Ce lo meritiamo Alberto Sordi? E se si, quale Sordi? Quello degli sketch che, guardati soprattutto con gli occhi di oggi, suonano così grevi (non più, si intende, della quasi totalità della tv) o quello dei lampi di genio che fotografavano, spietatamente salaci, i vizi degli italiani, e quindi noi?
Ma si può davvero scindere l’uno in molti? Anzi, in Tanti Sordi, quanti quelli che Elvira Frosini e Daniele Timpano moltiplicano sulla scena del Piccolo Teatro, portando – nel tempio del teatro colto autodichiarato – il ritmo e la risata profondamente popolare, grassa o crudele, mentre di quei “dotti medici e sapienti” fa la parodia.

Frosini e Timpano, coadiuvati da due efficacissimi compagni di strada, Marco Cavalcoli – al suo ritorno col duo – e Barbara Chichiarelli al debutto in questa inedita formazione, guardando a Sordi come a uno Yorik contemporaneo, interlocutore silente e invadente al tempo stesso, ispiratore e fustigatore delle sorti dell’arte, metaforizzano se stessi portando in scena l’annoso dilemma dell’attore chiamato a scegliere se cedere ai sòrdi, nel senso capitolino di denari, o ai Sordi, nel senso dell’attore, magari ai secondi attraverso il primo, ripetendolo, come sempre più spesso oggi si fa, finendo con il trasformare lui stesso in una delle maschere che si costruiva addosso.
Così come di maschere si popola quel presente che Sordi ha raccontato prima di poterlo vedere, e che il duo, insieme a Lorenzo Pavolini (già anima del teatro portato in radio) frullano, strizzano e poi filtrano in un geniale pastiche che è quanto di più vicino alla rivista si possa, oggi, costruire in un teatro, tra soubrette impennacchiate di piume e balletti ormai diventati cult.
Senza nessun frangente didascalico ed elevando a potenza (creativa) il citazionismo, in bilico tra l’icona e lo sberleffo, Frosini e Timpano – come hanno ormai abituato il loro pubblico – trovano il loro sguardo per raccontare Alberto Sordi sul filo tagliente delle contraddizioni, del personaggio come della società, e più ancora dei miti di cui sente di aver bisogno e di quelli che – forse – preferisce invece abbattere.
Quale immagine di se stessa ha lasciato in eredità, Sordi all’Italia? Cosa è chiesto oggi a all’attore, chiamato (e destinato a uscirne sempre perdente) ad andare avanti ma, come dimostrano gli interpreti romani, tra avan-guardia e avan-spettacolo?
Cos’è chiesto, e cosa lo era, alla critica, e all’arte stessa, che nella sua mania di “iperpresenza” inerte che fa il verso a Marina Abramovic e si limita a stare, tutta a uso di uno spettatore che guarda senza strumenti per capire e non è stato abituato a interloquire con un corpo che si accontenta di essere lì. Così l’artista ha finito per, tutt’al più, rivendicare in denaro il proprio valore e prorompere in un memorabile “ahò, io significo!”.

Tutto ha ormai tratti grotteschi; gli artisti lo sanno, e sanno i nomi, pasolinianamente. Ma i nomi, loro, li fanno, a partire dallo stesso Pasolini, che scolora l’odio nell’affetto e viceversa e i suoi tratti in quelli di Moretti ormai personaggio di sè. E poi un Goffredo Fofi tiresiastico, incartapecorito e distante, che con sè porta le vestigia di tutta quella critica tanto certa di sé da non aver più niente da (essere disposta) a vedere, proprio mentre rivendica la propria qualifica di antintellettuale.
Ma il pregio più significativo del lavoro di Frosini e Timpano – qui ancor più che altrove – è la scelta di rifuggire con cura ogni attribuzione di colpa. Faceva questo, Alberto Sordi? “L’abbraccio mortale del nazionalpopolare” è davvero figlio soltanto dell’era della televisione? Si può ancora usare una parola come popolo e sostenere davvero che “liberi gli artisti” sapendo riconoscere il confine della mascherata?
Si può guardare indietro senza vivere di sola nostalgia, persino permettendosi di riscrivere i motivi sordiani che il pubblico ha cristallizzato in icona. Si può addirittura sostituire il corpo dell’attore con l’intelligenza artificiale, attraverso cui proprio l’attore rivendica la sua irripetibilità con le parole del marchese del Grillo e spernacchiando come nei Vitelloni.
Si può, dato che Elvira Frosini e Daniele Timpano lo fanno, dando fondo alla loro sapiente leggerezza in una corsa indiavolata e più che mai surreale, che restituisce tutto il potere antisemplificatorio (se proprio si deve essere anti-qualcosa) della risata e dei suoi miti. Diventati forse tali loro malgrado, cristallizzati dalla retorica di chi prende parola affannandosi a usare il mostro sacro estinto, anche il giorno del suo funerale, per parlare di sè, anzichè di lui.
Conseguenze di un successo portato, suggerisce Sordi, con l’inevitabilità della malattia grave. Queste figure, come Sordi, forse consegnano al futuro la loro eredità proprio partendo dalla libertà di essere, se non dissacrati, quantomeno esplosi, moltiplicati, aperti a una riproduzione che non può e non vuole (ed è un intento programmatico) essere nè copia nè sterile biografia.
Perchè è nella più distorta delle maschere che leggiamo – senza infingimenti – il nostro volto.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






