“Non so vivere, non so scrivere, senza prospettiva da cui vedere, senza finestre. La finestra, per me, è un dio ignoto”. Così Carola Susani evoca il suo protagonista, Italo Orlando, e le sue parentele con una radicale alterità senza nulla di dogmatico nel capitolo conclusivo di una trilogia, ma – forse soprattutto – le propaggini più vicine della Storia collettiva, di un Paese e non solo.

In questa veste arriva a Più libri più liberi Il dio delle genti di Carola Susani, che ambienta in un sud che evoca il terremoto del Molise e la morte di 27 bambini e una maestra in una scuola a San Giuliano di Puglia il terzo capitolo della trilogia di Italo Orlando. “Un personaggio con una dimensione sacrale, ctonia, accompagnato da profumo di mandorle, con qualcosa di Gesù e di Dioniso, che spunta fuori dalle epoche con una pelle dorata”.
L’acuta ed elegante interlocuzione con Tommaso Giartosio e Davide Orecchio fa emergere, di questo personaggio, soprattutto la relazione con il divino, in un’ottica ampia e forse più pagana. Nulla di dottrinale, ma la consapevolezza che “pensare il mondo nella prospettiva di ciò che lo supera aiuta a capirlo”. Al di là che alla presenza di un altrove effettivamente si creda, questo sguardo dà una chiave di lettura per la storia umana, soprattutto quando, come in questo libro, ne conserva soprattutto una indecifrabilità etica.
Quello che Carola Susani traccia è, con una luminosa sintesi, “un mondo in cui non ci sono incolpevoli ma non ci sono innocenti”, in cui Italo Orlando può essere molte cose.
Una figura del paterno, secondo Giartosio, o, secondo l’autrice, la cartina al tornasole che si mette per verificare la reazione e che, da essa, “si può togliere” e travalicare il tempo secondo l’umana misura. Orlando “è il chiamato quando si ha bisogno, e come il genio della lampada esaudisce in modo un po’ deforme”.
La risposta della sua autrice all’interrogativo su come raccontare il cambiamento, “il prodotto diverso di un progetto”. È colui che fa fare esperienza ai bambini, su cui si investono sentimenti, dati di fedeltà e violenza. “È l’altro che si manifesta di fronte a cui si è chiamati a reagire”
E che come tale attraversa le epoche: gli anni Cinquanta e il petrolio scoperto in Sicilia, gli anni Settanta e – in questo ultimo capitolo – il lungo frammento che va dagli anni Ottanta a ieri, inteso come gli anni dieci del secondo millennio. È il simbolo e lo sguardo di una storia d’Italia vista da sud, il testimone di trasformazione storica vissuta da persone.
Persone come Piera, piena d’ira, che si affatica a trovare una strada per sopravvivere.
Come Costanza, per la prima volta che un’artista nelle pagine di Susani, capace di portare nelle pagine il confronto con la realtà violentissimo e tragico che l’artista ha.
Come Giuliano, padre e il carnefice, con lo stesso nome del luogo in cui muoiono i suoi stessi figli.
A dimostrare il carattere simbolico e civico ad un tempo di questa epopea c’è però, prima di tutto, la scelta di farla ruotare intorno alle vicende di un paese costruito sulla sabbia.
Una metafora che qui è però anche il dato storico di una tragedia che ha tracciato gli antefatti d una postura, a partire dalla narrazione di una ricostruzione fittizia, nel 2002, sette anni prima de L’Aquila, dei suoi oltre trecento morti e delle sue “casette” spacciate per soluzione dallo stesso politico che una manciata di anni prima le aveva proposte in Molise.
In quello che Susani rivendica – almeno nelle intenzioni – come una trilogia che compone il grande libro storico di un Paese, ma osservato “storto”, si dimostra maestra di “aggettivi non collocabili”, di una penna raffinata ed elegante su cui si regge un equilibrio narrativo che consente attraverso il fiabesco di raccontare l’inesplicabile, come specificano i suoi interlocutori.
Ed è soprattutto per via di questo che il romanzo è abitato dalle presenze che l testimoniano. È in effetti, una narrazione invasa dai fantasmi che la ragazza porta con sé, quelli dei bambini morti nel crollo. Presenze altre che sono spia anche della “frantumazione dell’autorappresentazione”.
Un romanzo che, come il suo protagonista, attraversa l’umano e l’oltre umano, il tempo e la sua astrazione. Non un romanzo sul dolore, ma tutt’al più con modi vitali di affrontarlo. Se non fosse abusata la categoria del romanzo mondo varrebbe qui la pena di utilizzarla, se non si rischiasse, cosi facendo, di fare un torto alla sua autrice che – nella prosa come nel racconto del desiderio, presentissimo in queste pagine, rifiuta un modo codificato di raccontare le relazioni: “non cerco alternative, cerco le parole esatte”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
