Memorie di Adriana. La vita antiretorica di Adriana Asti

«Ogni piacere si arricchisce del ricordo di piaceri trascorsi», sovvengono le Memorie di Adriano a cui il titolo fa il verso, quando ci si accosta alle Memorie di Adriana andato in scena al Teatro Franco Parenti. Ed è il potere del ricordo a irrompere, potentemente e fin da subito, laddove invece l’attrice si nega, come ultima grande diva di un secolo in cui, dove si segnava la scena, lei c’era.

Il ricordo può entrambe le cose: lasciare nudi, vittime della propria temporalità quanto dell’immagine che si è creata di sé, che talvolta disgiunge la diva e la donna.

Ma questa volta, l’attrice ha scelto di non esserci e lo spettacolo non s’ha da fare. E – intuizione forse non inedita ma indubbiamente suggestiva – una porzione significativa di storia del teatro si racconta attraverso il suo contrario. Perché l’attore trasmetta la sua essenza deve spogliarsi del cerone, delle aspettative del pubblico, di ogni parte.

immagine per Memorie di Adriana
Andrea Soffianti, Andrea Narsi, Adriana Asti. Andrea Narsi- ph.MLAntonelli

Solo senza difese può affrontare l’angoscia e la dolcezza della memoria. Mentre l’attrice resta chiusa dietro una porta, è l’altra lei, la donna, ad aprirla. In un semplice pantalone e maglia neri, l’abito della prova, del fuori-scena, si mostra mentre “lei” si nasconde.

Si mette a nudo, appunto, di quanto in quando cercando protezione, avvolgendosi nel velluto pesante del sipario, come nell’abbraccio sicuro di chi si rifugia in ciò che gli appartiene intimamente.

Il ricordo è così sfida e sicurezza, ma non è mai avvitato su se stesso. In queste Memorie, lo sguardo non è mai soltanto all’indietro. Quello di Adriana Asti non è autocompiacimento, né un – per quanto elegante -adagiarsi sugli allori di quello che è stato. Semmai le esperienze accumulate informano la leggerezza e la vitalità della donna che oggi, senza belletto, si mostra per quella che è.

Un’esistenza senza dubbio plasmata dagli incontri con  Visconti e BertolucciPasolini e  Pinter, Wilson e Moravia, ma anche a suo modo intenta ad affermare, oltre la timidezza infantile, in risposta a una famiglia che l’accusava di “essere senz’arte né parte”, la sua intenzione di non esserne schiacciata, anche a costo di far chiamare nevrosi quella con cui, ad esempio, lascia il marito Fabio Mauri, dopo aver allagato un appartamento con tanto di suocera dentro, con la più classica delle scuse di certi uomini: uscire a prendere le sigarette, per non tornare più indietro.

Non è una stella che proietta una luce già trascorsa, Adriana Asti. È un’artista capace di riempire il palcoscenico pur in tutta l’esilità della sua figura, pur stando quasi sempre seduta. È un interprete che scivola con leggerezza tra canzoni in milanese, Lili Marlene e apologhi surreali, dove la tenerezza (che non è compatimento) e la levità – cui basta suggerire con pochi cenni i ritratti delle figure che hanno fatto un secolo – tengono lontano qualsiasi patina di polvere.

Memorie di Adriana riesce a non essere una operazione nostalgia, se non nella misura in cui può accadere di sorprendersi a pensare come mai, di spettacoli che passano con questa grazia dal memoriale al varietà, non se ne fanno più. Ma è in realtà un omaggio, sul quale indubbiamente aleggia un profumo di classicità, grazie anche alle scene di Gian Maurizio Fercioni, in un’atmosfera da cafè chantant cui contribuisce il pianoforte dal vivo di Giuseppe Di Benedetto.

immagine per Memorie di Adriana. Festival di Spoleto-ph.MLAntonelli
Adriana Asti

Eppure, l’idea scenica e registica di Andrée Ruth Shammah, lo induce a non avvitarsi in questa fine immagine ma a mantenere questa duplicità propulsiva dello sguardo. A incalzare lo svolgersi del racconto, il garbo del direttore di Andrea Soffiantini, ma anche una riflessione sul farsi del teatro. Perché è nella sua scomposizione, nel “non esserci” dello spettacolo che la donna è chiamata a confrontarsi con lo spettatore, Andrea Narsi, molesto quanto devoto ammiratore della diva, e a prestare nella sua assenza, anche se per brevi apparizioni, lo spazio a chi il teatro lo fa, il tecnico Paolo Roda e la sarta Antonella Fulano, vivacizzando al contempo l’azione scenica.

I ricordi emergono come frammenti di un’esistenza, di una donna e di un’artista cui il sacro fuoco dell’arte si è acceso con la pratica. Una vita antiretorica, che riluce – in un finale di grande impatto visivo – investita dall’occhio di bue, dietro il velo su cui scorrono gli innumerevoli volti delle sue interpretazioni, che lei osserva serenamente, senza smettere di guardare avanti.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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