Spesso ce ne dimentichiamo, ma tutte le grandi opere commedie del Sei e Settecento, soprattutto in Francia, sono scritte in versi. Lo è Molière, ad esempio. Lo si sa bene al Teatro Franco Parenti, dove prima di questo Cirano deve morire secondo Rocco Placidi e Leonardo Manzan (che firma anche la regia), un altro ritorno a questo dettato originale ha prodotto il divertente Misantropo per la regia di Andrèe Ruth Shammah, i cui versi sono affidati a Valerio Magrelli.
E allora, come potrebbe non esserlo una delle commedie simbolo del teatro francese, che pure del Seicento, nell’originale ha soltanto l’ambientazione?
Non potrebbe, soprattutto se si considera che il protagonista è un poeta, uno dei più celebri e amati della cultura in generale, e dei più saccheggiati.

Accanto ai versi aulici, infatti, è da qui che arrivano i cartigli emblematici persino dei Baci Perugina, incluso l’usatissimo “apostrofo rosa tra le parole t’amo”, che in originale è “il punto sulla i del verbo aimer”, amare, naturalmente. E di chi si potrebbe star parlando se non del poeta d’amore disperato per antonomasia, Cirano De Bergerac che, tra le innumerevoli trasposizioni e mediazioni illustri – quella di Francesco Guccini, con il suo toccare al fin della licenza fa ormai opera poetica a se stante, da cui si pesca con libertà e senza timore di commistioni – è arrivato fino al Duemila.
Se dunque, recuperando tutto questo, dovesse farlo oggi, che lingua parlerebbe Cirano? Qui la risposta è tanto immediata quanto disorientante: il rap! Nasce da qui Cirano deve morire, che porta in Sala Grande il ritorno della rassegna La nuova scena curata da Natalia di Iorio.
In un presente minimale e dal sapore urban, tra tubi di ferro e bombolette spray, il poeta contestatario Cirano, che non osa parlare a Rossana direttamente, è il capo di una crew composta solo da lui stesso, in cappuccio nero a nascondere il volto e stivaloni.
Cristiano, il rivale bello e ingenuo, che non conosce parole abbastanza raffinate e se le fa prestare, per dire il suo amore ricambiato alla giovane amata, è il prototipo del belloccio un po’ anni ottanta, maglietta bianca e jeans e occhi di ghiaccio che il cappellino da baseball non nasconde.
L’amata, invece, Rossana, è ormai una donna di trent’anni, ormai insofferente alla coazione a ripetere che dal 1897 la intrappola e la lascia lì, ferma su un balcone, a sentire dichiarazioni d’amore che qui si mescolano coi bassi sincopati, si illuminano di luci strobo e, prima di un finale indiscutibilmente lirico, si srotolano in un perfetto esempio di “battle freestyle” il botta e risposta a suon di barre (il Cirano originale le avrebbe chiamate strofe) a dimostrare chi è il migliore a partire da un tema dato.
Parole che si rincorrono il più velocemente possibile – di indubbia, va detto, qualità di scrittura – e prendono anche la ruvidezza del dissing, l’attacco al rivale – e al pubblico.
Accanto all’anima di strada, infatti, la scenografia di corde e casse nude, riporta il palcoscenico a se stesso, e Cirano si lancia nell’attacco al potere e al teatro, diventato ormai lo sport preferito dei teatranti stessi. Dei quali lui non è che la manifestazione più riuscita e coerente (lo spettacolo ha vinto la Biennale College Teatro per i registi Under 30). Ipocrisia d’artista, connaturata allo stesso protagonista, nient’altro che uno dei tanti giovani all’infinito che desiderano il successo dal quale si ostinano a chiamarsi fuori.
Si parte dai costumi d’epoca e da spade che fingono un duello ticchettando come l’orologio di un tempo inesorabile e statico insieme, a mettere in evidenza uomini sempre simili a se stessi, costretti a recitare una parte tanto più finta quanto più è in apparenza scomoda.
Paola Giannini, Alessandro Bay Rossi, Giusto Cucchiarini sono precisi, dentro a un meccanismo che funziona e confonde il teatro con il musical e il dj set; provoca il pubblico e lo stringe giocando con gli spazi per portare lo spettatore a farsi rincorrere.
Il teatro, così, è anche un gioco per ragazzi, mentre di questo e di altri adagi quanto mai vecchi sulle nuove urgenze della scena si prende gioco.
Li guarda con gli occhi con cui li guarda e li immagina chi giovane non è, e al contempo fotografa, sottilmente, quel momento della vita in cui il paracadute della giovinezza non funziona più e si scoprono tutte le ipocrisie e le stonature di chi vorrebbe essere e non è ancora, immerse dentro i suoni forti e martellanti delle musiche originali Franco Visioli e Alessandro Levrero, suonate dal vivo dal polistrumentista Filippo Lilli.
Un’immersione sconquassante in cui ciascuno ritrova il pezzo di sé che meglio è capace di parlargli, a patto della disponibilità e della finezza d’orecchio di decodificarlo, fuori da quello che crede di sapere già. Perché forse, come la generazione che la porta in scena, consapevole di star camminando su un mondo in macerie eppure ancora pieno di cose da dire, chi da vita alla nuova scena sa che qualcosa deve morire, perché rinasca qualcosa di davvero nuovo. Fosse anche Cirano de Bergerac.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






