Qual è il libro che ti ha cambiato la vita, che ti ha sconvolto? Che ti ha fatto sentire del tutto inadeguata e colpevole di non aver fatto abbastanza, ma anche consapevole che qualcosa si può fare. Un compito senz’altro riservato a pochi, nella messe di titoli gridati che affollano le librerie. Eppure, Lella Costa, che è una a cui di solito si crede, spende proprio questa lusinghiera definizione per Figli, figlie di Ivana Bodrožić, pubblicato da Sellerio.
Nel consueto ritorno al Festivaletteratura di Mantova, cui non manca fin dalla prima edizione, Costa tiene a battesimo una storia di donne (e di un uomo) che non fa sconti a nessuno. Tre voci, tre sguardi. La prima è quella di Lucija, cui un terribile incidente ha tolto ogni movimento, ma sente tutto e può capire. E ricordare, l’inizio della sua storia con quella che i documenti imprigionano nel nome di Dora, che però fin dalla Croazia della sua infanzia aveva già osato farsi chiamare Dorian, rispettando la sua natura.
Due voci rincorse da quella di una famiglia, una madre che le ostacola in ogni modo. Quando sarà lei a prendere la parola, svelerà tutta lo strazio di colpe e dolore che nutre e radica l’odio verso l’altro. E forse l’eleganza della letteratura può aiutare a capire, chiosa Costa con lucida empatia «cosa significa avere un documento che ti corrisponde e ti permette di essere chi sei. Perché quel pezzo di carta o di pixel può dirti la vita di ogni giorno, da far rientrare nei progetti di vita. Ma anche regalare quel rovesciamento dello sguardo per cui, dopo aver odiato la madre che ostacola questo amore, scoprire che tutte le certezze si sgretolano, nelle sue parole. Ed è impossibile non commuoversi, insieme, quando nelle ultime pagine ai ringraziamenti si sostituisce una richiesta di perdono, a chi è costretto a vivere da invisibile.
A loro Ivana Bodrožić, ha ricondotto – spiega – l’idea della chiusura da cui questo romanzo ha preso le mosse. «una sindrome fisicamente tremenda ma che quando viene estesa metaforicamente ha molte cose da raccontare».
Chiusi nell’immobilità forzata di un corpo, in un’identità che non ci appartiene, in una educazione che impedisce di essere. Ma la chiusura più sperimentata è quella verso i famigliari, la prigione reciproca di emozioni e aspettative: di cui, quella dei gruppi di destra che rifiutano le persone transgender, minoranza nella minoranza, è specchio ed eco insieme. Vedendoli scendere in strada, spiega l’autrice «ho capito che nessuno in una società patriarcale come la mia si sarebbe preso la responsabilità di reagire, di difendere le minoranze. Ho trovato in questo libro il desiderio di assumersi una responsabilità».
Come scrive Grace Paley
È responsabilità del poeta essere donna tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.
E a chi chiede, alle novelle Cassandre, perché dare voce a qualcosa che non li tocca, come se i diritti riguardassero sempre soltanto chi non li ha, la risposta di Costa è netta: «Sono quelli che non lo fanno che dovrebbero spiegarmi perché non si assumono la responsabilità rispetto alla società in cui vivono».
La scrittrice croata risponde con la stessa forza, ma usando unicamente la letteratura, di quello che torna più volte ad essere definito un grandissimo romanzo. Lei «è riuscita a dire tutto questo come fanno i poeti». Nelle cui pagine c’è uno sguardo femminile, mai rabbioso, mai escludente, ma che rende evidente come tutto il male che avvelena le generazioni, pur diverse, sorge dal patriarcato.

Non certo una novità per barricadere figlie dei tempi, puntualizza Bodrožić. «Ogni vera letteratura è sempre socialmente impegnata. Non deve diventare un pamphlet, ma se guardiamo ai classici, i grandi scrittori hanno lasciato dietro di sé opere profondamente impegnate nella difesa della società umana. Se noi scrittori abbiamo conquistato questo spazio in cui parlare, abbiamo la responsabilità di farlo» e di farlo per chi non può.
L’autrice non ha l’esperienza della persona trans, né quella di una persona costretta a letto, né di una persona cresciuta negli anni Sessanta. Eppure, rivendica, come essere umano possiede una enorme possibilità di empatia, e di riconoscere esigenze identiche. Lo è, chiarisce, con precisione, essere accettati dalla famiglia, essere sicuri e non esposti alla violenza, decidere per noi ed essere percepiti come noi stessi ci percepiamo.
Temi di tutti, non per minoranze. Abbiamo tutti attraversato la fase in cui non ci riconosciamo nel nostro corpo, evoca l’autrice, lo fanno le persone con disabilità ad esempio. «La prima condizione per la comprensione dell’arte è che siamo tutti drammaticamente simili, e riusciamo a comprenderci. Siamo noi, allora, a scegliere se vogliamo difendere chi è marginalizzato».
Tenendo presente, tuttavia, che nel passaggio alla scrittura bisogna esaminare fino in fondo, serve lo sforzo di analizzare gli aspetti che non fanno parte della singola esperienza esistenziale.
L’autrice croata ha, nel dialogo, la precisione della sua scrittura: «penso che il senso di responsabilità sia molto importante, cruciale. Non bastano talento e ispirazione. Se questo è solo un segmento di un’immensa esperienza umana, mi sono chiesta quante parti rimangono misteriose, e quanto sforzo occorra per affrontarla». Dentro di essa, la letteratura, però, sa portare ancora stravolgimento, quando apre lo sguardo sulla solitudine più assoluta, quella dei genitori, spesso capaci solo di restare delusi dalle aspirazioni mancate. «Avrei potuto vivere, senza i miei figli. Ora è tardi per tutto. Insisto su quello che sono diventata dopo, perché non so chi sono».
Per restituire tutto questo, però, forse serve proprio la straordinaria capacità del romanzo di incantamento e seduzione. Serve un romanzo come questo, che «nella claustrofobia e nell’immobilità forzata racconta mondi, ti consegna un inno al diritto alla libertà senza mai salire in cattedra. C’è l’urgenza di raccontare una storia e la capacità di farlo». C’è un romanzo pieno di pietas, nei vissuti, nei racconti, nell’esperienza c’è una assoluta assenza di giudizio. In sintesi luminose e in punta di penna: «Il mio nome corrisponde alla mia immagine, e quella alle vostre aspettative. Le vostre aspettative sono una garanzia della mia esistenza».
In un tempo che liquida questi discorsi con facilità questo romanzo suona di un’urgenza tutt’altro che retorica. Ed è difficile non ritrovarsi nella voce gonfia di Costa che ne tesse le lodi. E con lei, fare quello che si dovrebbe alla grande letteratura: ringraziare.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







