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La misura e del buio e i suoi profeti

di Chiara Palumbo

Stefano Nazzi è asciutto come il suo racconto. Non indulge sui dettagli come sulla dimensione privata, non si sofferma sui dettagli morbosi della cronaca, ma restituisce i fatti con una sobrietà che pesa più di ogni aggettivo.

Probabilmente è questo, al tempo dell’enfasi, a renderlo tanto amato dai lettori e dagli ascoltatori dei suoi podcast per Il Post, ma questo pare renderlo un interlocutore a tratti ostico per  Marinella Chirico, che al teatro Verdi, nella serata solitamente più attesa di Pordenonelegge, quella del sabato, tiene a battesimo Profeti nel buio, edito da Mondadori, il nuovo libro di Nazzi dedicato al mondo delle sette.

Diciassette storie, dagli Stati Uniti al Giappone, dalle sette millenariste a quelle sataniche, dal veleno versato in chiesa al sarin rilasciato nella metropolitana di Tokyo: un atlante del fanatismo che attraversa continenti e decenni senza mai perdere di vista un filo comune, quello della fragilità umana sfruttata fino alle sue conseguenze più estreme.

immagine per Stefano Nazzi a Pordenonelegge 2026
Stefano Nazzi a Pordenonelegge 2026

Tra tutte però, spiega, le psico-sette occupano un posto centrale: le più diffuse sono quelle che promettono il raggiungimento di un livello iniziatico superiore, la scoperta di un sé nascosto, un accesso privilegiato alla verità.

E per ottenerlo, tutto diventa una via possibile: astronavi di alieni creatori, donne che sostengono di essere state generate in laboratorio e di poter guarire imponendo le mani. Storie che sembrerebbero risibili, se non fosse per il bisogno di senso che le alimenta e che le rende, agli occhi di chi le abbraccia, del tutto plausibili.

Su questa fame si reggono Waco e Heaven’s Gate, le vicende dei suicidi di massa compiuti da chi credeva di lasciarsi dietro il peso del corpo e del mondo, convinto di doversi liberare da ogni zavorra materiale per accedere a un piano superiore.

E leader carismatici  che non sopravvivono ai propri adepti, perchè a propria volta in quel sistema di credenze trovano, paradossalmente, una forma di serenità. Vittima, sovente, non ingannata contro la propria volontà, ma fedele fino all’ultimo a una fede costruita su misura per lei.

Cosi si realizza quello che nel romanzo Nazzi chiama menticidio, la distruzione delle menti, sorretta dalla «fame di essere validato» che spinge tante persone a cercare altrove ciò che il mondo non sembra offrire loro, costruendo, poco alla volta, il meccanismo per cui i seguaci si separano progressivamente dal mondo, tagliando ponti, relazioni, appartenenze.

Nazzi è asciutto come il suo racconto. Non concede nulla all’indulgenza, non si sofferma sui dettagli morbosi della cronaca, ma restituisce i fatti con una sobrietà che pesa più di ogni aggettivo.

Sul palco parla di menticidio, di quella «fame di essere validato» che spinge tante persone a cercare altrove ciò che il mondo non sembra offrire loro, e del meccanismo per cui i seguaci si separano progressivamente dal mondo, tagliando ponti, relazioni, appartenenze.

Non si può, però commettere l’errore di allontanare da se queste vicende. Per due ordini di motivi: il primo é geografico. Nel racconto infatti trovano spazio anche storie italiane, talune meno note ma non meno feroci: i Naccarato, attivi in Calabria e poi trapiantati a Torino, con una vicenda che Nazzi accosta a quella di Mamma Ebe. E ancora Don Cioni, capace di vedere il diavolo ovunque, i cui esorcismi sono violenze sessuali mascherate da rito.

Storie diverse per contesto e teologia, ma identiche nella struttura: un capo carismatico, un bisogno da colmare, una comunità che si chiude su se stessa.

Nazzi osserva come esista, in alcuni casi, un momento preciso in cui scatta la consapevolezza della manipolazione, mentre in altri quella soglia non arriva mai, senza che si riesca a spiegare fino in fondo il perché.

L’altra motivazione è tutta psicologica, e riguarda tutti: non esistono vittime predestinate.

«Pensiamo sempre che non ci succederà mai, ma tutti attraversiamo momenti di debolezza, di fragilità, di ricerca. Soprattutto quando qualcuno ci dice: io so quanto vali», ammonisce Nazzi.

È tutt’altro che difficile entrare in una setta. La misura cui Nazzi ha abituato i suoi lettori ne restituisce, infatti, anche il contesto giuridico: non c’è reato nel fondare o nell’appartenere a una setta.

Il reato di plagio, ricorda Nazzi, è stato abolito perché risultava impossibile stabilire con certezza dove cominci e dove finisca la manipolazione psicologica — altrimenti, osserva, si rischierebbe di criminalizzare qualunque forma di influenza, «anche la Chiesa».

Le sette possono dunque essere colpite solo quando si configurano reati maggiori, perché il loro obiettivo reale, quasi sempre, è la manipolazione sessuale oppure l’appropriazione dei beni degli adepti.

Qui si situa il confine, spesso difficile da individuare, tra manipolazione e delitto. «Al delitto si passa quando i santoni passano alla convinzione delirante in quello che dicono di essere, quando la manipolazione non basta più e diventa dominio», dice Nazzi, individuando il punto di rottura in cui il carisma smette di essere strumento persuasivo e diventa potere assoluto sulla vita altrui.

Un salto di qualità che segna la differenza tra il ciarlatano e il criminale, tra chi sfrutta e chi arriva a decidere della vita e della morte dei propri adepti. Resta però difficile tracciare un confine netto dentro quella che, sulla carta, è un’adesione volontaria.

È qui che il racconto di Nazzi si fa più inquietante, perché smonta l’illusione di chi ne è al di fuori, che sia una manifestazione di debolezza non saper uscire facilmente da certi meccanismi.

La dipendenza che i capi carismatici instillano nei seguaci si nutre, quasi sempre, una variante delle stesse parole «Il mondo ti è ostile fuori di qui, e ti sarà ostile anche se te ne vai, per cui resti totalmente solo», spiega, descrivendo la logica con cui i capi setta isolano i propri seguaci.

Quando qualcuno decide di andarsene, l’intero castello di convinzioni su cui si regge la sua nuova identità crolla, cosi come crolla quella della stessa setta, che per questo passa dal love bombing all’umiliazione, talvolta alla vendetta, lasciando l’ex adepto esposto e privo di riferimenti. È un momento di soglia, spesso definitivo: c’è chi quella caduta porta in sé ferite irrimarginabili.

Interrogato sul suo rapporto personale con questi mondi, Nazzi tiene le distanze con lucidità: «So che mondi pericolosi e cattivi esistono, ma io li racconto, non ne faccio parte»

Una distanza dichiarata che non è indifferenza, ma metodo di lavoro, quasi una forma di autodifesa necessaria per chi si occupa professionalmente di manipolazione e fanatismo. Abitando mondi oscuri per motivi di lavoro, viene spontaneo chiedere cosa tema, chi frequenta tanto spesso il buio «Ho paura di quello che non capisco», ammette, pur riconoscendo che «queste storie sono un infinitesimo del mondo».

E quando gli si chiede se lui possa o desideri mettere un limite al raccontabile, per sè o per chi ascolta, la risposta è netta: «Il limite non è in ciò che accade, ma in come lo si racconta. Non è non raccontandola che non la fai accadere».

È forse questo l’insegnamento più prezioso del libro, che ha a che fare col senso – e forse con uno dei motivi, insieme forse al bisogno di controllo di un mondo impazzito, di questa grande diffusione e passione per il true crime: l’errore più grave, secondo Nazzi, «è approcciarsi al fenomeno pensando che il mondo sia abitato solo dal male, o che chi ne resta invischiato sia semplicemente «matto».

I numeri, del resto, raccontano una realtà tutt’altro che marginale: in Italia si contano oltre cinquecento sette attive, e quasi due milioni di persone considerate a rischio.

Raccontarle, quindi, si rivela importante soprattutto per questo: lascia la sensazione, come questo dialogo, di aver toccato, per un’ora, un fenomeno molto più vicino di quanto si pensi.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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