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Maria Stuarda, il kolossal

di Chiara Palumbo

Come si può riportare in scena un testo puramente classico e forse poco frequentato, come la Maria Stuarda di Schiller, che debuttò il 14 giugno 1800? Secondo Davide Livermore, provando a sparigliare le carte, letteralmente.

immagine per Maria Stuarda, il kolossal, al Teatro Carcano di Milano
ph. Alberto Terrile

La tragedia, nel tempo, ha rappresentato uno dei non numerosissimi arditi tentativi di far coesistere due prime attrici, e campo di gioco prediletto per registi di blasone: negli ultimi cinquant’anni, Maria Stuarda e sua cugina Elisabetta I, nemesi l’una dell’altra, e a portare in scena il reciproco odio e la rivendicazione sul trono di Londra, sono state, rispettivamente, Anna Proclemer e Lilla Brignone dirette da Squarzina, e poi Valentina Cortese e Rossella Falk dirette da Zeffirelli.

Davide Livermore, che riporta a Genova lo scontro tra la regina vergine e la paladina della cristianità, dopo Proclemer e la loro versione (anche) televisiva, sceglie le primedonne su cui ha costruito tutti gli ultimi anni: Laura Marinoni ed Elisabetta Pozzi.

Ma, quando si dispone di due prim’attrici da far dialogare, perché affidare a una sola il ruolo del titolo? Il colpo di teatro del direttore dello stabile ligure prevede un angelo che lascia cadere una piuma sui talami delle due regine.

A seconda di dove il soffio della sorte la spinge, all’una o all’altra toccherà di essere Maria. A render ancora più sfidante il già monumentale compito, né l’una né l’altra conosce, prima di andare in scena, quale sovrana incarnerà.

Nella replica vista al Teatro Carcano a Milano, è Elisabetta Pozzi a vestire, in coerenza tra personaggio e interprete, i panni della omonima regina di Inghilterra, mentre il ruolo che il titolo – diversamente dal testo – traduce, è di Laura Marinoni.

Ma è solo il primo gioco di potenziale sovversione che questo corposo lavoro (che supera le tre ore) mette in campo. Se è una piuma a decretare chi sei, allora ciascuno può essere tutto.

Nella tragedia il perno è, infatti, uno scontro tra generi tagliato con l’accetta, dove la rivendicazione di un maschile sinonimo di violenza e desiderio di possesso, e un femminile affamato di negare in se stesso, la debolezza e le limitazione da cui si sente ingabbiato: si denuncia inevitabilmente l’età del testo, qui portato in scena con una traduzione (affidata a Carlo Sciaccaluga) che pare voler garantire alla lettera originale una filologica accuratezza.

immagine per Maria Stuarda, il kolossal, al Teatro Carcano di Milano
ph. Alberto Terrile

A rendere evidente, sotto gli apologhi sulla biologia, il senso e il significato del concetto di ruolo di genere un espediente tipico degli ultimi anni, che qui diventa eloquente: le attrici vestono con scioltezza ruoli maschili, riscrivendo con originale polisemia i passaggi più netti del testo.

Lo sintetizza bene, ad esempio, una convincente Linda Gennari nei panni del disperato e sfrenato Mortimer, a cui Elisabetta affida il compito di uccidere Maria ignorando l’amore violento e possessivo che il giovane porta alla regina di Scozia quando consegna al mondo le proprie ultime parole, «Ti farò vedere come muore un maschio».

Questa suggestione che qualcuno ha (impropriamente, forse) chiamato queer, si iscrive in una struttura ben nota a chi conosce i lavori di Livermore: Maria Stuarda si trasforma in un kolossal rock, in cui le parole di Schiller si legano alla tessitura di bassi elettrici della chitarra di Giua, il cui consueto talento, stretto tra anfibi e giacca con gli alamari, trasformata dal trucco in una sorta di Ziggy Stardust barocca, resta di fatto sempre in scena.

L’immaginario di Livermore esige una struttura grandiosa, che necessita quasi dell’intero teatro, cancellando anche il confine con il palcoscenico, che prende la forma di uno scalone d’onore, dove è possibile salire e scendere a specchio della considerazione di cui si gode ma da cui è impossibile uscire, e intorno a cui drappi di un violento rosso sanguigno segnano il mutare degli ambienti.

Un allestimento di grande impatto visivo, senz’altro più apparentato a quello dell’opera o – appunto – dei grandi film, disegnato con eco quasi hollywoodiane, che sembrano guardare a Tim Burton, anche dalle luci di Aldo Mantovani.

immagine per Maria Stuarda, il kolossal, al Teatro Carcano di Milano
ph. Alberto Terrile

Anch’esse, vanno oltre il palcoscenico di uno dei teatri più grandi di Milano. Un lavoro ambizioso, sostenuto a una compagnia in cui gli elementi ormai tanto rodati da essere di fatto stabili, Giancarlo Judica Cordiglia, Sax Nicosia, si accostano soldati e servitori, che hanno anche le fattezze di Gaia Aprea e Anna Manescalchi.

Un apologo sulla religione, sul potere, capace di raccontare anche la responsabilità e il sacrificio che richiede, e insieme la paura e la gabbia del dovere. Maria è prigioniera (con la pretestuosa accusa di aver fatto uccidere il marito) e attende la grazia. Vittima non dell’accusa ufficiale, ma in realtà del terrore di Elisabetta di vedersi togliere il trono dalla cugina più bella e più amata, in un intrico di giuramenti estremi, dietro cui potrebbe nascondersi la fedeltà o il suo contrario, una corte e una fede oppure il suo opposto, l’amore o l’inganno.

Una complessità che si rende tanto più credibile quanto più gli attori riescono a lasciare da parte la magniloquenza del copione per dare spazio alle coloriture dei sentimenti.

Svettano, e non potrebbe essere altrimenti, la femminilità magnetica e orgogliosa di Laura Marinoni, di una Maria che prova a dirsi sottomessa ma non è disposta a cedere del tutto. Il suo rovescio è il rigore che si vorrebbe maschile della regina di Elisabetta Pozzi, mefistofelica e crudele come il ruolo impone e al contempo esposta ai condizionamenti, consapevole di una fragilità suo malgrado che trova anche una esplicitazione fisica.

Quanto breve sia la distanza, tra i due modi di essere regine e tra i generi medesimi è presto detto: la stessa tra uno e molti di una stessa unità: «l’anello fa il matrimonio, gli anelli fanno le catene».

I monologhi strappano applausi, e riescono ad arricchire di umanità questo trionfo di estetica di linee minimali e intenzioni colossali che vuol conservare un’eco del barocco originale.

Non è, del resto, che la differenza tra la vita delle due donne e il loro dovere, tra la ragion di stato e il sentimento, che inganna, muta e si arrende, scoprendosi umano soltanto quando è troppo tardi e la morte ha già deciso per i troppo pavidi e i troppo orgogliosi, e per chiunque ha fatto male i suoi conti. Perché «non si tratta di giustizia, qui facciamo politica»

Maria Stuarda resterà in scena fino al  20 dicembre secondo il seguente calendario:

Teatro Bonci (Cesena) – dal 16/11/2023 al 19/11/2023
Teatro Sociale (Trento) – dal 23/11/2023 al 26/11/2023
Teatro Massimo (Cagliari) – dal 29/11/2023 al 03/12/2023
Teatro Mercadante (Napoli) – dal 06/12/2023 al 10/12/2023
Teatro Stignani (Imola) – dal 12/12/2023 al 17/12/2023
Teatro Ponchielli (Cremona) – dal 19/12/2023 al 20/12/2023

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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