“Amavo i travestimenti, tutti. Amavo essere qualcun altro. È la storia di tutte noi, di un ciclo di esperienze che può portare da una parte o da un’altra: la storia dei vestiti della mamma, delle bambole sul letto” ha detto Eva Robin’s al Corriere della Sera.
Non sarebbe il contesto adatto a riportare uno spostamento al personale se non fosse perfetto per raccontare anche Le serve, in scena al Teatro Carcano.

Nella rilettura del capolavoro di Jean Genet firmato da Veronica Cruciani, Robin’s veste i panni della Signora, in un’apparizione fugace quanto puntuale che rende bene l’ironica affettazione dell’aristocratica disegnata dal cantore teatrale dei reietti.
Robin’s si iscrive nella prestigiosa lista delle interpreti della Madame genetiana che conta le più grandi. Tra le altre, solo in Italia, Adriana Asti, Piera degli Esposti e Franca Valeri.
Con tutte loro, condivide anche un’altra peculiarità, del resto già verificatasi alla prima assoluta dell’aprile 1947, regia firmata da Louis Jouvet: la rottura dell’indicazione dell’autore per cui il ruolo delle serve dev’essere interpretato da due giovani uomini, con l’obiettivo – scrive Jean Paul Sartre in Santo Genet commediante e martire – di “mostrare la femminilità senza femmina, mostrare una irrealizzazione, una falsificazione della femminilità, …e così radicalizzare l’apparenza”.
In questa versione, il ruolo delle serve è affidato alle due giovani e talentuose Matilde Vigna e Beatrice Vecchione, che reggono di fatto l’intero spettacolo con un’intensità spietata e crudele, riuscendo a evocare con la stessa forza seduzione e mostruosità, malgrado Genet avesse scritto che “Bisogna a un tempo crederci e rifiutarsi di crederci, ma poiché ci si possa credere occorre che le attrici recitino non secondo un modulo realistico”.
La forza della riflessione sul genere, così strutturale al testo è almeno parzialmente messa da parte, non volendo confinare a una mera nota biografica il percorso di attrice di Eva Robin’s, che le note di regia definiscono “icona pop” del trans-genere. qualcosa di più libero e giocato sulla performatività della mera definizione di transgender utilizzata dalle sinossi.
Piuttosto che la riflessione identitaria, a prendere il centro della scena è proprio il gioco del travestimento, a partire dalla scelta di rovesciare l’estetica della stessa Robin’s in un involucro che pare volersi suggerire più stereotipicamente vicino al maschile. È il travestimento, la pratica sostanzialmente teatrale (o performativa, se si preferisce) a consentire di poter essere altro da sé.

Così le serve vestono i gioielli, gli atteggiamenti e gli abiti della Signora in un gioco teatrale di spietata esattezza che non subisce l’usura del tempo, grazie anche alla felice intuizione di amplificare la dimensione teatrale trasformando le protagoniste in serve di scena e le flycase solitamente relegate alle quinte prendono apertamente la forma degli elementi d’ambiente, ed è a pubblico persino (con l’imbarazzo di prammatica degli ultimi arrivati in platea) la transizione tra attrice e personaggio.
Essere qualcun altro: la sperimentazione di ogni infanzia, che mentre si cresce si scolora e si fa ambigua assottigliando il confine tra diventare altro, desiderare l’altro e possedere l’immagine di sé che all’oggetto del desiderio si vuol rubare.
E quando, con l’inesorabilità dell’età adulta, si riconosce l’impossibilità di “correggere la fortuna” oltre una certa soglia il desiderio si fa odio, in un angoscioso e talvolta parossistico andirivieni di esplosioni emotive, di atti mancati e intenzioni che si scontrano col fallimento.
È più facile, a ben guardare, cambiare un corpo che un destino, quando è la marginalizzazione. Insistere meno (se non per nulla) sul piano di lettura di genere, consente al lavoro di esplorare a fondo quello del potere, il cui desiderio di conquista finisce inevitabilmente in un vortice di delirio, anch’esso programmaticamente sempre in bilico tra realtà e rappresentazione.
Dentro cui, con la violenza del rock acido che irrompe a spezzare la narrazione, arriva la consapevolezza di non poter cambiare una sorte già scritta.
Il potere tanto desiderato sfugge, inesorabilmente, sia alla conquista (nient’altro che un gioco puerile e crudele come sono solo certi giochi dei bambini) sia alla sua distruzione. Le serve, infatti, sono l’emblema di tutte le persone condannate alla subalternità che finiscono con l’amare la propria umiliazione e odiare ciecamente.
Le due giovani si dimenano in un flusso di sentimenti estremi che procedono a strappi e si nascondono uno dentro l’altro, dove ogni frase nega la precedente. Alla fine dei conti, ne rimane una fascinazione – desiderante e terrorizzata insieme – per chi detiene il potere, che rende impossibile qualsiasi azione risolutiva. Per dar voce alla rabbia violenta della Solange di Matilde Vigna o all’inquietante candore apparente della Claire di Beatrice Vecchione, le serve non hanno altro obiettivo possibile che la propria pari, una sorta di altro se su cui proiettare il disprezzo che non sanno depositare altrove.
Anziché distruggere il potere, la cui “bellezza si nutre della vergogna” dei subalterni, queste finiscono col prendere con il non essere più in grado di sopportare chi ci si somiglia come una sorella, come uno specchio terrificante “che mi rimanda la mia immagine come un cattivo odore”.
Si può cercare di truccare la realtà con l’inganno, come una lettera fasulla, ma l’angoscia di chi non è in grado di reggere – fuor di finzione – un ruolo che non sia il proprio alimenterà un senso di persecuzione fatto di oggetti parlanti e inganni svelati prima ancora di esser stati scoperti.
Agli sconfitti non resta, allora, che la morte, come un rito sacrificale pagato a una realtà che non può cambiare. Rivestendo il simulacro del potere, in realtà, semplicemente immolare se stessi a un mondo che, fuori di finzione, continua a pretendere le stesse vittime.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






