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Eumenidi – tutta, tutta del padre io sono. Il matricidio del matriarcato.

di Chiara Palumbo

Figure che incombono da un remoto passato fatto di sapere antico, tramandato e salmodiato, o figure aeree, nella loro imponenza, incorporee e quasi mobili nella loro capacità di elevarsi sopra una legge che si vuole invece statica e predittiva imposta da una parte sull’altra?
La suggestiva scenografia di Maria Spazzi, fatta di immense figure di resina bianca al tempo stesso statuarie e quasi liquide rende bene l’atmosfera e forse il senso, nella loro duplicità che sta persino nel nome, delle Eumenidi di Eschilo cosi come le porta in scena Serena Sinigaglia al Teatro Giuditta Pasta, in scena per la prima volta nella gabbia di un palcoscenico strettamente inteso, ad aprire non a caso una stagione che si chiama Radici.

immagine per Eumenidi Tutta, tutta del padre io sono - Teatro Giuditta Pasta, Saronno
Eumenidi Tutta, tutta del padre io sono – Teatro Giuditta Pasta, Saronno. Ph. Serena Serrani

Al loro elemento radicale e insieme fondativo sembra fare riferimento questa lettura che poggia su un adattamento firmato con la stessa regista da Gabriele Scotti ed enuclea alcuni dei conflitti che consentono a un testo, tradotto da Maddalena Giovannelli e Nicola Fogazzi che porta sulle spalle duemilacinquecento anni non solo di parlare ancora, ma di rivelarsi tragicamente attuale.

All’apertura del sipario le Eumenidi sono ancora le Erinni il cui equilibrio millenario subisce un’apocalisse (nel senso proprio di cambiamento) che improvvisamente fa perdere loro persino consistenza trasformandole in ombra e polvere, e insieme a loro si consuma il mondo delle certezze, per dar vita a una realtà visceralmente umana dove le dee si moltiplicano in altrettante figure e le donne silenziate riprendono parola.

Lo fa Ifigenia, Sandra Zoccolan, il cui omicidio per mano del padre ha nutrito l’odio di Clitemnestra per tutta la durata della guerra, lo fa la stessa Clitemnestra, Debora Zuin, libera infine di urlare il suo dolore anche davanti al figlio matricida, ma lo fa persino lo stesso Oreste, che – forse anche perchè, su questa scena, incarnato da una donna, Matilde Facheris, riesce a rendere più evidente la propria stessa condizione di umano incatenato a una legge che lo sovrasta, a un matricidio da compiere per imposizione di un dio, Apollo, con il corpo di Maria Pilar Pérez Aspa che fa il proprio vessillo della durezza senza scampo della legge del maschio, del patriarcato sul quale si è retta ormai per millenni la società occidentale.

La domanda da cui parte Sinigaglia, è esistito un tempo matriarcale distrutto da un potere prevaricante che ha preteso di chiamarsi ordine, acquisisce in questa messa in scena una contemporaneità che non ha bisogno di seguire un astratto pensiero registico.

È lì, davanti allo spettatore, nella forza con cui si fronteggia l’impensabilità di uccidere una madre (va esplicitato il merito al testo di riuscire, intelligentemente, a non far cedere il tema nella mistica generativa pura e semplice, e il rischio c’era) di cui si fanno portavoce le Erinni, guidate da una maestosa Arianna Scommegna che – acutamente – lascia uscire il dettaglio tutto umano dei capelli dai veli che disumanizzano e fanno dee tutte le figure in campo, e una donna che donna non è come Atena, una ieratica Giorgia Senesi, che raccontandosi come “tutta tutta del padre”, mette in scena la lunga schiera di quelle donne che, non riconoscendosi come tali se non per utilità, trasformano se stesse nello strumento più utile del patriarcato che a quel punto non ha più vergogna di esporsi senza infingimenti nel ricordare la superiorità inscalfibile del maschio che non ha bisogno nemmeno di cercare giustificazioni, perchè basta a se stessa, assoluta e marziale (ricorda qualcosa di molto vicino, no?).

L’evocazione di quello che è stato tradizionalmente narrato – e sulla scena si rivendica – come il primo tribunale della storia, riesce anche però a mettere un altro significativo accento, che parte dal concetto di giustizia. La (forse strutturale) limitatezza sua e di chi la esercita.

Di fronte a un tema tanto complesso come l’assoluzione o la condanna del matricida che agisce dando seguito alla catena di morte, persino gli dei rifiutano di assumersi la propria suprema responsabilità e affidano agli uomini, che lo riconoscono per bocca di un giudice, aggiunto al testo tramite Francesca Ciocchetti il compito di dirimere, salvo poi rivendicare il proprio diritto alla parola decisiva finendo col fare però riferimento, come il più egoista degli umani, alla stretta misura di quello che la propria individuale biografia suggerisce loro (come sceglierà chi non ha, neppure nella propria nascita, una ascendenza femminile? Vien da sè).

La rivendicata giustizia diventa platicamente soltanto un esercizio di potere su un sapere antico ormai domato cui non resta altro da fare che ripetere i suoi codici dentro alle leggi del mondo nuovo e alle sue consuetudini (le nascite, i matrimoni) trasformando una antica rabbia in una accondiscendenza domata e lieve, vuota di una potenza e di una rabbia generativa che prende la forma dei riti (di fatto, anche il teatro lo è, risponde al bisogno di dare al mondo delle regole di senso che ne possano reggere l’equilibrio.

Fosse anche passando da una rabbia generativa che in scena le attrici restituiscono con una prova coinvolgente e partecipe pur senza aver bisogno di forzare l’opera originale dove il grande lavoro fisico – curato da Alessio Maria Romano si vede tutto anche nella staticità e quello vocale, guidato da Francesca Dalla Monica, da loro lo spessore irripetibile del coro antico. pur senza aver bisogno di forzare l’opera originale.

Queste Eumenidi sono la dimostrazione efficace di come si può tradurre senza tradire, far parlare i tragici greci in una lingua che arrivi a tutti (e che spiega se stessa, prima di prendere parola, senza diventare didattica) e conservarne, come le Eumenidi avrebbero chiesto per sé, la forza originaria.

Merito anche di una regia notevole proprio perché limpidamente concentrata sull’efficacia del lavoro e non – come forse avrebbero fatto altri – sul piegare un canovaccio molto noto al proprio estro visivo.
Le luci di Alessandro Verazzi e Roberta Faiolo e le musiche di Lorenzo Crippa disegnano la scena e fanno emergere dal buio aggiungendo enfasi senza eccessi.

Uno spettacolo giustamente apprezzatissimo, dove tutti gli elementi, dall’efficacia scenica e tecnica al pungolo intellettuale, funzionano nel miglior modo possibile, forse perché sono dosate con l’esattezza che l’antico sapere di alcune donne avrebbe potuto portare in dote.

 

 

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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