ultimi articoli dell'autore

La parola al Teatro #103. Gramsci gay e gli orizzonti dei trentenni

di Chiara Palumbo

Come si porta in scena la lezione gramsciana, esattamente nella lingua con cui l’esporrebbe l’intellettuale sardo, senza cedere alla distanza di tempo, liberando persino la sua passione civile sotto la polvere del tempo davanti a un mondo che Gramsci, forse, nemmeno lo riconoscerebbe più, di certo l’ha tradito?
A incaricarsi di rispondere è un lavoro sorprendente, giovane come lo sono tutti i suoi protagonisti eppure – come loro, più che maturo: Gramsci Gay, andato in scena all’Elfo Puccini di Milano, con un titolo che orienta consapevolmente verso tutt’altre aspettative.

Come si può, persino, mettere in scena un comizio datato oltre un secolo fa, con una sintassi che potrebbe suonare tratta direttamente dai quaderni del carcere facendone, ancora, sentire la freschezza?

Di più, la rabbia, e l’amara ironia che all’intellettuale sardo non sono mai mancate, e sono forse il tratto inevitabile dei trent’anni. Che certo nel 1920 portavano in dote maggiori certezze di quelli di oggi, ma la medesima fiducia che qualcosa si potesse ancora fare, per cambiare le cose.

A patto di farlo presto, anche se non necessariamente in fretta, di avere il coraggio e l’incoscienza di mettere il dito nelle ferite aperte di quella classe intellettuale che allora – come oggi, ammesso che di classe e di intellettuali si possa parlare ancora – deve necessariamente, trovare le parole per parlare al mondo e a tutte le forme vecchie e nuove di quello che si potrebbe ancora chiamare proletariato.

Se non fosse, proletario, diventata una sorta di parolaccia. Ma non da oggi, a ben guardare, se si fa caso a come già all’epoca si poteva guardare a un testo caposaldo della nostra istruzione (anche oggi, cento anni più tardi) e del nostro retroterra letterario come I Promessi sposi.

“Non c’è personaggio umile che non sia preso, benevolmente, in giro.  Ho detto benevolmente: ma è la benevolenza di una società cattolica di protezione degli animali. È paternalismo, indizio di una chiara assenza di amore verso quei personaggi. Manzoni non sente il popolo, lo vuole ammaestrare”.

Così come fanno quei politici – che non si siano, si intende, gioiosamente arresi a parlare direttamente alle viscere dell’uditorio. Gramsci, invece, ci crede ancora, a una rivoluzione che è prima di tutto culturale, intellettuale, umanistica, di sguardo.

Ci crede nelle pagine che ancora leggiamo ma non poteva che crederci nel momento in cui lo coglie questo lavoro, a 29 anni, proprio su quella faglia della vita di cui si diceva, all’indomani della repressione dello Sciopero delle lancette, in cui gli operai protestavano contro l’ora legale.

Una minuzia forse persino un po’ ridicola, vista con gli occhi di oggi. Ma in fondo è su queste piccole cose, dalla cui slavina cambia il mondo, come una lancetta per l’orario di lavoro o le parole che fanno una lingua comune, che si possono costruire le rivoluzioni.

Ed è forse proprio perché si è ceduto su queste che, oggi, a trent’anni, non ci si crede più. Né alle piccole, né alle grandi cose, e per reclamare il diritto ad esistere sono rimasti strumenti quelli si, stupidi e portatori di una disperazione che non ha solo visto contrarsi tragicamente il vocabolario, ma ha perso del tutto le parole per dirsi.

E allora, con un nome che potrebbe essere quello di tutti e un volto senza identità, a scrivere “gay” sulla fronte del murales che a Turi consegna ancora il ritratto di Gramsci allo sguardo di chi passa un secolo dopo.

Iacopo Gardelli tiene insieme due lingue che non potrebbero essere più lontane nella forma e negli esiti e più vicine nell’urgenza, e lo fa senza stridori. Pochi e precisi, le molte sedie del comizio diventate una, gli elementi voluti dal regista Matteo Gatta, che ha fortemente voluto questo progetto, forte di esperienze già convincenti e idee chiare nonostante la giovane età (non ha ancora trent’anni, in barba anche ai confini laschi del concetto di giovinezza nel teatro italiano). Ma a rispondere davvero alla domanda iniziale è il protagonista, Mauro Lamantia, zigomi segnati e ricci alla Ninetto Davoli, che mette insieme settanta minuti da grande attore.

Sa essere un Gramsci quasi redivivo in completo marrone mentre dialoga con l’uditorio senza un briciolo di retorica o di ampollosità ma senza, nemmeno per un attimo, sa dare l’impressione di fare dell’ironia mentre si riempie la bocca di parole e di formule che appartengono tutte, dichiaratamente, a un altro tempo.

Ma – e forse era più difficile – convince anche quando, smesso il gessato per jeans e giacca abbondante, diventa il volto della rabbia di chi non conosce più un orizzonte né uno spazio per affermare se stesso, e a cui non resta che sfregiare con una risata di scherno un volto che, qualifica ormai deteriore di politico – peggio ancora, comunista – a parte non gli dice più niente.

Lamantia riesce a non banalizzare neanche una parola mentre è stretto nel cerchio di un mondo e distante, boomer (di cui Massimo Gramellini del Corriere della Sera è diventato suo malgrado (?) un simbolo) che – al contrario di Gramsci – giudica senza fare il benchè minimo sforzo di capire, gingillandosi tra psicologia spicciola e paternalismo d’accatto.

Al ragazzo senza orizzonti di adesso, non resta che prendere a pugni un muro che non vuole saperne di venire giù, e gridare a una madre atterrita a sua volta dal giudizio del senso comune, la propria volontà di esistere, staccato da tutto, distruggendo, se occorre, padri e simboli. Sono cambiati i tempi e le parole, certo, ma non le urgenze. E forse è da questi trent’anni che esiste ancora, un piccolo spazio di (grande o piccola che sia) rivoluzione.

immagine per Chiara Palumbo
+ ARTICOLI

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *