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Trump come conseguenza e le ricette per uscire vivi dal presente

di Chiara Palumbo

Guardare al mondo di oggi e ai suoi infiniti motivi di tensione, non può non significare guardare agli Stati Uniti. E porsi, probabilmente con angoscia, una domanda: Come se ne esce?

Risponde, nel suo nuovo saggio omonimo edito Mondadori, una delle più note voci esperte di cose americane, Francesco Costa, direttore de Il Post, che davanti alla platea gremita di Pordenonelegge fotografa quella che stiamo vivendo come «una fase storica da considerare come una battaglia culturale», di cui facilmente anche da qui vediamo le contrapposizioni nelle due forze politiche statunitensi, coi democratici «imprigionati» dai propri limiti e i repubblicani nelle mani di Trump autoeletto a simbolo del cinismo, assolto dal fatto stesso di non esercitarne uno peggiore, semplicemente meno ipocrita, rispetto a tutti gli altri.

immagine per Andrea Luchetta con Francesco Costa a Pordenonelegge 2026
Andrea Luchetta con Francesco Costa a Pordenonelegge 2026

Secondo Costa, queste due rappresentanze non sono, come spesso crediamo da qui, solo uno specchio, ma uno specchio deformante degli Stati Uniti. E allora, di nuovo, come se ne esce?
Costa è netto: «Chi vuole costruire una alternativa ha una responsabilità, non può limitarsi a denunciare gli abomini, deve fare qualcosa che forse non ci aspetteremo».

Di fronte ad Andrea Luchetta che lo incalza, ancora una volta, sul famigerato woke, il giornalista sgombra il campo da fraintendimenti, e prende posizione. «Penso che sia un problema che in realtà da noi non esista il politicamente corretto», e chiarisce quanto quello che di qua dall’oceano chiamiamo woke non ha nessuna parentela con il loro, che invece vivono in un contesto in cui «la politica è diventata un esercizio dichiarativo».

Con la nettezza di chi ha i dati per affermarlo, puntualizza che la sconfitta dei democratici non dipende dalla loro esigenza di dare risposte ai diritti civili, ma per temi molto più tangibili: i costi delle case, ad esempio. Con cura, il direttore del quotidiano fa una diagnosi puntuale sulla malattia che affligge le sinistre, al di là dei confini.

«I progressisti sono sensibili alle ingiustizie. Questo può essere salvifico, ma quando governi ti paralizza perché niente è privo di un costo». Soprattutto se si è certi di stare «dalla parte giusta della storia» non ci si può esimere dal dovere di scelta.

immagine per Andrea Luchetta con Francesco Costa a Pordenonelegge 2026
Andrea Luchetta con Francesco Costa a Pordenonelegge 2026

Ma, in questo parlare a sproposito di woke, cosa si può riconoscere di sensato? Dove si situa, ad esempio, la chiave di lettura dei temi di dibattito? Anche in questo, la limpidezza argomentativa di Costa restituisce con una semplicità che non banalizza chiarimenti che talora si perdono di vista. Negli USA, ad esempio, le persone si definiscono molto più per motivi identitari, mentre noi lo facciamo su questioni di classe.

Perché la loro appartenenza si è costruita tra migranti di tutto il mondo che si stanziavano richiamandosi tra di loro, tra vicini, situandosi quindi nello spazio in gruppi di stessa origine, non in base a una metrica aleatoria come il denaro.

«Ecco perché a loro importa il tuo genere o la tua etnia», ed ecco su quali basi la retorica si fa aggressiva e i compromessi impossibili. Sembra venire quasi da sé, vista da questa prospettiva: «non posso trattare su chi sono, ogni compromesso è un tradimento profondo, anche quelli con la realtà».

Così, gli USA si sono divisi, con una spietata sintesi, in «buoni a nulla e capaci di tutto». A ben guardare, poi non è accaduto soltanto lì. In effetti, ogni analisi di geopolitica globale non può non muovere dagli USA perché «quello che viene deciso di lì decide di noi in linea diretta». Ma lo smottamento, il terremoto in corso non conosce geografia, perché ha a che fare col «collasso delle prassi che tenevano insieme il mondo».

E tuttavia, Costa lo ripete molte volte, non è Trump ad averlo creato, «è il fenomeno americano è emblematico del resto».

C’entra sicuramente l’abitudine alla fruizione di sistemi digitali che educano a bloccarci nello scrolling ossessivo per dare spazio alle pubblicità nella nostra soglia di attenzione. Le piattaforme e i social di certo agiscono sulla nostra emotività per trattenerci, e generano così perpetuamente rabbia, verso un nemico che a quel punto può soltanto restare abbattibile.

Rischierebbe però di suonare passatista dar la colpa soltanto ai social o alla tecnologia. Ma sono le disabitudini di questi tempi a produrre le conseguenze in cui siamo immersi, ad esempio, si è fatto sempre più difficile capire che la politica è fatta di persuasione, che «l’attacco all’altro, anche quando motivato, non modifica la realtà nella direzione in cui desideri». Come uscirne, allora? Costa ha la ricetta: «Dalla sua idea devi partire, e proporre idee nuove».

Rovesciando il paradigma, e facendo ricorso all’ottimismo della conoscenza, oltre che a quello della volontà, si dice convinto che lo spazio esiste, a patto di saper guardare la realtà, che raramente da qui vediamo. Chi poteva dire di sapere, se non chi come lui vi si consumava le scarpe, che, nel 2024, per gli americani il cosiddetto meno peggio, era proprio Trump? Dunque, con vista sulle elezioni politiche del 2028, la domanda resta la stessa, come se ne esce?

Sollecitato a fare dei nomi, il giornalista riconosce proposte concrete di ogni corrente, e incalzato da Luchetta fa qualche nome: John Ossoff, ex documentarista candidato in Georgia, un vecchio saggio nel corpo di un quarantenne. O James Talarico, un religioso che fa risalire alla propria fede le sue idee di accoglienza in Texas. O l’ormai nota anche da noi Alexandria Ocasio-Cortez, forse già candidata in pectore, che è molto efficace nella comunicazione e, pur riuscendo a non tradirsi, è riuscita a costruire alleanze.

In effetti, secondo Costa, la capacità che unisce e dà forza e respiro a sensibilità tanto diverse, è l’essere riusciti a superare gli steccati, ed essere più concreti, di fronte a un paese dove, anche persone che lavorano full time non hanno casa, e il Fentanyl sta consumando una strage?

Ma mentre democratici si dibattono nei loro limiti nel dare risposte, secondo il giornalista la sorte dei repubblicani invece dipende dalla eredità di Trump, che nella base del partito gode di una venerazione divina. Ma tra due anni – ci si interroga – che giudizio avranno di lui quelle stesse persone? Sottozero nei sondaggi sul tema forte dell’immigrazione, ha iniziato una guerra persa, mentre l’inflazione come mai da molto tempo.

Di fatto «ha perso sui motivi per cui è stato votato. Se domani è politicamente radioattivo, come farà chi sta dietro di lui a smarcarsi?» Oggi Trump viene contestato da destra, e forse il primo polso reale di cosa si respira davvero sta maturando nelle decine di giorni che ci separano dal voto di midterm. In cui, preconizza, il partito repubblicano perderà forse una Camera del Congresso, forse entrambe, ma – ammonisce – non si può esser certi che sia sufficiente a fermarlo nel portare avanti i suoi obiettivi.

Del resto, anche in questi primi anni di secondo mandato non ha promulgato molte leggi, rifugiandosi negli ordini esecutivi, anche oltre gli ambiti in cui poteva farlo. Da ciò gli annullamenti dei tribunali, ma a danni spesso già fatti, e in ogni caso creando un precedente in un terzo dei casi. Il lascito di Trump sarà la creazione di una Presidenza più potente, lasciando forse l’ispirazione a fare lo stesso, a evitare il confronto in aula, pur in chi abbia idee diverse.

Gli USA, secondo Costa, dalla presidenza Trump usciranno «masticati, compromessi, non solo per immagine ma per la loro capacità di difendere i loro interessi» forse non per sempre, ma per un tempo che supera certo di molto un mandato presidenziale.

Sulla scorta di un accordo fragile con l’Iran, stracciato non appena salito al potere, e le conseguenze che abbiamo visto sulle molte promesse fatte e gli attacchi paventati, si domanda il giornalista «Oggi chi farebbe un accordo di lungo termine con gli USA, sapendo che domani potrebbe non valere più?» Questo anche qualora arrivasse un Presidente più responsabile, non soltanto un Trump che oggi contesta al Canada un accordo firmato da lui medesimo.

Trump consegna al suo Paese un’immagine di sé di cui sarà impossibile fidarsi, lascito di un uomo del tutto istintivo, reattivo, rispetto a situazioni che, tuttavia, non ha originato lui. Con una sintesi perfetta, quasi un epigramma, Costa spiega che «Trump è innanzitutto una conseguenza» del cedimento del mondo come funzionava prima.

Si è limitato a sdoganare una postura che suona come: «siccome lo posso fare, lo faccio». In un tempo in cui strutture nate dal mondo del dopoguerra non rispondono più ai tempi. Lo dimostrano ambiti come l’AI, dove «si opera con l’idea di riscrivere le regole, ma in che posizione? Gli attori in gioco sono convinti che la gara sulle AI sia la gara, punto». Il controllo del mondo. E che come la bomba atomica, sia il rischio a spingere e la sua paura a frenare.

E dunque, come se ne esce, da questo sovvertimento delle carte in tavola? Nel mondo in cui «l’interdipendenza era una garanzia, oggi è diventata uno strumento di ricatto, di possibile sfruttamento.

Si ripetono le condizioni di isolamento tra i paesi che rendono più facili le guerre, perché non c’è più da perdere», la soluzione è una sola «riabituarsi a fare cose ambiziose, nuove» come quando si scelse dopo la guerra di comprare insieme le materie prime necessarie agli armamenti tra Paesi che erano stati di opposta fazione. Gesti e più solo discorsi.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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