Rosmersholm. La buia, potente esperienza dei sentimenti

Odore di lampade a olio e terra. È questo il primo contatto con Rosmersholm, da cui ci si trova investiti e trascinati con forza dentro un luogo cupo, buio. Mortifero. Quello che si svolge non davanti ma accanto allo spettatore al Teatro Franco Parenti.

I corpi esanimi sono quelli del pastore Rosmer, l’ultimo discendente della casata che dà il nome al luogo che abita, e la domestica che con lui abitava, Rebekka. È con un violento singulto d’acqua che il filo inizia a riavvolgere, a ritroso, il proprio corso, imponendo allo spettatore lo sforzo di afferrarne i punti nodali, nella ridda di voci senza corpi, menzogne e ammissioni in cui vero e falso si confondono, evocazioni. Su tutte, quella di Beata, la moglie di Rosmer, morta suicida nella gora del mulino.

È intorno alla dolorosa e ineludibile presenza della sua assenza che Rosmer si avvita e si strazia, consumato dai sensi di colpa per un’ottenuta libertà che gli permetterebbe l’amore (che vorrebbe casto ma che non sa esserlo) per Rebekka e per la sua libertà di donna che saprebbe rompere le catene di un luogo che soffoca ogni possibilità di vita. «Come si è attaccati ai morti, a Rosmersholm, o forse sono i morti che sono attaccati a Rosmersholm».

Eppure, nell’elaborato thriller che Ibsen maturo ha saputo astutamente congegnare in questo testo nulla è come appare, e quando Rosmer supera il proprio annichilimento e propone a Rebekka di diventare sua moglie lei, che pure appariva non desiderare altro, rifiuta. Nel lento e mai scontato disvelarsi di avvenimenti e delle loro ragioni, si è destinati a trovarsi spiazzati.

L’empatia accordata all’uno e all’altra è destinata ad essere messa in crisi, e il quadro a confondersi, fino a far coincidere e rovesciare i due personaggi.

Sotto le apparenze di una vicenda di sentimenti complessi si cela una sorprendente immersione in un contesto astratto, quello delle menti, e delle sensazioni.

Quella di Rebekka e Rosmer è una vicenda di libertà tradita, di ricerca di gioia impossibile, di intento a nobilitare gli uomini che non può essere perseguito, perchè gli uomini sono spinti da una forza ineluttabile che li spinge all’annientamento, proprio e altrui.

L’immersione di Ibsen nelle oscurità profonde dell’animo umano è estremamente articolata e complessa, e poggia su una lingua cupa e poetica che dà spazio al sussurro come allo scontro di due figure spettrali e orrorifiche cui le ottime interpretazioni di Federica Fracassi e Luca Micheletti (che ne cura anche la regia) offrono una notevole carica disturbante e persino oppressiva.

Per cogliere appieno le potenzialità di un testo di questa complessità sarebbe però necessaria persino una seconda visione, perché l’attenzione dello spettatore viene inevitabilmente calamitata da una regia che trasforma questo spettacolo in un’esperienza di rara potenza.

Se non è inedito l’espediente di adattare la sala perché avvolga la scena, sorprendente è la forza con il quale lo spettatore si trova dentro a ciò che avviene. Il confronto, sempre più in forma di lotta, che si articola fra Rosmer e Rebekka si fa sempre più astratto e sempre meno contenibile in uno spazio che li delimita, e allo spettatore è impossibile non solo cogliere tutto ma persino vedere, tutto.

Lo sguardo dello spettatore è sfidato a inseguirli, raramente gli è permesso osservarli nello stesso istante e mai entrambi direttamente, giacché spesso si offrono allo sguardo tutt’al più porzioni dei corpi in scena, di profilo o di spalle. Per soprammercato, in un ulteriore espandersi, la scena non solo sfrutta tutti gli spazi della sala (che gode anche di un secondo piano che a sua volta circonda la scena) e persino esorbita il perimetro della sala stessa.

Come se ciò non fosse abbastanza, ad acuire la pervasività della costruzione scenica un uso originale delle luci poste a terra intorno alla scena, che mutando colore proiettano sui volti ombre inquietanti e ultraterrene, mentre i lampadari posti sui soffitti palpitano, immergendo lo spettatore e i personaggi che improvvisamente si trova accanto nell’atmosfera quasi stordente di una seduta spiritica che procede senza posa e continuamente imprevedibile.

Il disorientamento degli spettatori coincide così con quello dei personaggi, in un continuo scambio di accuse sempre più stringenti, alla ricerca di una verità da cui è impossibile ottenere liberazione.

Quella che si mostra è una fenomenologia della distruzione, da cui nessuno, tantomeno chi osserva, può considerarsi immune, che chiama “a scontare il nostro concetto di vita” in una caduta apparentemente inarrestabile dove il solo possibile atto di coraggio, se di coraggio si può parlare, è l’unico gesto che non costruisce e che non ha ritorno.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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