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MiOff Fringe Festival #1. La milite ignota: il corpo delle attrici e il vero teatro civile

di Chiara Palumbo

Cos’è, vivere dei propri sogni, se non una battaglia quotidiana? In tempi che amano molto la retorica bellicista, può essere a suo modo avventato titolare un lavoro La milite ignota. Eppure, ad Enrico Cibelli che l’ha scritto e a Pierluigi Bevilacqua che lo dirige, al Milano Off Fringe Festival piace prendersi il rischio di disorientare.
E del resto questo ritorno al festival milanese, dopo la vittoria con Frichigno!, si legge con più chiarezza proprio in relazione a quella prima volta.

immagine per La milite ignota, Ramona Genna
La milite ignota, Ramona Genna

Se là si usava il calcio, l’epopea zemaniana che ha messo la città di Foggia sulle mappe dell’ultima religione contemporanea, per raccontare la fame di fuga e la stretta della mafia sulla città, qui c’è un nuovo sguardo obliquo, che questa volta incontra una giovane donna che cerca di dar forma, intorno a sè, alle luci di un palcoscenico.

Questo è il futuro che desidera per sè. Le luci di una ribalta che – lo sanno bene oggi tutti coloro che lottano, ogni giorno, contro e dentro un sistema sempre più stretto e asfittico, dove il prezzo dei sogni è il coraggio – e il privilegio – di poter fare a meno di arrendersi alla prima ritirata.

In fondo anche stare nel mondo dello spettacolo – o, peggio ancora – in quel cupo e spesso tragico sottobosco che se ne traveste da porta d’accesso, e spesso non è altro che un labirinto d’insidie, che al luogo delle favole sostituisce la cornice di certi romanzi neri pieni d’ansia e di squallore. Taciuto o suggerito tra una risata e l’altra come fosse normale, come fosse inevitabile. E forse lo è, più spesso di quanto ci piaccia sapere. Se hai vent’anni, se sei una donna, se sogni lo sfavillio non tanto e non solo del successo, ma della fabbrica dei sogni di cui carpire i segreti.

Bisogna essere disposti a coglierle, le ombre, e a leggerle come tali, mentre una ragazza come tante enumera la strada che l’ha portata al possibile salto, la fatica e lo studio, il sogno e la fantasia, con la freschezza e la leggerezza di chi vede ancora davanti molte porte, se non tutte.

Eppure nel suo entusiasmo di condivisione per un attimo si può finire disorientati, se si è cercato un suggerimento di quel che va in scena nel Microteatro di ImbonatiArtiHub nel suo titolo, o nella sinossi che prometteva le atmosfere cupe ma – ancora una volta – oggi sempre più invitanti del true crime.

Ma è proprio come nella vita reale, dove del mostro in casa non ci si accorge, perchè ha la forma di “salutava sempre”, il male non fa bella mostra di sè, su un palcoscenico. Si acquatta fuori dal cono del riflettore e lascia che lei creda al futuro che sogna per sè, che travolga chi l’ascolta delle minuzie e dei meccanismi del mondo a cui si vuole avvicinare. Mentre, tuttavia, invita a lasciarlo intravvedere con lo sguardo obliquo che La piccola compagnia impertinente, lo si è detto, ha scelto per sè.

Tra le righe, fuori o dentro alle luci  – coperte o allargate, dal cono di un ombrello? – c’è un ritratto spietato di un sistema, meraviglioso almeno quanto sordido, che le attrici conoscono bene. Dove il lavoro del, con e sul corpo, soprattutto delle donne, si trasforma, meno spesso di quanto si creda, in un alibi per fare di quello stesso corpo un oggetto, spinto a mostrarsi, come se fosse casuale.

Lo vuole? è in grado di segnare il confine tra ciò che desidera e ciò che deve? Il corpo, via via spogliato, si fa una moneta di scambio su cui chi lo possiede non ha, spesso, scelta, perchè il potere regge anche la fabbrica dei sogni. Ma bisogna essere disposti a notarlo, allenati a riconoscerlo. E anche se lo si è, nella levità esibita di tutta una prima metà di spettacolo affastellata, libera come i pensieri di una ragazza di vent’anni, come loro disegnata sul confine della confusione.

Accade di chiedersi se, per caso, non si sia sbagliato qualcosa. Dov’è la guerra promessa, il dramma abboccato? L’ordine del confine tra bene e male su cui si regge il grande successo, da sempre. nelle storie del crimine? Arriva improvviso e brutale, esattamente come succede nella realtà, dove non te lo aspetti.

Nell’abilità di Ramona Genna di strappare, dall’ironia alla tragedia, e di caderci dentro senza soluzione di continuità. Del mettere sotto i riflettori, questa volta senza più protezioni se non, per un attimo, l’eterea patina di un velo, l’orrore di una violenza, di gruppo, per mano di chi conosci. Per mano di chi doveva consegnarti le chiavi del sogno.

Il corpo violato, d’improvviso, i riflettori li usa. E come ha nascosto adesso impone, brutale e intenso. Sconvolge dove prima ha divertito, e chiede di non staccare gli occhi.

Questo fa, del resto, l’arte. Dentro cui spariscono le identità, ma non le storie. Non quella di una ragazza di vent’anni, violentata alla Fortezza da Basso, a Firenze, che ha scelto di sparire nelle fattezze dell’attrice che avrebbe voluto essere e che adesso la interpreta. e ha finito con il diventare spettacolo. Anzichè di accettare di farsene oggetto, nel tanto evocato circo mediatico. E riavvolgendo il nastro, tutto si fa chiaro. Non ne è, lo spettatore stesso, complice?

Nella perplessità di quel che avrebbe voluto vedere, si è messo nei panni di chi di questa ragazza ha fatto oggetto di un caso di cronaca, strumento di un potere che è riuscito, ancora, a dare a lei la colpa, fino a mettere una pietra tombale anche sulla giustizia, con una sentenza di tribunale che le getta addosso la colpa parlando di un orrendo “discutibile momento di debolezza e fragilità”. Abbastanza cancellare un crimine con un colpo di penna.

Del resto il corpo delle attrici, anche quello delle aspiranti tali, non è che un oggetto di mestiere, da esibire alla fame e al giudizio degli altri.

A chi, gli strumenti di quello stesso spettacolo li possiede, non resta allora che fare quello che nessuno si aspetta e rovesciare, finalmente, la narrazione. Non sono due spettacoli in uno solo, due registri che si incontrano senza fondersi: La milite ignota, celebrando un’eroina senza volto che certo non vorrebbe mai esserlo, restituisce giustizia a tutte le narrazioni di violenza contro il corpo delle donne.

Negando di legare il suo volto e il suo nome a un caso solo lei si è moltiplicata, raccontando i suoi desideri e non – soltanto – quello che le è stato fatto, lo spettacolo ha “riscattato” la sua funzione facendola finalmente soggetto e non oggetto. Non più vittima monodimensionale ma protagonista della sua storia, con la tridimensionalità che proprio la scena chiede di mettere sempre in gioco.

Il fatto di esserne spiazzati denuncia quanto siamo – come spettatori – poco abituati a mettere davvero i riflettori sulle donne. A far parlare loro. Ma è questo che, sempre, si dovrebbe fare. Sarebbe, è, questo, quel che con una certa faciloneria si chiama “teatro civile”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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