Si dice ci voglia una distanza temporale, per consegnare forma letteraria al presente. Pena, il rischio di appiattirsi sulla realtà, di inquinarla con dati emotivi personali o con il ricordo ancora troppo vivo di ferite aperte che tolgano al valore artistico la propria pregnanza.
Tutto questo però non succede se hai scritto L’estinzione della razza umana, approdato dopo alcuni mesi di tournée in prima milanese al Teatro Franco Parenti.
Inutile nascondersi dietro a un dito – anche perché l’illusione, pur sagacemente ironica dell’ironia, dura il tempo necessario a riconoscere come parte del linguaggio comune tutte le parole che i protagonisti si scambiano in scena.
Dietro la pandemia del misterioso virus che trasforma gli uomini in tacchini, ci sono gli ultimi tre anni. È molto lontana, tuttavia, qualsiasi pedissequa intenzione mimetica o puramente emozionale. Ci si è tenuti lontani, soprattutto, dal timore che aveva percorso tutti i professionisti della creatività negli ultimi anni: il profluvio incessante di narrazioni pandemiche o post apocalittiche pronto ad abbattersi come uno tzunami su pagine, pellicole o palcoscenici.
Davanti allo sguardo dello spettatore, in questo caso, si dipana quello che, negli ultimi anni, non abbiamo voluto vedere: lo svelamento dei meccanismi emotivi che, annacquato da una quanto mai retorica speranza di emergere migliorati da un trauma collettivo, ha fatto affiorare invece le piccole e grandi meschinità degli esseri umani, le rabbie, i fallimenti, ma anche – e forse soprattutto – le angosce che la contingenza ha permesso per qualche tempo di congelare.
Compressi nella gabbia di metallo di una corte milanese dal sapore post industriale, si vede tornare l’istantanea tipica della quarantena: c’è chi canta una lotta venata di segreta amarezza dal balcone, c’è chi è costretto suo malgrado a continuare a lavorare ed essere guardato con sospetto, chi, forse, vuole ad ogni costo far vincere la vita malgrado tutto, chi non può più farlo e matura, anche per questo, un’ossessione legalitaria quasi paranoide e chi vuole – sostiene – rompere la regola quanto basta per fare una corsa, ma di fatto, così facendo, in bilico tra cinismo e razionalismo spietato, mette in discussione la tenuta stessa di un equilibrio che si regge – e si è retto – su basi fragili e spesso discrezionali.
Ci sono gli scontri, la rabbia e la mancanza di lucidità, ma anche lo sforzo dell’analisi di senso cui (volenti o nolenti) quei mesi di stasi forzata ci hanno quasi inevitabilmente portato.
Fa impressione, in un momento in cui per molti versi tutto questo può chiamarsi ancora presente, intuire fra le righe la fame di distanza che sembra correre febbrile in una platea che sovente ride di se stessa portata sulla scena.
Merito, però, soprattutto, della scrittura di Emanuele Aldrovandi, fatta di dialoghi serrati e acutissimi che hanno fatto guardare, con ragione a Jasmina Reza e, in particolare al senso di oppressione angosciosa che regge Il dio del massacro, diventato, per la macchina da presa Carnage.
Del resto il giovane autore reggiano si iscrive in quel ristretto novero di drammaturghi capaci di coniugare raffinatezza stilistica e ritmo serrato, in un procedere mai stanco e una prosa mai sovrabbondante o compiaciuta, di grane efficacia eppure certo sfidante da maneggiare per un gruppo di attori che si dimostra, facendolo, molto convincente.
Sono Giusto Cucchiarini, Eleonora Giovanardi, Luca Mammoli, Silvia Valsesia, Riccardo Vicardi che qui prendono le sembianze di due coppie di giovani adulti, troppo grandi per avere ancora un futuro da conquistare ma non abbastanza per guardarsi indietro con appagamento.
Il pretesto pandemico, quindi, pure inchioda lo spettatore all’obbligo dell’anatomopatologo, analizzarsi come corpo esterno a se stesso e confrontarsi con le proprie tossicità, potenzialmente letali.
Al di là della contingenza, però, ad essere messa in discussione – il titolo, in questo senso, è esplicativo – ad essere messa sotto la lente è la sopravvivenza stessa dell’umanità.
E il virus che la mette in discussione sta forse già all’interno dell’uomo stesso: cosa rimane a una generazione che non ha più appigli, a un genere umano costretto a confrontarsi con una prossima estinzione (biologica, abbiamo temuto, di certo ecologica e forse, in certo modo, etica) alla quale non ha probabilmente, gli strumenti sufficienti per reagire?
Basta fermarsi a parlare tra sconosciuti, pur se ancora in grado di riconoscersi tra simili, anche quando spuntano coda e bargigli, per rendersi conto che sul piatto del contendere ci sono la vita, la morte, il futuro, Dio, quello in cui crediamo e quello che ci terrorizza.
Superata la patina perversamente rassicurante della narrazione dell’emergenza, cosa rimane di noi, svanita l’illusione di poterne uscire senza replicare sempre, tragicamente, gli stessi schemi?
Il merito più grande di questo lavoro è mettere ineludibilmente sul piatto tutte le domande, senza fornire nessuna risposta sul passato, mentre ancora è aperta la ferita di aver dovuto scegliere, negli ospedali e fuori, tra il giusto e l’ingiusto, tra gli esercizi di empatia e l’esplosione della frustrazione.
E non si assume, del resto, neanche la supponenza di dare una risposta sul futuro, sul rapporto tra salvezza individuale e collettiva, sull’ipocrisia, o forse lo spirito di autoconservazione con cui – troppo spesso – decidiamo dove dirigere lo sguardo e dar spazio alla paura. Non c’è retorica, né facile disfattismo.
C’è la verità attraverso la funzione che il teatro può ancora offrire (e quanto ce lo siamo chiesti, a cosa sarebbe servito, mentre i teatri erano chiusi e i teatranti chiusi in casa). Sapendo che, qualsiasi apocalisse (che, del resto, non significa che cambiamento) può essere affrontata solo se siamo disposti ad affrontare noi stessi.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.








