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La Parola al Teatro #113. Take me Aut: l’equità dei veri supereroi

di Chiara Palumbo

Chi è davvero un supereroe? Forse qualcuno capace di andare oltre i limiti che il mondo, il destino o semplicemente la società gli hanno imposto. O addirittura di trasformarli nei suoi migliori alleati. Ha tracciato per lui.
Ci aveva già pensato Caparezza, scegliendo di mettere in musica Luigi delle Bicocche, l’operaio eroe perchè capace di non arrendersi al cappio degli usurai, del precariato, della paura.
Ci ha ripensato Alice De Andrè, attrice e pedagogista teatrale, quando ha dato vita, all’interno della Scuola Futuro Lavoro di Milano, promossa dalla Fondazione Un futuro per l’Asperger, un laboratorio teatrale, poi diventato lo spettacolo Take me Aut.

immagine per Take me Aut
Take me Aut

Ci ha pensato il Teatro Gerolamo e il suo direttore Piero Colaprico, quando quello spettacolo l’hanno comprato e portato in scena, all’interno e a chiusura di una ricca e interessante stagione, trattandolo (anche sul piano formale) esattamente come gli altri titoli ospitati dal palco di piazza Beccaria, che ha dato i natali alla scena ad artisti come Dario Fo e Franca Rame, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber.

Uno spettacolo “vero”, non solo una meritoria operazione sociale, che come tale meritava di essere trattato e guardato. Con questo spirito andrebbe, del resto, raccontato, per dare ragione del talento degli interpreti, dell’acume di diverse suggestioni, del senso di alcune scelte.

E, tuttavia, rimarrebbe comunque una lettura parziale. Pur essendo un lavoro intrinsecamente valido, infatti, va riconosciuto come elemento di valore aggiunto il percorso che lo ha prodotto. Quanto ha più valore se chi porta in scena un personaggio, riempiendo la scena e senza sbagliare, una manciata di mesi fa non sarebbe riuscito neanche a parlare, su un palco, una manciata di giorni fa a fare affidamento sulla propria memoria?

Per alcune persone parte dello spettro autistico, e nello specifico per gli otto interpreti, questo tipo di lavoro ha una valenza di straordinaria forza, ed è per questo che, all’interno della loro formazione post diploma, il teatro ha un ruolo tanto decisivo da decidere di inserirlo nel loro percorso.

Sono giovani attori chiamati a fronteggiare direttamente le loro difficoltà, soprattutto di ordine relazionale e sociale, a fare ricorso e portare a valore proprio ciò che, nella quotidianità, li limita, non solo a valorizzare le proprie individuali peculiarità.

immagine per Take me Aut
Take me Aut

Riconoscerne il percorso, anche con lo sguardo dello spettatore avvertito, è allora un felice dovere, e mal si farebbe a non evidenziare la strada percorsa, senza segnare una differenza tra individui ma riconoscendo l’applicazione, la dedizione e la professionalità messa in gioco, prima ancora della personale inclinazione e delle qualità messe in scena. Per tutto questo possono – devono – essere considerati eroi, se per eroe si intende chi sappia essere d’ispirazione.

Da questa suggestione, che consegna allo spettacolo il sottotitolo L’eroe in me, è partita Alice De Andrè, che su di loro ha scritto un testo che li riunisce in un bookclub scolastico dove ciascuno veste i panni del proprio supereroe preferito. E ne scopre, nel confronto con gli altri, le fragilità, i punti d’ombra rimossi.

Anche di Batman, Neo di Matrix e Acquaman c’è qualcosa che non sappiamo. Anche Emmet, Sam Gamgee e Spiderman hanno negato porzioni di se stessi. La trasformazione in eroe quindi, sagacemente, avviene non vestendo ma togliendosi maschere e mantelli, imponendosi – proprio come i loro interpreti, di affrontare ciò che più fa paura: come innamorarsi, o affrontare un bullo.

Se anche Peter Parker, timido e impacciato, non ha più bisogno di maschere e ragnatele per liberare se stesso, finalmente può davvero diventare un eroe. L’idea è efficace, e i piccoli inciampi e le difficoltà degli interpreti diventano così – senza forzature – una componente essenziale della messa in scena.

Così sono Javier di Benedetto, Luigi Lotto, Tommaso Noci, Fabio Palpon, Beatrice Papa, Morgan Radice, Lara Ranieri, Mattia Scarpa, Fabio Valcarenghi e Riccardo Zangarini, a diventare d’ispirazione per supereroi che svestono le maschere per trasformarsi in individui che ci somigliano, in uno specchiamento da cui nessuno è escluso, e ognuno in platea sa di poter essere chiamato per nome.

Ne emerge uno spettacolo intenso ed emozionante, che commuove e affascina senza nessuna percezione di alterità. La paura di esporsi, il lato di sé che sentiamo l’esigenza di proteggere sono uno specchio per tutti, anche oltre il racconto dal punto di vista dello spettro autistico. Proprio come la valenza di ogni spettacolo sa prescindere dalla biografia dei propri interpreti.
E tuttavia, vale rendere merito alla costruzione del lavoro anche per la loro storia.

Alice De Andrè, che li coordina scegliendo una cornice lineare ma chiara, costruisce per ciascuno di loro un percorso individuale che ne valorizzi le specificità, non si limita a sfidarli a superare se stessi.

Ciascuno è messo nelle migliori condizioni possibili per vestire il suo costume eroico, sia esso l’utilizzo di un microfono o affidare un ruolo di coordinamento del gruppo di amici a chi ha dote istrioniche più spiccate.

È, in fin dei conti, la differenza che passa tra uguaglianza ed equità: non porre – necessariamente – tutti allo stesso livello, dimenticandone le esigenze. Ma rispondere alla preghiera che Karen Blixen consegnò alla sua Babette per dare voce a tutti gli artisti: “consentitemi di fare il meglio che posso”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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