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La Parola al Teatro #72. Dux Pink: il fascismo ha la voce di donna

di Chiara Palumbo

Esiste un rimosso dal doppio volto, nelle pagine nere della storia d’Italia dell’ultimo secolo, e Dux pink, andato in scena al Teatro Fontana di Milano, li porta alla luce entrambi.

Le donne, da un lato. La mistica accomodante che ha consegnato al nostro presente la donna fascista come angelo silente e devoto del focolare domestico, prolifica fattrice di forze nuove per il regime è un’immagine parziale e indiscutibilmente manchevole di quella pagina storica.

Se è vero che il ruolo della donna comune, in quel contesto, è del tutto invisibilizzato, è vero che esistono e sono esistite donne la cui forza espressiva, il cui rigore nelle posizioni non ne faceva certo delle ancelle marginali. Ed è qui che si spiega l’altra faccia che si è fin qui preferito non vedere e che – sagacemente, la compagnia (S)blocco5 mette in scena ad apertura di sipario. Il radicamento nel presente.

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Nei giorni del centenario della Marcia su Roma, in cui i rivendicati eredi di quella storia prendono possesso delle prime cariche dello stato, avvicinare oggi e cent’anni fa non ha nulla a che fare con la retorica politica, o lo scontro tra forze democratiche. Ed è sufficiente rappresentarlo.

Dare voce – senza bisogno nemmeno di calcare sulle pose e i toni, evocativi a loro volta – alle parole che Giorgia Meloni ha pronunciato alla convention di Vox, partito apertamente franchista. In lingua originale, che non si dica che la traduzione ne ha alterato i contenuti.

È sufficiente uno spagnolo scandito secondo l’esempio dei maestri della stessa ideologia per non poter dire di non avere capito, limpidamente, quale visione del modo consegna un tempo dove i balconi delle piazze sono stati sostituiti dai led.

Di questo presente è il doppio rovesciato la carrellata di donne a cui una intensa Ivonne Capece dà corpo e voce. Alle spalle di questo presente sta Margherita Sarfatti, la donna che ha plasmato il politico e l’oratore. Accanto a questo sta Clara Petacci, e la loro orgiastica fame di potere, di violenza, in cui il potere non è subito ma agito, con orgoglio.

Quella delle donne nel fascismo appare – anche e forse prima di tutto – una storia di corpi. Che abitano “città dove il sangue si mescola con la pietra”, per cui il corpo è misura del tempo e dell’epoca. «A quanto ammonta una libra di carne, quanto conta il sangue versato?” è nella forza – quasi orgiastica – con cui le donne simbolo del fascismo rivendicano la loro centralità nella costruzione, nel mantenimento e nella vitalità del potere fascista che si annida, forse, la sua capacità di fare ancora presa, pur mascherandosi sotto un rifiuto tutto di facciata.

«Qual è il destino dei personaggi secondari, quando il destino ha inghiottito i protagonisti?» si chiede, spietato e molto ben scritto, il testo della compagnia bolognese. Per rispondersi, sarebbe necessario stabilire chi sono i personaggi secondari. Lo sono forse quelli del presente, ma limitarsi a considerarle pallide copie replicherebbe un errore già compiuto. Non lo sono certo Margherita Sarfatti, Clara Petacci, Edda Ciano. E a suo modo anche Rachele Mussolini, che possono rivendicare con ragione, come a una sola voce, l’inesistenza di Mussolini.

Il Duce è una loro creatura, carne della loro carne. È ciò che ne ha fatto il loro desiderio, il loro bisogno, la loro azione e la loro mente. In questa esplosione di corpi, quello mancante, rinchiuso tra un grembiule e una ramazza è forse proprio quello di Rachele Mussolini, la moglie abbandonata alla sua muta devozione.

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Eppure, c’è corpo anche in assenza. C’è corpo ance in una mistica del perdono e della colpa elemento essenziale a offrire a una ideologia quella forma perversa di sacro senza cui il profano non può diventare mito, il suo sarà l’unico corpo a restare, oltre quello delle altre. E non sarà, ancorchè a modo suo, un corpo muto.

In questo intenso lavoro, quello che la parola della storiografia aveva annacquato la carne restituisce. Inclusa, la verità storica stessa. Quella di un fascismo tutt’altro che modificato dagli eventi. Un fascismo che rivendica – in una voce sola che suona collettiva – le proprie radici razziste fin dalla nascita dei Fasci, nel 1921, in cui si rivendica la responsabilità morale e politica degli oppositori, così come Mussolini non ebbe remore a fare sul corpo di Giacomo Matteotti.

Una ricostruzione rigorosa e di raffinata resa, in cui Capece sceglie di far specchiare un presente fatto di immagini evocative che scorrono su un video, in cui lo scontro tra bianchi e neri, tra i semi di quel che è stato e il presente, è visivo e suggestivo, senza bisogno che nulla sia dichiarato o spiegato. È sufficiente mostrare. Come si mostrano le viscere scure nell’ «autopsia di una cadavere morale» di cui si è preferito rimuovere l’attualità e la capacità persuasiva, come quella delle donne che, nel tempo ne hanno preso la voce.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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