Come (non) si diventa scrittori, secondo Matteo B. Bianchi

«Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie» amava dire Fabrizio De Andrè. Passata la maggiore età, evidentemente, cominciano a scrivere racconti o romanzi. Almeno, stando alle email arrivate, negli anni, a Matteo B. Bianchi, scrittore, collaboratore di numerose case editrici ma, soprattutto, anima e fondatore della rivista ‘tina, che da vent’anni, con coraggio carbonaro si impegna a dare spazio ad autori esordienti: su quelle pagine sono apparsi per la prima volta autori come Paolo Nori e Tiziano Scarpa.

Ed è soprattutto in quest’ultima veste che è stato tra le prime reclute del progetto storielibere.fm. Piattaforma di podcast culturali online e rigorosamente gratuiti, prima di affidare a Michela Murgia il fortunato Morgana, in cui l’autrice sarda racconta figure di donne fuori dagli schemi, i fondatori Rossana De Michele e Gian Andrea Cerone hanno riconosciuto proprio Matteo B. Bianchi come l’autore militante (un termine a cui tengono molto) il primo dei loro progetti, rivolto all’enorme messe di autori sconosciuti che si annidano e spesso nascondono nelle case italiane.

Per loro è pensato Esordienti, una guida pratica in sei lezioni su come destreggiarsi nel complesso e spesso misterioso mondo dell’editoria. A svelarne alcuni segreti sono nomi autorevoli, come Claudio Carabba, Marco Cassini e lo scrittore Vanni Santoni. E ancora, tra gli altri, Michele Crescenzo, Giacomo Papi e l’ufficio stampa Maddalena Cazzaniga.

Esperti di peso, posti al servizio di numerosissimi aspiranti autori che nulla sanno del mondo editoriale. E si vede, nella esilarante (e sconfortante) lezione dal vivo che Matteo B. Bianchi offre alla libreria Verso di Milano.

Sotto il generoso titolo Errori da non fare, si svela in realtà un bignami dell’inadeguatezza, della presunzione e dell’inconsapevolezza di chi per la prima volta si accosta e sottopone il proprio lavoro. Uno stupidario dal quale ci si discosta ridendo di gusto, ma soprattutto per allontanare da se la consapevolezza di quanto sia facile riconoscersi almeno una volta tra quelle righe impacciate.

Sicuramente, tra chi ha dimenticato di firmare il racconto inviato: il primo, basilare consiglio di Bianchi.
Ma più probabilmente, anche fra coloro che, prima ancora di far valutare il proprio lavoro a un professionista ne hanno avuto una tale considerazione da temere i plagi: «vi svelo un segreto» chiosa Bianchi sornione «questo tipo di plagi letterari non esiste».

Anche, e forse soprattutto, chi non ha mandato una riga si è almeno una volta scoperto a pensare, come sintetizza, con un pizzico di divertito cinismo, lo scrittore: «non è che ho scritto un libro orrendo, non ho santi in paradiso» dando per scontato, evidentemente, che non sia così per tutti gli altri.

E se, poi, superato l’autocompiacimento, ci si sottopone ad esempio al giudizio di un concorso, chi non si è disinteressato al suo tema reale? Certo, magari non al punto di inviare le proprie memorie dal Mozambico a un concorso erotico, se si è una suora.

Una delle esperienze dirette che Matteo B. Bianchi assicura di avere vissuto, e di cui offre testimonianza a una platea divertita e spiazzata.
Eppure quanti, nel pubblico hanno scritto frasi come «Caro Matteo, ma questa roba ha senso, è pubblicabile?» oppure «io ormai ne ho preso le distanze, a te l’onere».

Le lettere inviate alle case editrici denotano però prima di tutto la goffaggine nel rapporto con l’altro, inteso come essere umano. «Da che parte insultare l’editore a cui ti stai proponendo può essere una tattica?». Da evitare, consiglia, autocompiacimento e autocommiserazione. Una ricetta non c’è, se non provare a far trasparire l’urgenza e la sincerità del proprio lavoro: è l’ingenuità pulita di chi ci crede, se goffaggine deve essere, che riesce a farsi offrire attenzione.

Di certo non lo è mandare un testo in dodici mail, ammettere di ignorare completamente la storia professionale del destinatario della propria opera, o ammettere candidamente: «sono troppo pigra per il self-publishing».

La lista delle ovvietà solo apparentemente tali è lunga e ampiamente disattesa, tra trame improbabili che implicano telefoni del futuro impiantati nelle mani raccontate in sinossi sgrammaticate e senza segni di interpunzione, fino a vicende con protagonisti che si chiamano Romero Garcia e vivono a Prato.

Il quadro è però ambivalente. Se gli spazi su riviste capaci di fornire un credibile biglietto da visita sono facili da trovare (sui social esistono pagine come: Ti ho rivista, che li segnalano) e sono tanti quanti gli aspiranti autori, si moltiplicano «testi sempre meglio scritti ma con poco da dire». Uno stato di cose dovuto anche a una realtà segnata dai dati: i lettori sembrano effettivamente in numero molto inferiore.

Secondo Bianchi, è la curiosità il metro fondamentale che deve spingere un autore, che lo renda capace di ribaltare la prospettiva e scegliere accuratamente l’editore più adatto a sé, evitando accuratamente, chiosa lo scrittore, l’editoria a pagamento.
Come fare di un sogno di pubblicazione una realtà, in un tale ginepraio? La ricetta, in realtà, è semplice, quanto incerta. Ricettività ai commenti ma, soprattutto, sincerità: parola d’ordine: personalità.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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