Cosa distingue un – o una, in questo caso – Maestra? Una figura con la statura per farsi simbolo, travalicare non sono il tempo quanto la possibilità stessa di avere un corpo, una identità riconoscibile? Un’eredità che si nutre di memorie costruite e reimmaginate, ricomposte dallo studio ma anche dall’evocazione.
Questo fa, dell’attrice italiana per antonomasia, Sonia Bergamasco in quello che si potrebbe considerare il “Progetto Eleonora Duse”, che si articola in due tempi e due linguaggi, che con la Signora Duse condivide. Il primo è il cinema, che la Duse amerà visceralmente e con l’incanto delle cose nuove, pur se lo interpreterà incidentalmente e senza soddisfazione.
Non si piace, in effetti, in Cenere, in cui tuttavia il suo corpo di donna anziana che sfugge la macchina da presa nascondendosi dietro ai veli e torcendo lo sguardo ogni volta che può, restituisce una intensità che non ha bisogno delle parole che il cinema muto non le concede, alla protagonista del romanzo di Grazia Deledda, che per questo le tributerà una commossa gratitudine.

Eppure è questo che manca, di lei: la voce, perduta con un nastro, uno solo, andato bruciato, e con le parole di chi, avendola ascoltata, non riesce a restituirne altro che una fascinazione che ha ammutolito un’epoca e con essa un mondo, da Stanislavskij a Strasberg passando per Luchino Visconti.
Non resta che ricostruirla per evocazione, allora, e in Duse, the greatest, per la prima volta dietro la macchina da presa, Bergamasco lo fa con un documentario che somiglia molto alla sua regista: pieno di grazia, che giustappone frammenti di passato in forma di immagini di repertorio per far loro raccontare una storia nuova eppure antica, nei fatti, senza tempo. In cui ci si appoggia alle testimonianze e allo studio di chi ha inseguito l’attrice e la donna, ma più ancora al pensiero di chi ne ha seguito i passi.
È in un incontro tra artiste, fra attrici, che la Duse risuona, nei frammenti dei loro gesti e dei loro sguardi, come solo il cinema li sa catturare, che se ne può intravedere l’ombra e la figura inafferrabile della diva delle dive consegnarsi, come un piccolo fiore essiccato protetto da pagine passate direttamente dalle sue mani a quelle delle attrici di oggi.
Attraverso l’occhio della macchina da presa, che Bergamasco sostituisce al suo limitando la propria presenza all’essenziale, si riesce allora forse a fissare quel qualcosa di intimo e assoluto che Miss Collier, l’insegnante di ben due Hepburn, intravide in Marilyn Monroe come “troppo fragile per il palcoscenico”.

Un lampo di verità profonda, che solo lei – vien da pensare, volendo dare un nome all’indicibile che ammanta la figura di Duse – sapeva rendere anche sulla scena ma che forse ha più a che fare con la donna Eleonora e dunque con le donne tutte, che possono dire, con disperata dolcezza, come fa in chiusura di un documentario satollo di talenti, da Federica Fracassi a Fabrizio Gifuni, una ispiratissima Valeria Bruni Tedeschi, che presto incarnerá l’attrice per Pietro Marcello.
Non ha nessuna svagatezza, che ha lasciato il posto a una assoluta, disperata, dolcezza, quando prende a prestito le parole della stessa Duse: “nessuno sa amare, vale a dire perdonare, e perdonarsi”.
Ed è, senza dubbio, un atto d’amore, un canto o forse una sonata, questo Duse the greatest, un gesto lirico e misurato insieme di assoluta devozione.
A un simbolo, certo, e con lei a un mondo e ad un mestiere che è – nonostante il linguaggio del cinema – innanzitutto quello del teatro, che nelle stesse ore in cui il documentario si replica al cinema Palestrina si fa invece protagonista sulle tavole dello storico Teatro Gerolamo. Dove, in La Duse e noi, la voce evocata si moltiplica e rifrange in quella degli altri, di chi ai sogni dell’immaginario ha potuto sostituire la carnalità dell’incontro tra artista vivente e pubblico vivente, come solo a teatro può accadere, che per lei si traduceva anche in una disponibilità continua all’incontro con chi, da quell’istante, usciva rinato, perchè “ora che lei sa chi sono, io non sono più solo”.
Con la vividezza di un dialogo franco e personale, che Bergamasco riesce a restituire in scena con una leggerezza che non è solo quella della sua figura, ma anche quella divertita con cui gioca con un italiano sporcato di inglese, dando spazio questa volta sì a sé, all’intensità ma anche alla sua vena comica e lasciando immaginare (evitando, costruendo la sua voce solo attraverso quelle altrui, ogni imitazione o ripetizione) la varietà delle temperature sceniche della Duse interprete, dalla commozione alla “tristezza inquietante”, e proteggendo al contempo la pena della donna, a servizio della scena ma di cui nessuno doveva accorgersi.
Da questo coro di voci, orchestrato con Marianna Zannoni, emerge un ritratto in assenza rotondo e ricchissimo, per cui vale davvero la forse abusata citazione Bertolucciana sulla più acuta presenza. Dentro cui si muove di certo una ricerca di verità, lungo cui si parlano la chiusa del documentario e quella dello spettacolo, laddove per la prima volta è Eleonora Duse stessa a prendere parola per chiederla a D’Annunzio e dunque pretenderla per se stessa, qualsiasi essa sia”.
Ma è forse nel silenzio o nell’applauso, che la si ritrova, Perché è dentro alla sua assenza, che parla sia la lingua del cinema che quella del teatro, che ciascuno può ritrovare la vera voce che la Duse ha consegnato al futuro, ad ognuna: la propria, irripetibile.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






