di Maria Rosa Pantè. L’attrice fiorentina ha frequentato in giovanissima età la Bottega di Gassman, a cui poi ha fatto seguito un’esperienza ventennale con il celebre Laboratorio Teatro Settimo, per poi iniziare un percorso autonomo composto di spettacoli che sono dialoghi con il pubblico sottolineati dal fondamentale apporto dalle luci di Massimo Violato e dalle musiche di Paolo Pizzimenti. La Giagnoni accompagna lo spettatore in un percorso di indagine su grandi temi, raccontati in modo chiaro e di rara forza evocativa. Così anche raccontare di sè diventa occasione per analizzare l’uomo di oggi e il suo tempo con parole dense:
La prima domanda è quella più immediata da farsi a un artista: perchè scegliere questo percorso di mestiere e di vita?
Ho sempre saputo che avrei fatto l’attrice. Ci sono state anche ragioni psicologiche: i miei due fratelli si ammalavano spesso, e mia madre doveva occuparsi spesso di loro: era evidente che cercassi attenzione! A cinque anni, infatti, spesso improvvisavo piccoli spettacoli chiamando a raccolta i miei parenti. Ho coltivato poi la mia passione per gli studi umanistici, e l’anno successivo alla maturità classica ho frequentato la Bottega di Gassman, a Firenze. Questa è stata la prima grande occasione fortunata del mio percorso umano e professionale, anche per come era strutturata la Bottega: Si trattava infatti non di una scuola suddivisa in discipline, ma di esperienze di periodi di lavoro della durata di alcuni mesi guidati da personalità importanti: ho frequentato, per esempio, tre mesi con Jeanne Moreau.
Un secondo episodio fondamentale è legato a un altro docente della Bottega, il regista Alvaro Picardi, il quale mi propose il ruolo della giovane protagonista in uno spettacolo la cui protagonista matura era Paola Borboni: un’attrice allora novantenne, molto celebre.
Fu un lavoro fortunato ma tanto brutto da portarmi a decidere subito che, se fare teatro significava quello, io non l’avrei mai fatto.
Ho sempre saputo sia cosa volevo fare, ma soprattutto – è la cosa più importante– cosa non volevo fare. Quando si è giovani bisogna avere chiaro fino a che punto si è disposti ad accettare compromessi, e io in quel periodo ho capito quali non avrei accettato.
In quel momento è arrivato un altro importante cambiamento.
Negli anni in cui lavoravo con la Borboni ho incontrato il Laboratorio Teatro Settimo: un gruppo di giovani allora agli inizi della carriera. Erano personalità come Gabriele Vacis, Laura Curino, Marco Paolini, Eugenio Allegri. Avevano un metodo di lavoro molto diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allora. Con loro si doveva creare tutto, insieme. Collaborando si costruivano scenografie, si preparavano i costumi, si curava la vendita dello spettacolo. Ciascuno era respnsabile anche di ciò che accadeva in scena, comprese le proprie battute, non più date ma scritte dal gruppo stesso. Ciascuno era tenuto a studiare tanto da essere perfettamente padrone dell’intero argomento. Con Teatro Settimo ho imparato il far da sè. E finalmente mi piaceva, era quello che volevo.
E pensi che sia il modo più giusto di fare teatro anche oggi?
Ne sono convinta. Nonostante abbia avuto modo di cimentarmi anche nel teatro di interpretazione, con importanti registi, trovo che questo mestiere – che può essere il migliore ma anche il peggiore al mondo – debba essere fatto soltanto se si è consapevoli di avere qualcosa da dire: Sono certa che le parole e riflessioni, se sono utili al singolo per sopravvivere in quel momento, lo possano essere anche per gli altri. E’ però necessaria, innanzitutto, la voglia di trovare e costruire quel che si ritiene importante da dire. Non si nasce con delle urgenze, si indagano argomenti e si progredisce.
Perchè da almeno dieci anni hai scelto di portare in scena monologhi?
Il monologo è venuto come un’esigenza storica.
Ogni forma evolutiva arriva ad un punto di verità, che può essere anche un punto di morte. Verità e morte nell’evoluzione coincidono: qualcosa deve morire, perchè si apra una nuova verità. Quel punto per me è stata la chiusura di Teatro Settimo. Gli esseri umani sono conservatori, spesso non pronti alle metamorfosi: io avevo lottato perchè non il gruppo non si separasse; Quando complesse dinamiche hanno fatto sì che succedesse, per me si è aperta una vita del tutto nuova. Da quel momento ho dovuto trovare la forza di procedere autonomamente, e ho costruito una squadra di lavoro fidata che sostituisse il gruppo. Sopraggiunta la maturità umana ed artistica, il monologo lo percepisco come la scelta più naturale.
In questi anni hai iniziato un percorso di ricerca che è stato definito teatro civile, ma che potrebbe definirsi piuttosto teatro di educazione (tema che non a caso tu esplici spesso). Concordi?
Parlando di educazione, penso istintivamente al teatro didattico di Brecht: non è la stessa cosa. Per rispondere è necessario che contestualizzi: il mio obiettivo –come quello dei miei compagni di strada– è sempre stato lavorare su argomenti che interessassero noi. Era però fondamentale il modo nel quale lo facevamo. Innzanzitutto perchè siamo cresciuti in un tempo in cui il teatro di avanguardia e di ricerca era molto autoreferenziale, e usava linguaggi intellettualisti e settoriali che lo avevano allonatanato dal pubblico. Il mondo del teatro si era scisso: da un lato gli spettacoli istituzionali portati in scena da nomi molto noti che riempivano i teatri tradizionali, dall’altro gli scantinati come le cantine romane, da cui pochi intellettuali credevano di guidare la cultura. Noi, invece, avevamo una precisa idea politica del mondo e soprattutto della comunicazione: volevamo far tornare il teatro un luogo reale di confronto. Inoltre eravamo figli di operai della FIAT, o di uomini semplici -come mio padre, ufficiale di Marina- che ci avevano educati all’amore del bello ma con pochi strumenti, e che avevano investito per permetterci uno studio che avevamo lasciato perchè la costruzione dei nostri lavori richiedeva un impegno ancora maggiore. Era quindi fondamentale che i nostri genitori per primi comprendessero il nostro progetto. Per questa duplice ragione noi –formatici con quel metodo– abbiamo sempre scritto storie in modo semplice ma non semplicistico, così che fossero chiare a tutti tematiche anche molto complesse. Per educare solo nel senso etimologico del termine: non insegnare, ma fare emergere dallo spettatore la storia che è in lui e che corrisponde a quella che l’attore sta raccontando.
È poi indubitabile che il teatro sia educazione alla vita: Quando un bambino dice facciamo che ero… fa teatro, fa laboratorio di vita: morendo nel gioco sperimenta la paura della morte.
Questo è il motivo per cui il teatro è immortale: è antropologico.
Da questa necessità di chiarezza la necessità di affrontare argomenti all’apparenza lontani e indubbiamente densi: il sacro, la scienza, la letteratura?
Si, nel mio percorso per esempio ho affrontato grandi tematiche: Dante, la fisica quantistica, l’Apocalisse e la Genesi, l’evoluzione umana. Cercando di raccontarle in modo che da fare emergere il bisogno di ognuno di soffermarsi su quelle tematiche. Far sì cioè che ogni spettatore fosse consapevole che la Divina Commedia o la Teoria della Relatività gli appartengono, anche senza possederle con la competenza specifica di uno studioso.
Analizzando tutti i tuoi lavori si intravede sottotraccia un concetto forte di “femminile”, che non esclude e non emerge con prepotenza, ma esiste.. È vero?
È vero. C’è una componente femminile che corrisponde a una qualità femminile, esemplificata nel titolo di uno dei miei lavori: Vergine Madre. Nel trentatreesimo canto del Paradiso, la celebre descrizione della Vergine spiega il modo di arrivare al compimento della propria umanità: essere capaci di armonizzare l’impossibile e gli opposti. Di questo la Vergine è presentata come archetipo: è insieme vergine e madre, figlia di un figlio, umile e alta. È questa azione di dialogo ad essere propria del femminile che è in ciascuno, anche negli uomini. Ed è il mezzo con cui costruisco tutti i miei lavori, facendo dialogare temi, come in Big Bang la Genesi e le novità scientifiche.
Altro filo conduttore dei tuoi lavori è l’amore per la classicità occidentale e greca innanzitutto, ma anche orientale ed ebraica: è a sua volta parte di questo tenere insieme?
Una delle peculiarità sia del mio ruolo di narratrice sia del tipo di ricerca che ho scelto di fare è la necessità di risalire alle origini. Un’analisi che mi ha reso più che mai evidente come l’Occidente sia figlio della sintesi –o dello scontro– tra la cultura greca e quella giudaica, fra loro estremamente diverse per prospettive e visione del mondo.
Veniamo a Ecce Homo. Dopo la Trilogia della Spiritualità (Vergine Madre, Big Bang, Apocalisse) questo quarto capitolo che ne fa forse una sorta di tetralogia. È costruito cioè di nuovo sulla sintesi tra linguaggi diversi, con la differenza che a far da filo conduttore c’è una favola, per bambini ma non del tutto: Pinocchio. Perchè?
La quarta opera non si spiega senza la precedente trilogia, in cui ogni lavoro risponde alle domande lasciate aperte dalle precedenti. Il mio percorso è iniziato lavorando sulla Commedia perchè c’è stato l’11 settembre, che mi ha dato l’impressione di veder piombare l’inferno mentre eravamo in un’epoca in cui credevamo di poter fare tutto. Con quali parole raccontarlo se non quelle di Dante? Mi ha poi colpito la scelta del poeta di concludere le tre cantiche – fra gli infiniti termini possibili – con la parola stelle. Così ho rivolto la mia attenzione alle stelle, e di conseguenza agli inizi dell’universo: al Big Bang. Dopo aver parlato di inizio, era impossibile non parlare di fine: Apocalisse che pure significa rivelazione. Concluso quel percorso, mi era chiaro che si trattasse di una trilogia, perchè mi riportava nuovamente alla Commedia, un testo apocalittico. Questi anni di ricerca che mi hanno guidato ad Apocalisse non si limitavano a chiudere il cerchio. L’ultima frase dell’Apocalisse è: “chi ha sete venga, chi vuole prenda gratuitamente dell’acqua della vita” L’ho analizzata: chi ha sete, il messaggio è rivolto a chi è vivo dentro; venga, cioè si muova, nutra in sé il desiderio e agisca; chi vuole, ecco la volontà che incanala, prenda solo a questo punto gratuitamente, cioè con grazia, come un dono, dorean, in greco. L’analisi di questa frase mi ha portato a riflettere sull’uomo e a cercare di definirlo -ecco perchè Ecce Homo– e a chiedermi se potesse dirsi vivo. Il fatto che così non fosse si manifestava nello scegliere, tra le molte qualità dell’uomo: erectus, faber, habilis, di essere parzialissimo, solo homo aeconomicus. La scelta che la specie homo ha compiuto oggi.
Di quest’ultimo, un aspetto fondamentale è il pagamento come metodo di sciogliere il vincolo di relazione che al contrario il dono garantisce. E proseguendo la ricerca che mi aiutasse a sviscerare l’homo economicus, ho trovato la pianta degli zecchini: quanto spiega, con chiarezza illuminante! E ho concluso la riflessione con la consapevolezza che a spiegare profondamente l’essenza dell’umanità è non solo la pianta del Campo dei Miracoli ma l’intera favola: un legno che ha voce prima ancora di avere forma e che vive e agisce mosso da un costante desiderio.
Mi ha colpito un particolare momento dello spettacolo in cui ti rifai al libro dell’Esodo, che tendenzialmente si racconta come una storia di passaggio, in cui gli isrealiti liberati devono imparare di nuovo –suggerisci in Ecce Homo– a pensarsi come uomini. Quindi vedi l’oggi come un’epoca di passaggio?
La risposta immediata all’urgenza di questo chi siamo adesso? è: un’umanità in crisi.
Ma oggi non è non un tempo di passaggio ma uno dei momenti storici più straordinari che si siano vissuti. Questa è l’epoca della mondializzazione: l’unificazione di tutti i popoli è un mito dell’umanità dall’inizio della storia che è avvenuta nella nostra generazione.
Però la stiamo vivendo nelle sue accezioni negative: non messa in armonia, ma come omogenizzazione. L’oggi è un momento di grande opportunità, perchè consente di scegliere una strada diversa da quella folle già presa. Abbiamo replicato modelli politici ed economici che abbiamo visto fallire: così la crisi si sposterà, senza passare. È miope parlare di decrescita, lo dimostra la scienza: nella natura della cellula c’è la crescita, l’opposto significa morire. Questa sarebbe la scelta giusta, se significa operare un passaggio, purchè sia verso una crescita negli aspetti che abbiamo sempre negato. Nello spettacolo racconto un episodio –tradotto dall’ebraico, ridando alla lingua tutta la forza dei suoi molteplici significati– del libro dell’Esodo. Gli isreaeliti nel deserto si lamentano: “non potevamo restare negli accampamenti degli egiziani seduti accanto alle pentole della carne a inzuppare il nostro pane?” Frase molto umana, ma che fa riflettere. Nel momento in cui avvertono la mancanza della floridezza promessa, tornano ai vecchi modelli, nonostante li attenda un processo di liberazione, che però deve essere una assunzione di responsabilità. Tuttavia non sono pronti, e dunque il deserto si fa indispensabile. I quaranta anni che vi trascorrono sono necessari perchè passi la generazione che non sa pensare a un problema nuovo se non attraverso modelli vecchi. Allo stesso modo a noi oggi non è chiesto inventare un modello diverso, non ne saremmo capaci. A noi sta vivere il deserto, ed educare le nuove generazioni ad affrontare il mondo mutato. Persino Mosè non vedrà il nuovo mondo, ma è consapevole del suo compito di guidare il passaggio. Il nostro dovere è educare noi stessi. Le soluzioni verranno e saranno di maggiore felicità. E’ una scelta di vita che ci potrà dare molto. Chi ha educato e ha visto fiorire nelle persone lo sa: trasmettere esperienza e far crescere attraverso di essa ci rende vivi. Tuttavia come società è un compito che abbiamo abiurato, e come artista ho il dovere di dirlo.
Chiudo riprendendo una frase che tu usi in Vergine Madre, quella di Italo Calvino nelle Città Invisibili: l’unico modo per sopravvivere all’inferno è far durare e dare spazio a ciò che dentro all’inferno, non è inferno. Cosa per te non lo è?
La relazione. Il silenzio spazio-tempo di grande attenzione e raccolta che si crea con il pubblico, semplicemente. Anche molto altro, ma questo, certamente, non è poco.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






