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Il gioco della coscienza nella guerra che sta arrivando

di Chiara Palumbo

«Non saremo i soldati delle vostre guerre» ha detto in questi giorni una giovane – per davvero – quanto lucida politica italiana, generando un vespaio di polemiche in un tempo in cui, parlare di diserzione, persino di pacifismo, sembra essere ormai tornata una ingenua utopia.

In un tempo che sempre a più grandi passi si avvicina all’abitudine di una guerra permanente, intorno alla guerra molte cose abbiamo dimenticato. Incluso che le guerre «servono a fare la pace», dovrebbero essere cioè lo strumento a cui ricorrere – ammesso che si debba, o si voglia – per spingere la controparte a una pace il prima possibile. Almeno, così la sintetizza Dario Bassani, che nel suo inquietante quanto urgente saggio Giocare alla guerra, edito da Nottetempo, apre un pauroso ed ipercontemporaneo squarcio su quanto la forma delle guerra e quella dei giochi siano stati da sempre contigui, ma abbiano finito, di fatto oggi, col sovrapporsi.

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Giocare alla guerra di Dario Bassani, edito da Nottetempo

Lo dimostrano, ad esempio, figure come il californiano Palmer Luckey, trentenne miliardario nerd in mullet e bermuda, che oltre ad essere il più grande collezionista di videogiochi al mondo, di cui è appassionato e costruttore, è anche il più grande finanziatore e venditore di armi.

Il suo è il primo ritratto che Dario Bassani, dialogando con Tullio Avoledo, squaderna davanti a una platea piena di ragazzi che in un altro tempo si sarebbero detti appena in età di leva, precipitati «in un tempo in cui la follia è la regola degli uomini al potere».

Giovani cresciuti nel tempo dei videogiochi. Che la guerra di certo non la cercano per sé ma facilmente passano gran parte del loro tempo – come tutti – immersi in videogiochi sparatutto perfettamente sovrapponibili alle estetiche con cui persone non necessariamente più grandi di loro combattono la guerra vera.

Oggi, infatti, «la logica videoludica si è del tutto sovrapposta a quella bellica». Al punto che Fedorov, ex – amatissimo – ministro della difesa ucraino, a cui i suoi concittadini attribuiscono il merito di aver cambiato le sorti della guerra dopo l’invasione russa, ha potuto con coerenza stabilire un sistema a punti per efficientare il sistema della guerra, delle distribuzioni delle risorse e dei piani degli obiettivi.

Lo stesso Fedorov che oggi è consulente di Crosetto e del Ministero della difesa italiano, a dimostrazione di quanto poco lontana ci sia, già ora, questa necessaria consapevolezza.

immagine per Tullio Avoledo con Dario Bassani a Pordenonelegge 2026
Tullio Avoledo con Dario Bassani a Pordenonelegge 2026

Così come quella che la tecnologizzazione della guerra, in effetti, avrebbe radici antiche: l’esigenza sarebbe stata quella di togliere gli esseri umani da un campo di battaglia. Diminuire i rischi. Ma quali, per chi, si chiede Bassani.

Del resto, sono i traumi del Vietnam ad aver reso necessaria allo sguardo occidentale – e dunque statunitense – mutare l’idea del soldato che debba essere valoroso, e attivamente coinvolto nella battaglia come lo era stato nelle guerre antiche, con quell’immaginario epico oggi apertamente virato al grottesco da figure come il recentemente autoproclamato ministro della guerra degli USA, con le sue dimostrazioni di virilità tutte steroidee.

Da allora, racconta Bassani, e in modo significativo dagli anni Novanta in avanti, i soldati li si addestra dentro grandi simulatori, «educati a non sentire più frizione fra guerra giocata e guerra guerreggiata». Obiettivo che oggi può serenamente dichiararsi raggiunto, se si osservano scenari o si ascoltano voci come quelle raccolte in film come Naza.

In questo tempo di guerra sempre più prossima, non è più difficile vedere il soldato del futuro, che a detta di chi lo recluta, in particolare di alcuni generali cinesi – a dimostrazione che da ambo i lati della fu cortina di ferro si ragiona esattamente alla stessa maniera – dovrà avere non un fisico prestante ma la capacità di stare molte ore davanti a uno schermo.

Lo scenario, in effetti, sta già cambiando, non soltanto nelle prospettive dei timori dei più giovani, ma nella prassi delle élite militari, che stanno «cercando la maggior parte di nerd possibili per combattere le guerre degli altri». Persone su cui si risparmia su formazione e addestramento, nel disprezzo dei soldati di carriera, irritati dalla sproporzione di addestramento. Ma soprattutto, persone sulla cui pelle si sta già verificando una mutazione strutturale, se non antropologica.

«La guerra fatta da lontano trasforma il soldato in assassino a sangue freddo», trasformando un essere umano soggetto a rischio personale a una figura inattingibile.

Come è avvenuto, tutto questo? Ancora una volta – fuori da qualsiasi demonizzazione, Bassani lo legge con lo spirito dello studioso, partendo dal gioco. Dalla Prussia ottocentesca, che si trova ipermilitarizzata, con un esercito da addestrare. Lo si fa trasformando gli scacchi, trasformando una guerra mai combattuta in molte ore di guerra simulata. L’esito sul campo si rivela efficace.

Le cose hanno proceduto a grandi passi e – sintetizza Bassani – «La guerra moderna è una questione di attenta programmazione, a cui aggiungiamo alla mancanza di coscienza», producendo droni che, già oggi, colpiscono obiettivi civili senza discriminazione. E senza nessun tipo di confine, se è vero che le tecnologie come i droni sono vendute indifferentemente a tutte le parti in conflitto, e tutt’al più a noi resta da domandarci da chi ci facciamo dettare le regole etiche di ingaggio: la Russia, la Cina, gli USA di Trump?

Uno scenario pauroso, ma che ci chiama, anche, a riconoscere i confini. Questo è il tempo della guerra dei droni comandati da una AI che si propaganda indipendente, capace di impazzire e colpire le vittime in autonomia, adombrando prospettive a dieci anni in cui potrebbe aver sterminato l’umanità stessa. E tuttavia, puntualizza Bassani «la macchina non può autonomamente disobbedire, tutt’al più agire in modo imprevedibile rispetto a un ordine che gli diamo noi». Qual è, allora, la vera prospettiva dello sviluppo militare dell’AI?

Secondo Bassani «Il vero rischio è tagliare i rami bassi della catena decisionale in nome della velocità», come già molti decisori, a cominciare dal governo israeliano. Ma, chiosa l’autore in una illuminante sintesi, «La responsabilità di abbassare le soglie di tolleranza non è della macchina», ma allora a chi sarà in capo? Ai generali, ai governi?

La domanda resta aperta. Quella a cui le pagine importanti di Bassani consentono di rispondere le mette in fila acutamente Avoledo, a partire da: Quanto di quello che facciamo è meno innocente di quanto crediamo? Di fatto, tutto questo è oltre i confini della legalità, ma non pare essere più importante. Si sono voluti togliere gli stivali sul campo di battaglia, con la loro sparizione è scomparso anche tutto il resto, iniziando dalle persone, per cui servono – se abolire la guerra è un termine uscito dal dibattito – occorrono nuove immaginazioni.

Anche per solo per chiedersi come reagiremo, davanti a popolazioni che saranno state sterminate da una macchina? A posteri tutt’altro che lontani un interrogativo tremendo quanto ineludibile.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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