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La parola al Teatro #92. Alessandro. Un canto per Leogrande

di Chiara Palumbo

“Noi non avevamo scelta. Né prima di partire, né dopo. Voi, potevate decidere. E siete qui”. Queste sono le parole che, questa estate, un giovane uomo ha detto a chi lo stava salvando dal Mediterraneo centrale. Finalmente al di qua della Frontiera, come l’ha chiamata Alessandro Leogrande, che tra i primi ha trovato le parole per raccontare e la voglia di capire.

La parola al Teatro #92. Alessandro. Un canto per Leogrande

L’eleganza della sua penna e la forza della sua urgenza a non nascondere, oggi prendono la voce di Fabrizio Saccomanno, che in Alessandro, al Teatro Elfo Puccini, firma anche una regia ridotta al minimo, per mettere al centro della scena le parole di uno dei più grandi giornalisti che abbiamo avuto e perso tragicamente presto.

A riempire il palcoscenico c’era la voce di un intellettuale che l’ha prestata a chi non l’aveva.

Vale per chi tenta il mare, per i nuovi schiavi dei campi del Gargano. Per gli operai costretti a respirare il cancro che li uccide a Taranto, la sua Taranto, che Leogrande ha amato visceralmente, e svelato nelle sue pieghe meno visibili, lungo la sua intera carriera, al punto, a tratti, da venirne identificato.

Le parole di Leogrande bastano, spesso, a se stesse anche in scena. Perché sono capaci, prima di tutto, di mettere a nudo le ferite, di un territorio o di un Paese intero. E spiegarci perché, con la forza di quello che, spesso, non siamo disposti ad ascoltare. Quanto la vita di ogni tarantino dipende (o è dipesa) dalla fabbrica che l’uccide?

Quanto si è disposti ad accettare, o a vedere, all’interno di uno stesso paese che si pretende civile, l’esistenza di un quartiere, il Paolo VI, al di là delle acciaierie, che della città stessa ignora persino l’esistenza del mare?

O ancora, in un’epoca di propaganda politica drogata da parole oscene come “taxi del mare”, che chiama trafficanti ragazzini più disperati degli altri messi al timone di bagnarole che partono per affondare; giovanissimi pescati a caso solo perché qualcuno paghi per tutti.

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In mezzo a tutto questo, quanto è dolorosamente utile una voce che riemerge dal passato per ricordarci che, nel 2015 forse persino meno di oggi  “I trafficanti di uomini sono gli unici ad offrire un’alternativa, criminale, certo, a chi non ha una scelta”.

Sul palcoscenico della Sala Bausch, va in scena non soltanto un omaggio, ma un gesto che – segnando una strada – mette al centro del discorso il senso stesso delle parole; raccontare non risolve, non richiama vite, così come non lo fa un gesto di umanità, il fiore portato da una donna anziana su un cumulo di terra a coprire i resti di un uomo sconosciuto ucciso dall’avidità e dalla crudeltà, cui è stata tolto il diritto al nome, e persino alla verità.

Eppure, è un gesto che continua a far esistere, in qualche forma. È una scelta di umanità. Così come raccontare è già una scelta.

L’asciuttezza della sua prosa, cui Saccomanno sa dar calore senza perdere in misura, celebra un maestro del reportage narrativo che sa dar spazio all’umano senza mai cedere all’emotività stucchevole o all’immagine fuori dalle righe. In scena, della componente più emotiva, si fanno carico le talentuose Barbara Petti, Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta, Andjelka Vulic, che vi accostano la lingua della musica pescando nelle sue note più ancestrali, nell’evocazione – ancora una volta – dei suoni che spesso porta con sé chi è ridotto al silenzio e all’invisibilità nei luoghi più dimenticati del Paese, dove si raccolgono pomodori o si muore, avrebbe detto Primo Levi “per un sì o per un no”.

Alessandro fa una collazione di parole che non hanno bisogno di dar forma a una tesi esplicita per essere un richiamo che supera il tempo all’esigenza di scovare le parole giuste. Sapendo che non salvano, né i dimenticati né chi combatte come può il proprio senso di impotenza. Ma consegnano un testimone. “Le sentite queste voci?”; sembra dire il lavoro, come una voce che sale dalla scena, che nessuno possa dire non sapevo.

Nessuno possa evitare di chiedersi perché consentiamo, nel silenzio, che la cancellazione della dignità di persone “piegate in due come un opuscolo” – a magnificare un turismo che preferisce raccontare un Paese stereotipato che nasconde tutto sotto il tappeto – continui ad accadere a casa nostra.

Ne emerge un elegante esempio di teatro civile, che somiglia alle parole del suo protagonista.

Il giornalista tarantino e romano d’adozione dei grandi cronisti aveva il raggio lungo dello sguardo, che fa essere tragicamente presenti tutte le sue pagine. La sua assenza si sente perchè sapeva che non si può cancellare l’orrore, ma si può – si deve – assumersi la responsabilità di guardalo dal di dentro. Con pietà.

Se si volesse davvero costruire un altro Paese possibile, seguire i passi di Alessandro Leogrande sarebbe una buona idea.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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