inQuiete Festival di scrittrici #14. Marcoaldi e Lamarque, omaggio vivente a Wislawa Szymborska

Nata nel 1923 e morta nel 2012, Wislawa Szymborska è probabilmente la poetessa più amata degli ultimi anni. Vissuta a Cracovia per tutta la sua esitenza ha studiato clandestinamente. Il suo primo libro è stato rifiutato dalle autorità sovietiche del tempo perchè non abbastanza socialista, ma poi la sua vena poetica non si è mai arrestata e ha dato corpo a numerosi libri, mossa sempre da La gioia di scrivere, che è il titolo della raccolta delle sue poesie, così come dell’approfondimento che InQuiete le dedica.

Franco Marcoaldi, chiamato a raccontarla, spiega che Wislawa «ci ricorda che l’unico potere dell’autore è quello di perpetuare un’ipotesi e di consegnarla» a chi è prossimo, incarnando «la vendetta del mortale».

Secondo il poeta, la forza dell’autrice polacca è nel suo essere «mescolanza di disperazione e incanto: vive dentro questo ossimoro», che si sa esprimere in forme caratteristiche, figlie di un tempo che punta all’essenzialità. Se «la poesia è la forma espressiva che più dispone a considerare la possibilità della meraviglia».

In Szymborska più che in chiunque altro ciò avviene a partire dalle cose piccole, dalla realtà minuta e quotidianamente esperibile. Ed è attraverso di essa che la poetessa dimostra la propria «formidabile capacità di arrivare a tutti ma con livelli crescenti di profondità» espressa però sempre in una tonalità in minore, e in un versificare mai enfatico e retorico.

Ciò permette ai poeti coevi come ai lettori di avvertirla maestra e amica, prossima a sé e portatrice di una saggezza offerta con semplicità, e versi luminosi e definitivi, carichi di ironia. Che Vivian Lamarque sintetizza traendone uno dall’Ode di una sorella: «fa minestre squisite senza secondi fini» Un’esempio perfetto dell’antisolennità che la caratterizza.

Incalzati da Sara De Simone, i due relatori di questo incontro – che chiude la ricca sezione del festival dedicato alla poesia, hanno entrambi un rapporto vicino, quotidiano coi poeti amati, ed entrambi custodiscono il rimpianto di un incontro mancato per poco con quella che Marcoaldi chiama signora di Cracovia. Un’assenza che per entrambi si è concretizzata in eredità poetica, in omaggio in versi.

Con Preferisco Szymborska, infatti, Lamarque continua la sua Possibilità. Mentre Marcoaldi ne fa memoria nel suo Il mondo sia lodato «immaginando l’inimmaginabile che alberga nei miracoli più ordinari».

Le sue suggestioni si concretizano però nella loro prosecuzione, nel non restare inerte motivo d’omaggio. Così l’omaggio a Symborska si muta in reading dei poeti vivi e presenti, che ne proseguono I temi cari e le tonalità, raccontando coi propri versi gli animali, di cui anche Szymborska scriveva, perché «degli animali invidiava la capacità di essere interi nel momento, mentre gli uomini ne passano, inevitabilmente attraverso. E poi, accanto alla verità minuta di ciò che è a loro più limitrofo, i sentimenti.

La gioia di scrivere, appunto. Che, secondo Marcoaldi, «è quando i conti tornano». Perchè persino la poetessa polacca ammetteva che il suo poco scrivere aveva un motivo semplice: molto spesso i suoi versi non reggevano le ventiquattr’ore. Quando ciò avviene, chiosa Marcoaldi, bisogna ad ogni modo «vedere quanto la gioia dura». Una gioia che per Lamarque risiede in un altro sentimento: la possibilità di «trasportare il dolore da dentro alla carta, un privilegio rispetto a chi deve tenerlo addosso».

Di certo, però, chiosa il poeta, «la gioia di scrivere rinventa un mondo con le parole, fa percepire il mondo come il luogo delle metamorfosi, delle cose che possono cambiare».

Di Szymborska, i due poeti hanno però assorbito anche, spiega De Simone, l’attenzione al tempo perso.
La sua infatti non è poesia solo lieve, ma sa affrontare il dolore, gestito però sempre in modo sommesso. Come non mancò di notare Italo Calvino, è la poesia che appare facile a rivelarsi in realtà la più difficile, ed è con la lente di questa consapevolezza che la minutezza di autrici come Szimborska deve essere protetta dal rischio di essere fraintesa.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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