Il sapere delle donne è la loro autentica stregoneria. Con gli occhi di oggi non si fa fatica a maturare questa consapevolezza, ma è di certo impattante sentirla giungere direttamente dalla voce della strega, o meglio, dalla sua mano, con cui – forse manu propria con le ultime forze, forse dettando al nipote – lo mette nero su bianco sulle pagine diario la sabina Bellezza Orsini per consegnarlo al futuro.

Arriva infatti direttamente dal 1528 – sfatando senza dirlo anche molte falsità sulle streghe, erroneamente considerate un prodotto dell’arretratezza medievale e prodotto invece di quella controriforma che cercava capri espiatori a una fame diffusa di sapere. E quale migliore di una donna, che con le sue erbe d fattucchiera sapeva compiere ciò di cui l’istituzione maschile voleva intestarsi la sola autorità.
Non della loro arte però restituisce il vivido e tragico racconto Bellezza Orsini, la costruzione di una strega, in scena al Teatro Gerolamo, ma quella del corpo di una donna che la propria spinta a conoscere l’ha pagata nelle piaghe e nel dolore, a prezzo della tortura della corda, ideale per la Chiesa cui era sufficiente evitare lo spargimento di sangue.
Non è un’eroina, Isabella nota come Bellezza, se questa categoria si riserva a chi sa essere più forte del dolore e delle sorti già scritte. Lei cede, ma la narrazione che il potere – maschio e colto, nel suo latino invadente, nel suo pretendere di raccontare al posto suo la sua storia – vuole estorcerle sulle streghe, la vuole scrivere lei.
Avrete ciò che volete, sembra dire, ma a modo mio. Così è lei a tracciare un’immaginario di sabba stregati, di diavoli bellissimi con cui congiungersi carnalmente sotto il noce di Benevento, di morte e di lussuria. Sta almeno in questo la forza delle storie, consegnate probabilmente soltanto per salvarsi.
Ma non è abbastanza, e così, su un palcoscenico popolato di corde appese a prefigurare un destino, va in scena la tortura che l’inquisitore volle imporle perchè il mondo sapesse. Maria Cristina Gionta la porta in scena con una intensità drammaturgicamente molto convincente, che riesce ad essere verosimile senza scadere nell’eccesso di teatralità.
Del resto, questo testo – che muove dal libro omonimo di Michele Di Sivo, lo fa a partire dal dato storico, ed è a quello che sembra voler porre, prima di tutto attenzione. Bellezza è una donna, prima che un personaggio, sofferenza e fierezza (anche nella resa) prima che simbolo. Parla, dal suo tempo, con la sua voce e la sua lingua, in un dialetto sabino preciso ma che non rende affatto complessa la fruizione.
A sostenerla, e a far da contraltare al latinorum dell’inquisitore in abiti eleganti e piuma sul cappello, la musica di Emanuele Ottaviani, che negli stessi panni la sottolinea con musiche originali e ne punteggia la vicenda prendendo a prestito alcune canzoni che sembrano venire direttamente dalla tradizione della musica popolare, dei suoi canti di dolore e d’amore.
Di fronte alle ammissioni, forzate quanto grottesche, di Bellezza, la morte è inevitabile. Ma ancora una volta, Bellezza Orsini sceglie una propria, forse paradossale, via di libertà. Se non può evitare di morire, che almeno sia a suo modo. Prima che la sentenza – senza attenuanti, per chi ha ammesso tutto ciò che “doveva” – venga eseguita, sarà lei a darsi la morte, con un chiodo in gola a spegnere la sua voce ma a garantire che le poche pagine in cui quella voce è stata scritta siano salvate, a loro volta, dal rogo.
Se Michele Di Sivo, drammaturgicamente, riepiloga forse qualche volta di troppo lo svolgersi di una vicenda che l’interpretazione rende già limpidamente comprensibile, spingendo a una sincera partecipazione, Silvio Giordani ha nella scelta di regia del finale l’intuizione più efficace, anche sul piano simbolico: nella morte, scelta e non subita, così come le parole che ha scelto per dirsi, Bellezza Orsini recupera la propria identità e una lingua contemporanea, a colmare anche sul piano della forma la distanza tra il 1528 di Fiano Romano e il presente, in cui ancora la scelta della donna su se stessa, il proprio corpo e la propria autonarrazione, subisce molte forme di interferenza.
Nella pur convincente interpretazione di Luca Negroni, giudice, notaio e filatore della trama, nel ruolo di narratore che il testo gli affida, la trasposizione della vita di Bellezza Orsini, che seppe ammalare e guarire, lascia la stessa convinzione che si deve alla sua interprete: merita fiducia e spazio. Perchè Maria Cristina Gionta non difetta di talento e perchè, dal canto suo, Bellezza Orsini e con lei le donne hanno una voce abbastanza forte per raccontarsi da sè.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






