Come si racconta il male, senza astrarsene? Cosa accade quando i demoni prendono possesso della realtà? Provano a raccontarlo Fabiano Massimi e Andrea Tarabbia, rispettivamente in I demoni di Berlino (Longanesi) e nella riedizione firmata Bollati Boringhieri di Il demone a Beslan.
Libri molto diversi ma con angosciosi punti in comune. Al centro di entrambi ci sono un attacco terroristico, e gli effetti distruttivi del terrorismo, calati l’uno nella Germania del ’33 con incendio del Reichstag e l’altro nella Cecenia del 2004, quella della strage nella scuola Numero 1 a Beslan.
Se però il primo ha i toni e la struttura del thriller storico, nell’altro il male è visto da dentro, dagli occhi dell’unico sopravvissuto tra i terroristi, che fa sintetizzare la storia e le memorie con la fantasia narrativa del suo autore.
Il romanzo di Massimi, poi, è di fatto un sequel. A precederlo è L’angelo di Monaco, che indaga e prova a risolvere l’ancora misteriosa morte di Geli Reubel. La sua è una storia che pochi conoscono. Quella di una ragazza che aveva tutto, ma anche la triste sorte di essere la nipote di sangue di Hitler, da lui amata, molto oltre il confine del proprio ruolo di tutore. Come nel caso dell’incendio che ha di fatto dato inizio alle vicende del nazismo come potere di governo, anche la figura di Geli e il suo solo apparente suicidio è una potenziale chiave di volta la cui vita e la sua morte avrebbe potuto cambiare la storia.
L’incendio, invece, l’ha cambiata davvero, indirizzando il clima – che il romanzo ben racconta di fermento e confusione che secondo Massimi «è lo stesso che stiamo vivendo adesso». La Germania della Repubblica di Weimar era, spiega, un momento di altissima sperimentazione democratica, ma al contempo un’epoca troppo crudele. «Io non riesco – ammette – a guardarlo negli occhi». Come invece fa Tarabbia, che ha scritto di Gesualdo da Venosa, in Madrigale senza suono, con cui nel 2019 ha vinto il Campiello. Di Andrej Cikatilo, il più feroce serial killer della storia con le sue oltre 53 vittime in Il giardino delle mosche e, prima ancora, appunto, di Beslan.
Tre storie terribili ma – dice il saronnese trapiantato a Bologna, «la fine di percorsi di anni in cui faccio di tutto per evitare di scriverli. Fino a quando lo senti talmente vicino da finire col doverne scrivere, farlo diventa però un esercizio di stile, perché ti è già entrato dentro. Hai confidenza con quella storia e fiducia nei tuoi mezzi. A quel punto, dopo anni di allenamento, tutti i traumi possibili sono già stati elaborati e sono solo contento di scriverne nel modo migliore possibile».
Pur nella comunanza dell’orrore dei temi, l’approccio dei due scrittori è sostanzialmente antitetico. «I libri che amo sono quelli che mi fanno chiudere lo stomaco. Che affrontano cose che non credo di essere in grado di affrontare, e mi portano dove io non sono capace di andare». Massimi, invece, di aver bisogno di distanza che pensava lo proteggesse. «Credevo che andare in un luogo che non conoscevo come Berlino mettesse tra me e una materia così incandescente un filtro. Ma la verità è che viviamo ancora lì. In quel contesto c’era una libertà sfrenata in cui ribollivano le radici dei totalitarismi.
Un faro di civiltà che in una sera in cui si passa dal progresso alla barbarie più nera in quattro mesi». Ma anche nella notte stessa del rogo Hitler e i suoi armati poterono fare retate impunemente». E quanta impressione ha fatto a Massimi, racconta, revisionare il capitolo in cui il Reichstag brucia mentre a Washington ci sono i fanatici di Trump che assalgono il Campidoglio.
Dal fondo delle prigioni cecene di Tarabbia invece, emergono solo la voce di Marat Bazarev, l’alter ego letterario dell’ultimo terrorista sopravvissuto, e dalla sua follia quelle di uno dei bambini ostaggio e di un vecchio clochard, che osserva il massacro avvenire. Ma nelle sue pagine, osserva Antonella Silvestrini che modera l’incontro di Pordenonelegge, ad «un certo punto si è oltre la storia stessa, non ci si stacca, perché nella violenza è nella trama della storia, e non te ne rigetta fuori».
Il racconto del male, poi, non è mai interesse morboso per il riprovevole: solleva domande di senso scomode, urticanti. Sintetizza Tarabbia: «mi interessano le storie di quei personaggi che hanno portato all’estremo limite qualcosa che potrei fare io. Quando devo scriverne, mi chiedo: «a parità di condizioni io sarei migliore o peggiore di te? Sono davvero così più civile di te o dipende dalla quantità di rabbia che hai potuto accumulare». In fondo si tratta di una forma di autoanalisi al proprio demone, a cui sei stato più o meno costretto o hai scelto di dare attenzione.
Marat Bazarev è un exemplum di tutti i colpevoli, la cui vita si riduce all’atto che hanno compiuto, così come le vittime si riducono all’istante che le ha portate alla cronaca. Questa era lo sguardo che Tarabbia voleva cambiare: «volevo dargli una biografia che poteva spiegare quanto oltre me poteva andare» eppure, proprio per questo, continuare a somigliare a chi gli ha dato vita. «Marat sono io. Ama quello che amo io, mi somiglia». Come si fa a entrare nello sguardo di chi ha compiuto un crimine così efferato? Come a fargli dire io? «Trasformandolo in un potenziale me».
Per scoprire che l’estremo male è vicino all’estremo bene. Qualsiasi ideologia è sostenuta, spiegano, da un’idea di bene assoluto, che non lo è per gli altri.
Si tratta quindi di entrare nel sistema di valori di chi, ciò che noi consideriamo aberrante lo interpreta come necessario: un esercizio per stravolgere completamente il punto di vista sulla realtà. Eppure, poi, avere la capacità di tornare indietro. Per Massimi, il filo che lo riporta all’uscita del labirinto è la struttura.
Come capire un simile abisso? Entrando dentro l’idea che «il male si può contare. Ti trovi all’improvviso dentro una matematica del dolore, ma il mio sopravvissuto? Nel nostro immaginario lui ha fatto 334 morti, ma non ne è materialmente responsabile. Nella finzione romanzesca, fisicamente non ha ucciso nessuno, e questo lo ossessiona. Bazarev sostiene qualcosa che suona grossomodo così: Non mi hanno condannato per il mio errore. Lo fanno perché ci sono dei morti. Matematicamente, undici a testa. Nella mia vita ne ho uccise di più, ma dentro quella palestra nessuno. Per cosa mi condannate? Sono di fatto innocente per la vostra giurisprudenza, che è un’algebra di morti.
L’ultimo tema che avvicina i due romanzi è lo sguardo sulle donne. Perché, chiosa la moderatrice, posti. La civiltà di un paese si misura sul modo in cui tratta le donne. Anche in questo, racconta Massimi, la Germania del 33 somiglia a certe latitudini dell’oggi. Hitler risolse la disoccupazione in dieci giorni. Come? Mandando a casa le donne e affidando agli uomini i loro posti.
Peculiare, poi, la condizione delle donne nella scuola numero 1. C’erano nove donne tra i terroristi. Anche se istintivamente ci viene da pensare a un terrorista maschio, un terzo non lo era. «Ma la prima notte, la presenza femminile, malgrado loro, rassicurava. Questa presenza femminile è violenta ma mette una paradossale luce. Così l’autore racconta le storie di otto di loro. Storie terrificanti, vere o verosimili, per dire che in fondo è esistita anche della pietà pur se erano lì per odio.
Entrambe le storie sono fiction incastonata nella storia: non troviamo spiegazioni, ma attraverso di esse, dice Silvestrini «capiamo qualcosa del nostro grado di elaborazione di quelle vicende.».
Qual è allora il compito della letteratura? Secondo Massimi il futuro della letteratura è nel passato. Tarabbia, invece, conclude: «la letteratura permette di dire delle banalità in modo non banale. La storia non può parlare dei sentimenti davanti a un fucile, il romanzo sì».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.



