“Io non sono quell’altro. Io sono Jack London.” Esordisce così l’uomo in basco e camicia.
Non l’autore per ragazzi, no, che anzi, a quell’uomo -quarantenne ed immortale, che si aggira fra scheletri di barili che non conterrebbero la quantità di alcool di cui era composto il suo sangue- sembra persino ripugnare.
Il London a cui presta i panni, il volto e il fiato Marco Paolini nello spettacolo Ballata di uomini e cani, in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino 22 al febbraio, è l’autore di racconti crudi e vividi, animali.
Di uomini, ma soprattutto di cani: di Macchia, furbo e istintivo, che gli uomini acquistano per un proprio utile che ostinatamente rifiuterà, sapendo di essere sempre il vincitore. Di Bastardo, il cane demonio, la prova della forza del legame dell’odio. E del cane che che osserva la tragicità dell’impegno a “preparare il fuoco” (che da il titolo al terzo dei tre racconti) mentre il freddo ha progressivamente ragione di lui, dell’uomo che accompagna.
Si tratta di coesistenza fra pari, di più, è l’uomo che accompagna il cane, vero nodo focale delle narrazioni, la vera voce che si veste di pensieri e sentimenti quasi umani pur rivendicando la propria natura canina. Le due specie si trovano insieme a dover affrontare un’America antica e nascosta; solo apparentemente quella che ha il futuro in una mano, l’età dell’oro in cui una scheggia di pepita basta a farti milionario. In realtà la scena di questi racconti sono le asprezze reali, che questa utopia nasconde. Il Grande Nord del gelo e dei vagabondi, della natura nuda e di mute e slitte che corrono verso una meta solo sperata.
Il filo che Paolini costruisce procede fluido e convincente, sostenuto da un’ironia utilizzata ampiamente, ma con sapienza, senza forzature.
Il talento di affabulatore e di racconta storie dell’autore veneto si completa e si fa ballata grazie al solido ed efficace apporto musicale di Lorenzo Monguzzi alla chitarra (prende così forma un nuovo capitolo del sodalizio, ormai decennale, con l’artista), di Angelo Baselli al clarinetto e Gianluca Casadei alla fisarmonica, oltre ai brani di Woody Guthrie.
La presenza dei tre musicisti dal vivo arricchisce un allestimento che riesce ad essere trascinante e a far respirare profumo di avventura: con lo sciabordio del fiume Yukon in sottofondo, e la concretezza dei sentimenti in esseri viventi che affrontano la realtà per ciò che essi sono, rivendicando le proprie durezze sbattute in faccia a chi «la mattina, quando scende dal letto, sa già dove sono le pantofole per inforcarle senza toccare il pavimento freddo, e poi va in cucina e accende il fuoco per scaldare la moka preparata la sera prima».
Per larga parte delle quasi due ore della pièce, che pure il racconto fa scorrere in fretta – lo spettatore si fa assorbire dalla vicenda, eppure chi conosca il percorso del teatro civile di Paolini, che parte dal Vajont passando per i manicomi durante la Seconda Guerra Mondiale di Ausmerzen non può non chiedersi dove il racconto voglia portare, quale sia, a parte il tributo al grande romanziere statunitense, la pepita che si vuole lasciare all’uscita nelle tasche di chi osserva.
La risposta arriva alla fine, ed è una sorpresa, capace di generare, col suo essere slegata solo apparentemente al resto, quella sensazione di coinvolto spaesamento capace di farla rimanere maggiormente impressa nella memoria, e di far riannodare il senso dell’intero percorso non appena il sipario si chiude.
Nella ruvidezza di queste storie, e fra i loro accenti tragici di fine Ottocento irrompe -seppur per qualche istante- il volto di un adolescente con la faccia da ragazzino, Zahed, partito dall’Afghanistan e schiacciato sotto un autoarticolato quando ormai è in Veneto, e il suo viaggio e la sua speranza sembravano realizzati. Un ragazzo che scrive di sperare che alla sua terra giunga ancora il suo profumo, anche dopo essere morto come un cane. Ed è questo il volto che il Jack London nella pelle di Marco Paolini dà oggi al suo racconto, che non è solo stare dalla parte del quadrupede, ma ribadire, orgogliosamente “se a qualcuno non fosse stato chiaro finora, io sono il cane.“.
Una piccola chicca, su questo piano, la chiusura, a spettacolo concluso, con il brano di Monguzzi Portavèrta dal suo ultimo disco, a dimostrare che dialetto lumbàrd e porte aperte sono tutto tranne che antitetici.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.










