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Undicesimo: non dimenticare. Simone Cristicchi al Magazzino 18

di Chiara Palumbo

“Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”  l’esule: uomo – giovane, bimbo, anziano – senza identità.
O che piuttosto identità ne ha troppa. Troppa per riuscire a riconoscersi in una terra che muta i connotati, ma troppa anche per essere accolto in quella madre-patria dove si aspetterebbe di esserlo.

È quest’uomo che sceglie di raccontare, Simone Cristicchi, al Teatro Carcano di Milano.
Racconta un uomo di confine: nello specifico il confine che separa il Friuli italiano, dall’Istria che fu Jugoslava, ma italiana, prima.
Il cantautore romano lo fa tramite– o piuttosto, dentro – un luogo preciso: il Magazzino 18, nel Porto Vecchio di Trieste. Sono quei duemila metri quadri a raccogliere le masserizie di chi sentendosi italiano, dal 1947 sceglie di non sottostare a Tito e di lasciare la propria terra, la propria casa, a Zara, Fiume, Pola, e quel mobilio non lo può più reclamare, stretto nello spazio di alloggi talora di fortuna o, per anni, in un campo profughi. Rinunciato.
Cristicchi veste i panni del semplice Persichetti, professione archivista, mandato da Roma a Trieste per catalogare sedie, armadi, cassapanche, piatti, giocattoli, fotografie.  Ricordi. Che ingombrano la scena. E su ognuno una storia in un nome. E Cristicchi non è solo Persichetti, tolto un cappotto diventa Domenico – staffetta del regio esercito, morto in una foiba – o Geppino – chirurgo, che opera per un giorno intero le vittime dell’esplosione di nove tonnellate di mine sulla spiaggia di Vergarolla, dove sono appena stati disintegrati i suoi figli bambini – e molti altri.

Cristicchi affronta un tema denso e sensibile, cammina con le parole in una terra dove da sempre tutto nella storia si mescola e rischia di farsi fragile, per raccontare una pagina di cui si parla poco, e spesso con le polemiche.
Molte hanno accompagnato anche questo spettacolo, per la regia di Antonio Calenda: accuse di chi deve affibbiare alle vite un colore politico, accuse di non piena accuratezza storica. Il cantautore risponde ripercorrendo la storia attraverso lo spirito delle masserizie, riempiendo il silenzio degli oggetti accatastati dando voce alle vittime dei soprusi dei fascisti come dei titini; a chi scappa dalla Jugoslavia ma anche ai duemila monfalconesi che il viaggio lo percorrono nel senso opposto, con il sogno di costruire il paradiso socialista.
La voce degli italiani che vivono per decenni da prigionieri in Italia –perchè, dicono alcuni, non può essere altro che farabutto chi scapppa da un paese amico– e da prigionieri muoiono, magari di freddo, in baracca, come Marinella, un anno. Ma anche di chi ce l’ha fatta, come Sergio, che lascia Pola a quattordici anni con la madre, e  di cognome fa Endrigo.
Di chi parte e chi resta.

Davanti alla Storia, terreno impervio più del Carso, Cristicchi si assume la scelta di porre l’accento sulle storie singole, i volti, le persone, che affrontano con la propria vita le conseguenze di scelte che vengono da altri, da altrove. Vicende queste di cui molti sanno poco, sviscerate non da uno storico ma da un uomo di spettacolo, il cui intento è coinvolgere e suscitare emozioni.
Obiettivo ampiamente raggiunto attraverso una recitazione accurata e intelligente, e attraverso le canzoni, inedite e scritte appositamente, con la finezza testuale propria di un autore che con la propria musica ha affrontato spesso argomenti densi e di forte impatto – come i manicomi, in Dall’altra parte del cancello. Un testo –scritto con la collaborazione di Jan Bernas– che prova a fornire una traccia per conoscere le vicende dell’esodo istriano-dalmata e degli avvenimenti ad esso collegati, parte di un bagaglio di conoscenze storiche e culturali che non può non essere  condiviso e che – come ogni capitolo di Storia per essere compreso pienamente necessita sempre di approfondimenti, e che tuttavia si è spesso ritenuto dimenticabile. Quelle del cantautore romano –accompagnato da un coro di bambini- sono parole che colpiscono la sensibilità dello spettatore, e che lo chiamano a confrontarsi con l’uomo esule di allora, ma anche di oggi.
Io non ho un nome, ma potrei averne milioni. È a Geppino, Domenico, Ferdinando, Marinella, Norma, Giovanna -diventati quasi visibili sulle sedie che arredavano le loro case- che Cristicchi lascia il lungo applauso tributato da un pubblico  commosso –di cui fanno parte anche persone che quell’esperienza la portano sulla pelle– prima della chiusura del sipario, in un lungo momento in cui il palco è vuoto per lasciare loro spazio, perchè: “non è un’offesa che cede al rancore, non è ferita da rimarginare, è l’undicesimo comandamento: non dimenticare”

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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