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Fringe Milano-Off #6. Andrea e l’anima in fumetti di una generazione

di Chiara Palumbo

“Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi” scriveva Sandro Penna. In queste parole c’è un tempo della vita, una postura nel mondo. Ma forse anche un tempo della storia in cui tutto sembrava possibile. E magari anche una città, la sua anima e i suoi sogni, che lo rendevano, possibile.

Almeno così pensa Andrea Santonastaso, che in questo verso trova la Bologna vitale e ribollente del 1977, la città del DAMS, “impastata di arte, politica, droga”. La città in cui due anni prima è arrivato un ragazzo nato nelle Marche ma cresciuto in Puglia, che consegnerà a quella generazione il tratto per dirsi: Andrea Pazienza.

immagine per Mi chiamo Andrea, faccio fumetti: Andrea Santonastaso ph. Riccardo Farina
Mi chiamo Andrea, faccio fumetti: Andrea Santonastaso ph. Riccardo Farina

Mi chiamo Andrea, faccio fumetti, in scena in mezzo al disegni che fioriscono sui muri delle Officine Puecher per il Fringe Milano Off festival, coglie il fumettista simbolo di un’epoca (e non solo) quando, ragazzo, si affaccia non a Bologna ma a Milano, nella redazione di Linus, e sui suoi, di sogni, incombe benevola l’ombra di Hugo Pratt.

Sono gli anni di Penthotal, dell’università e, appunto, dei sogni a cui Pazienza offre tratto e voce, schietta e reale, nuova. In cui anche un bambino di dieci anni, da qualche parte lontano da lí, col suo stesso nome, si imbatte per errore e in cui, tuttavia, può alimentare una immagine di futuro che oggi racconta da un palco con la stessa passione febbrile che doveva somigliare al suo mito allora, e a quel sogno che Paz ha “creato, coccolato, ucciso”, cogliendo per primo l’anima di una generazione che Santonastaso definisce “dadaista”, in lotta tra il rigoglio del possibile e una “solitudine infinita e schifa”.

E che Paz a vent’anni sa fare entrare tutta in un tratto di china, insieme alla “poesia di un’anima sbilenca”, che l’attore rilegge con la grazia di quel bambino, il disincanto dell’uomo che oggi vede le proprie occasioni mancate – per paura e imbarazzo che Paz non possedeva, soprattutto – e con il rigore necessario al fumettista che studia per diventare e che, anche adesso che ha scelto un’altra strada, emerge popolando dei protagonisti dei fumetti una grande bianca tavola alle sue spalle, che si riempie di vignette senza margini insieme al procedere del racconto, costruendo sul palco un nuovo fumetto che racconta una vita, ed evidenziando la varietà di talenti dell’artista in scena.

Se lui si lascia leggere anche nell’abilità del tratto,  in quello di Paz si puó leggere il tempo e la cittá, in rivolta dopo la morte di Francesco Lo Russo, nel fermento in cui ognuno ha la sua storia da raccontare e la sua via d’arte per farlo, o nello smarrimento delle spade, le siringhe, che dilagano e strappano, inesorabili, la fantasia. Ma forse Andrea Pazienza – cosí suggerisce l’attore – si può invece leggere attraverso l’amore, per le donne e per la vita, che “non sai se é un retaggio borghese o tutto ciò che basta. Tutto ciò che c’è”.

Anche senza bisogno di dare i nomi, perché in fondo a fare innamorare di Paz è anche il fatto che la sua è la storia di tutti, e lui la racconta da dentro, senza filtri.

Nei suoi personaggi, nelle urgenze di Pentotal, nella disperazione di Pompeo, nella cattiveria di Zanardi, quei ragazzi rispecchiano “la loro anima punk”: per la prima volta, nei baloon c’é la loro realtà, anche quando, in una mattina di agosto, l’anima e i sogni vengono rubati e strappati da una bomba e una generazione si scopre perduta, forse fallita, di certo tradita.

immagine per Mi chiamo Andrea, faccio fumetti: Andrea Santonastaso ph. Riccardo Farina
Mi chiamo Andrea, faccio fumetti: Andrea Santonastaso ph. Riccardo Farina

Paz disegna anche quel mondo senza speranza, e lo fa per un bambino, che oggi lo racconta, che invece la speranza l’aveva ancora, grazie a lui. Perché questo sapeva fare Andrea Pazienza: rubare un sentimento al tempo e metterlo su carta.

E questo ha saputo fare, nel suo scontrarsi con i suoi sogni, la loro resa e la nuova strada che l’ha portato sul palco, Andrea Santonastaso: mettere in “canzone”, ovvero in voce – come facevano i popoli antichi delle grandi epiche da tramandare come memoria collettiva, la storia di un uomo bruciato a trent’anni dal dolore tipico dei più grandi e dal veleno arrivato per distruggere i sogni.

Raccontare le sue ombre di ragazzo fragile, consumista come i suoi tempi, e lo strazio di una caduta che si paga con la vita e il sangue, senza sconti lirici. Ma questo lavoro riesce anche a far sentire, le immagini e la voce di un giovane uomo che nel frattempo ha saputo nutrire tutti. Ne tratteggia con tenerezza e sincerità anche le ombre e le sconfitte, con la stessa limpidezza a cui lui aveva dato inchiostro.

Lo fa con la regia lieve di Nicola Bonazzi, restituendo a quei ragazzi i loro suoni, da David Bowie agli Skiantos, da Lou Reed a Tom Waits, e soprattutto con le parole poetiche e vividissime di Christian Poli – che scrive un testo a sua volta densamente poetico – e dimostrando con le proprie mani e il proprio corpo che anche il fumetto può essere arte scenica e che i sogni di bambino non muoiono, cambiano forma, e l’idolo da cui siamo scappati per timidezza al tempo giusto.

Sull’onda lunga sa tornare e restituire materia per uno spettacolo elegante, commovente e vero come lo sono soltanto le cose più intime, per chiudere un festival al meglio possibile. E dirsi che forse è vero che, nello sfacelo del presente. come suggerisce la meravigliosa canzone dei Gang che accompagna gli applausi, Paz “non si è perso niente”, e Bologna “non c’è più, ce l’hanno presa loro È un cumulo di noia che spendi e paghi caro”, e tuttavia, da qualche parte, un altro finale possibile c’è ancora: “vuoi mettere risorgere, Paz?”

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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