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Il sogno possibile di Basaglia e i suoi

di Chiara Palumbo

Persone che hanno immaginato qualcosa che non esisteva e hanno saputo realizzarlo. Ecco chi sono Franco Basaglia e la manciata di compagni che hanno cambiato la storia della malattia mentale,dell’Italia e del mondo. Per questo, a cento anni dalla nascita di Basaglia, serve ancora raccontare la loro avventura.
Lo fanno, nel podcast Basaglia e i suoi, Matteo Caccia, da poco responsabile dei podcast de Il Post, e Massimo Cirri, che – oltre che voce radiofonica – è uno dei massimi esperti del movimento antipsichiatria. La cui lezione, spiega, è pieno di un’umanità che rimane, e ancora insegna che il cambiamento è possibile.

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Il sogno possibile di Basaglia e i suoi

Potrebbe in effetti essere una storia da romanzo, in questo senso perfetta anche per Bookpride, quella di Basaglia. L’epopea di un uomo che “ha fallito nella vita”, arrivato a 37 anni. Che voleva fare l’accademico e stava per diventare ordinario, racconta Cirri, quando il professor Belloni gli nega la carriera perchè è poco allineato. Legge troppa filosofia. In Università, a Padova, si dice lo chiamino “Il filosofino”.

Allora, lo aspetta una carriera di Serie B: direttore di un manicomio, qualcosa che che non ha mai visto. Prende il posto di Antonio Canor, un uomo che ha nella sua la storia del Novecento: ex direttore del manicomio di Pola quando era italiana, abita nel manicomio di Gorizia con l’anziana madre.

In un giorno terso di marzo del 1961 esce in macchina e muore, cadendo in un fosso: si libera il posto per il giovane Basaglia. Il quale, arrivato a Gorizia, “riconosce nel manicomio lo stesso odore di morte del carcere, in cui era stato qualche aanno prima da giovane antifascista”.

In quel posto tremendo, uno dei 98 allora disseminati in giro per l’Italia, tocca con mano l’inenarrabile. E – con una sintesi cara a Cirri che appropriatamente riporta anche sul palco della fiera milanese “sperimenta la vergogna”, e su questa spinta pensa a un mondo senza manicomi.

Lo fa disordinatamente e ostinatamente. come le due voci raccontano anche nel podcast per il post, commentando le diapositive sonore del loro viaggio nei luoghi Basagliani. Lo pensa con l’incoscienza e il caos portatore di senso (le tabelle gnoseologiche, con Basaglia, diventano fasci di fogli scritti da molte mani che tengono insieme, per la prima volta, una cartella personale) con cui Gino Strada immaginava un mondo senza guerra.

Non basta, però, per capire Basaglia e i suoi, raccontare la storia dell’uomo simbolo, così risalente nel tempo. Bisogna, e Caccia e Cirri lo fanno, raccontare l’oggi: le cene con Peppe dell’Acqua, amico e braccio destro, che è un filosofo più che uno psichiatra: e il racconto dei suoi incontri. E di quello, che più che un metodo, è una postura verso il mondo.

Se arriva un ragazzo di notte, ed è fuori di testa, dice lo psichiatra, puoi chiamare quattro infermieri: ma se stai lì con lui fa tutta la differenza del mondo.

Questo – e si evince prima ancora dalla passione con cui tutti ne parlano-è il metodo di Basaglia: stare nelle contraddizioni. Nell’insensatezza, nella povertà, perchè è da queste ultime che si genera e che poi produce, in un circolo vizioso, la condanna delle persone più fragili a una vita che non è più loro.

Basaglia lo fa prima da solo, poi con Antonio Slavich, amico, collega e concittadino. con cui si daranno tutta la vita del lei e, con cui, per sicurezza, parla in veneziano.

E dopo aver parlato tra loro, continua il racconto appassionato di Cirri, provano a parlare con ognuno dei 650 di Gorizia; uomini e donne che spesso parlano in sloveno e che quasi sempre sono diventati pietra. E allora Basaglia. per il suo sogno, pretende un interprete “per gente che tace in sloveno”.

Su queste premesse, Basaglia e i suoi costruiscono una comunità per ogni reparto, a fermare la punizione e l’abitudine dell’elettroshock, perchè non sono altro che questo. Comunità per aprire le porte. E quando nel ‘65 si aprono quelle dell’ultimo reparto chiuso nel timore generale, semplicemente non succede niente.

Quale migliore invito a pensare oltre? Forse è questo ad aver fatto di Basaglia un mito del 68 e della lotta contro le istituzioni totali; ma anche un modello dell’oggi perchè, chiosa Cirri, “pezzi delle istituzioni anche più tremende sono modelli da cui gocciolano parti della nostra vita” e, consapevole di questo, c’è una generazione che ha “sempre navigato pensando a cosa avrebbe fatto Basaglia”.

Nel podcast ci sono le loro storie, e quelle degli ex internati, come Giordano Vascotto, da cui Caccia sostiene di aver ricevuto il racconto più potente e visionario che abbia mai sentito.

Un uomo che, anche grazie a Basaglia e i suoi, oggi fa l’attore, e in Teatro con l’Accademia della Follia veste i panni del medico. E tuttavia, la sua è la storia di un bambino di 7 anni esule istriano, povero e finito al manicomio perchè “agitato”.

Ne esce dopo 22 anni, con alle spalle svariati elettroshock. Perchè, commenta Caccia “la vita è crudele e truce, e a volte serve guardarla dal corpo  di un bambino a cui è stata fatta una cosa ingiusta, che porta a fare altre cose ingiuste, come uccidere gatti e altri animali per scoprire come sono fatte le cose dal di dentro.

Questa, come tante altre storie, restituiscono una rottura che non è romanticizzabile, che mette in evidenza come, in certi versi ancora oggi, la risposta della società al disagio è l’isolamento. Una risposta anche strutturale.

Nel sabato pomeriggio in cui la comunità dei libri si riunisce a Bookpride, a Milano ci sono centinaia di bar diversi, ma il solo pronto soccorso degli ospedali e un reparto di psichiatria: a chi sta male, si offre uno spazio di aiuto spesso misero, violento e inadeguato.

La domanda che i due autori del podcast rimbomba nel silenzio che dalla sala diventa quello del mondo fuori: “Come lo abbiamo permesso noi comunità, politica, cittadini?”

Nello stesso tempo, a Trieste, il secondo tempo della partita Basagliana, dal 1971 alla sua morte, ci sono quattro luoghi, simili a un bar, poco sanitari e molto accoglienti, pronti ad accogliere chi sta male. Perchè nella laboriosa Milano l’unica cosa possibile è un efficiente TSO?

Certo, si conviene, l’ascolto a cui fa riferimento Dell’Acqua ha un costo sociale enorme, ma sono soldi spesi bene, perchè, e qui è lo psicologo Cirri a venire in soccorso coi dati, la gestione del primo esordio psicotico determina i 20 anni successivi.
Se la prima volta ti hanno legato, ti ci vogliono anni a ritrovare fiducia nel mondo. E se manca la fiducia non ci sarò guarigione.

Su cosa vogliamo, in tempi come questi, investire le nostre tasse?

Saremmo disposti, come hanno fatto i colleghi di Basaglia, a dare ascolto al signor Giovanni, internato da 20 anni, che non parla da 22 anni ma chiede inutilmente qualcosa per fare l’orto, finché Basaglia glielo dà. E lo riporta a casa, in una comunità che aspetta un caro per tutti ormai perso.

In un tempo in cui siamo ancora “abituati a percepire la sofferenza come incomprensibilità, pericolosità, apatia”, la lezione di Basaglia, che continua dopo di lui, insegnaa che se costruiamo sistemi adeguati, tutti lavorano. Risale al 1972 la prima cooperativa, che l’equipe di Basaglia ha potuto fondare, dando un orizzonte a persone che non avevano diritti civili.

Lo ha reso possibile il presidente DC della provincia  Michele Zanetti abrogando i divieti, e dove non arrivano i comnunisti di Parma che, in mezzo ai dieci anni a Gorizia e quelli a Trieste, lo chiamano e poi lo allontanano da parma perchè l’ideologia mette in secondo piano i diritti alla rivoluzione. Serve, allora come oggi, l’intelligenza di tutti.

Perchè, ed è questa l’eredità più importante: “Se la normalità è larga, fatta di un sistema (scolastico, ad esempio) che include tutti, alla fine ci guadagniamo tutti. Perchè se la libertà è più larga è più comoda”, conclude Cirri.

L’alternativa è una prigione classista, come il manicomio in cui, ci ricorda ancora Basaglia, “chi non ha non è”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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